SU TEMPIESU: IL MISTERO DI ORUNE

POST 1011 SU TEMPIESU IL MISTERO DI ORUNEFeste natalizie, belle giornate e voglia di campagna. Di archeologia, possibilmente seria, senza guide idiote che si dichiarano stufe della “solita minestra ufficiale che è monotona come lo studio dei cocci” (battuta vera, sentita nel corso di una visita ad un sito archeologico di immensa bellezza e significato).

Salgo in macchina la mattina, sul presto (che in periodo di ferie significa le nove del mattino) e mi appresto a percorrere i 200 km secchi che google maps dichiara separare il mio appartamentino dal sito di Su Tempiesu, a Orune.

Dell’ultima volta che ci sono andata, molti anni fa, forse 25, ma potrebbero essere di più, ricordo assai poco e vorrei rinnovare le immagini di un edificio unico e apprezzare i cambiamenti, se ne troverò, sia nel restauro della struttura muraria che nell’allestimento del paesaggio circostante. Quest’ultimo particolarmente importante, almeno per me, poiché ho avuto riscontri entusiastici in merito da alcuni amici, i quali hanno sostenuto come nel sito si sia data particolare importanza alla sua salvaguardia, senza indulgere nella realizzazione di orride strutture costose e prive di senso storico o archeologico come avvenuto in troppi siti sardi. Senza contare la bellezza mozzafiato della natura circostante e la bellissima strada tutta curve immersa nella foresta una volta che si lasci la 131 bis.

Ultimo, e non ultimo, motivo, il fatto che il sito sia stato curato da Maria Ausilia Fadda, di cui ammiro la professionalità e l’onestà intellettuale, nonché la chiarezza espositiva quando parla di ciò che fa. Per un’appassionata come me non è poco.

Inclusa la breve sosta per raccogliere due amici, poco prima di mezzogiorno siamo all’ingresso dell’area archeologica, in una bella giornata di sole che combatte il fresco frizzantino della Barbagia.

In uno stabile senza pretese, una casetta come tante ve ne sono nella zona, senza concessioni alle suggestioni “nuragiche”, ci accoglie una gentile signora, prodiga di suggerimenti, indicazioni sul percorso e generosa di carte varie, tutte interessanti e ben confezionate: un reprint da Archeologia Viva sulla fonte sacra, due opuscoli su Bitti (chissà perché non su Orani) che invitano, in particolare, a prolungare la gita verso l’area di Su Romanzesu forse anche più interessante di Su Tempiesu, ma questo è un altro film.

Si paga il biglietto di ingresso, tre euro a testa per complessivi nove, poi ottocento metri in discesa, in un bel bosco, seguendo un sentiero naturalistico con indicazioni sulle specie vegetali rilevanti dell’area e si arriva alla fonte. Si ritornerà indietro, in salita, per un percorso alternativo, con i cartelloni delle principali specie animali autoctone (pare ci sia ancora il gatto!)

Ciò che si trova all’arrivo vale la pena delle ore di guida, tutte, anche dell’opprimente monotonia della 131. Non starò ad annoiare i tre lettori istituzionali del blog con una descrizione dell’edificio, non ho la competenza per parlarne e non sono in grado di articolare un discorso interessante in merito. Mi limiterò a segnalare, da semplice appassionata, l’attenzione per il restauro e la salvaguardia, per quanto possibile, del paesaggio circostante, fatto di estrema importanza nella conservazione dei siti antichi, come dovrebbero imparare quegli architetti prestati all’archeologia che pretendono di introdurre fantasiose aggiunte “intonate” con i resti archeologici, con la scusa di una migliore fruibilità, stravolgendo di fatto la percezione di chi, non addetto ai lavori, non può discriminare tra originali e fondali di cartapesta litica.

Per un approfondimento, suggerisco la lettura dell’estratto da Archeologia Viva (che non essendo facilmente reperibile andrete a prendere, compreso nei tre euro del biglietto, durante la vostra prossima visita ad Orune: lo suggerisco e vi piacerà).

http://www.archeologiaviva.it/index.php/article/676/SU-TEMPIESU-DI-ORUNE-E-IL-CULTO-NURAGICO-DELLE-ACQUE.html

Certo, si potrebbe parlare del contrafforte con passaggio pedonabile realizzato sulla parete retrostante il tempietto, ma sarebbe eccessivo: consolidare il versante è una necessità imposta dal tipo di rocce, sconnesse e pericolosamente predisposte alla frana. Si sarebbe potuto fare in maniera meno invasiva, ad esempio evitando il camminamento, ma non si può pretendere troppo.

Dunque tutto bene, per una volta?

Sì… e no!

Vedete la foto allegata? È il retro del biglietto di ingresso ed è la prima volta che mi capita di vedere una cosa del genere.

Andiamo con ordine. Il biglietto costa tre euro e noi eravamo tre. Da che mi capita di visitare siti archeologici in Sardegna, da ben prima che comparissero le cooperative, la prassi è semplice: vengono consegnati tanti biglietti quanti sono i visitatori, oppure si compila una ricevuta in doppia copia con l’importo (identico) che rimane sia nell’originale rilasciato al visitatore, che nella copia del blocchetto. Nel nostro caso, al contrario, ci è stato consegnato un solo biglietto, numerato, in mio possesso, sul quale la gentile signora dell’accoglienza ha scritto ciò che vedete. Sottolineo che ho cancellato la sigla perché non sono interessata a sviluppare una polemica, ma vorrei capire se si tratti di una prassi opportuna o meno, quindi non pare il caso di andare addosso a una persona che con ogni probabilità sta compimento in pieno il proprio dovere.

Però mi resta un dubbio: perché si consegna un biglietto numerato? C’è o no la necessità di individuare il numero di visitatori e dunque registrare gli importi percepiti? Se sì, allora questa prassi è quanto di più antipatico si possa immaginare, perché resta l’impressione, di certo priva di fondamento, che ci sia sotto qualcosa di poco chiaro. Sono certa, conoscendone non pochi, che un tedesco avrebbe sghignazzato dicendo agli amici: «I soliti italiani!»

Insomma, visto che il sito è bellissimo, la natura circostante splendida, l’accoglienza assai professionale, è possibile, con un po’ di fortuna, visitare la fonte in assoluta calma e solitudine, come amo fare: perché non sprecare altri due pezzetti di carta per non lasciare brutte impressioni nei visitatori?

Sarà una mia fissazione, ma preferisco pensare che nel sito di Su Tempiesu non ci siano misteri, né shardanici né di altro tipo.

Chissà se la cooperativa L.A.R.CO. mi darà ascolto.

 

dsatta@katamail.com

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