DESI JONES E LE NAVI DI RUBENS: THE END, CON QUALCHE RIMPIANTO

Allora, piuttosto che rischiare di non vedere le navi, il colloquio è proseguito così:

Desi, mai così accomodante: «Molte grazie, lei è stato gentilissimo!»

Se mi è piaciuto il museo? Forse ne parlo dopo, perché adesso c’è di meglio: aveva ragione il signore in borghese con il badge sul petto o no? Avrei dovuto visitare tutto il museo per poi concludere con le navi di Rubens? Sarà pur vero che entrare in un museo per vedere solo una sala, o un reperto, è una sciocchezza, ma non sarebbero, detto pacatamente – altrimenti spunta fuori qualcun altro/a con/senza divisa – fattacci miei? E se io volessi andare a visitare il Louvre per vedere la Gioconda e basta? Sì, so che si tratta di una fesseria… e quindi?

Dopo la visita, eccoci di nuovo all’ingresso: ci voltiamo attorno e…

…nessuno! Dov’è finito il signore che mi ha spiegato come si visita il museo (e a cui ho dato retta)?

Boh! Però informo i tre lettori istituzionali del blog che attualmente conosco lo stabile come le mie tasche, avendolo visitato tutto fin nei locali più riposti e nascosti – purché accessibili al pubblico – alla ricerca del signore senza divisa ma con il badge. Perfino all’ultimo piano, in una specie di abbaino in cui erano esposte delle orrende croste che un cartello definiva “quadri”. Naturalmente tutto rigorosamente deserto, salvo una turista anglofona cui ho domandato se, per caso, non avesse visto un custode, una guida o qualcosa di equivalente (per la cronaca, no; non aveva visto nessuno, anzi, mi ha guardato stupita per la domanda improvvida: Siamo in Sardegna, ragazzi!).

Di nuovo all’ingresso, in attesa. Firma dell’elegante registro delle presenze (un quaderno) presa visione della documentazione disponibile sui banchi, ovvio incazzo perché avrei potuto mandare a quel paese il gentile signore in borghese e pretendere di visitare subito le navi… il quale signore, invece, con flemma tutta britannica, esce da una porta che non avevo notato accompagnato da tre persone, le saluta e si dirige verso di noi.

Signore in borghese con il badge: «Volete vedere le navi?» (Chissà se il suo libro preferito è Tre uomini a zonzo)

Così, dopo circa due ore, di cui ben quaranta minuti passati a cercare il signore in borghese con il badge, entriamo finalmente nel Finis Africae

No, un momento, questo è un altro film: entriamo nella sala climatizzata in cui sono esposte le navi.

Se avessi iniziato il racconto da questo punto, sarebbe stato la descrizione entusiasta di qualcosa di veramente notevole, sia per la qualità dei reperti che per la decisione di esporli in maniera da consentire al visitatore di salire su un’antica nave imperiale romana. Il relitto della nave di maggiori dimensioni, infatti, lascia uno spazio pedonabile tra due sezioni longitudinali aperte in corrispondente della linea di chiglia, così che si possano osservare sia i dettagli costruttivi dell’interno dello scafo, sia il fasciame, dando per l’appunto l’illusione di essere saliti a bordo.

L’esposizione coinvolge su almeno due piani: il primo legato alla suggestione di trovarsi in presenza di un manufatto antico, più di un millennio e mezzo, che testimonia di un mondo scomparso. Quella nave oneraria, originariamente lunga circa quaranta metri, era uno dei capisaldi della struttura economica della romanità imperiale, capace, questa, di inventare la produzione industriale di massa, l’usa-e-getta, la delocalizzazione nelle aree a minor costo produttivo, l’accumulo di enormi ricchezze. Le grandi navi erano i cargo dell’epoca, il mezzo per trasportare le enormi quantità di merci che si muovevano giornalmente nel Mediterraneo ridotto a via di comunicazione interna dell’Impero e, averne una di fronte, invita prima di tutto al sogno ad occhi aperti: chissà quante storie di uomini e merci si saranno intrecciate tra quelle travi di legno sorprendentemente giunte fino a noi.

Subito dopo, tuttavia, per chi desidera approfondire l’aspetto archeologico, si resta impressionati dalla cura del restauro e dalla genialità dell’esposizione, dalla possibilità di apprezzare i dettagli costruttivi nei dettagli, fino alle sedi dei perni, la scelta dei legni, le soluzioni progettuali e realizzative dell’antica industria navale romana, insomma si apprezza la possibilità di studio sia per gli addetti ai lavori che per gli appassionati (come me). Una visita che balza senza problemi ai primi posti della personale classifica di chi, magari, qualche museo in giro per il mondo l’ha visitato.

Totale?

In totale si resta combattuti tra la gioia per una visita che ripaga da qualunque precedente difficoltà, perché raccomanderei di recarsi al museo anche se la strada per arrivarci fosse lastricata di ragazzine sceme e amministratoti pubblici incompetenti (che altro sarebbero coloro che organizzano un sito come quello di olbiaturismo?) combattuti tra la gioia e l’impulso di urlare di rabbia per la pochezza intellettuale di chi non si rende conto dell’importanza di questo luogo! O peggio, per chi se ne rende conto e non fa niente per renderlo ciò che merita d’essere: indimenticabile!

Vogliamo dirla tutta? Il museo è una creatura partorita dalla testardaggine del dottor Rubens D’Oriano, che, per aprirlo, modificandone la struttura per costringerlo ad accogliere le navi, si è speso con uno sforzo titanico. Sarà pur vero che il Comune avrà fatto la propria parte, sarà vero, come disse il signore in borghese con il badge, che i soldi sono pochi e la papera non galleggia, ma possiamo anche dire che i pochi soldi non giustificano il tentativo di impedirne a tutti i costi la visita? Che non si può lasciare ad un archeologo, per quanto bravissimo, l’onere di curare anche l’organizzazione di un fatto che deve essere allo stesso tempo, come in tutto il mondo normale, prima di tutto culturale ma anche turistico?

Il museo potrebbe essere cento volte più bello, diecimila volte più famoso, centomila volte più visitato se solamente si perdesse, per un momento, la pretesa comune a noi sardi, che i visitatori debbano arrivare per grazia ricevuta ma non richiesta, forse perché siamo belli, immensamente furbi e ci troviamo per le mani la fortuna, del tutto immeritata, di possedere un patrimonio archeologico immenso.

Il trattamento cui viene sottoposto il museo di Olbia è inqualificabile, a partire dalla bizzarria dei quattro orari d’apertura differenti (forse si vuole battere un record per entrare nel Guinness?) alla mancanza di una mappa, un numero di telefono, un indirizzo e-mail cui chiedere informazioni, cosa che, nel terzo millennio, come potrebbe dire un ragazzino delle elementari, equivale a dichiarare che il museo non esiste!

Lo stesso museo, appare come una struttura bellissima poco accordata con ciò che contiene e con i servizi che eroga, come una Formula1 adoperata per andare fino all’angolo per prendere il giornale. E non è una critica alla buona volontà (a parte gli scherzi il signore che ci ha accompagnato ha fatto del proprio meglio, è stato encomiabile e lo ringrazio pubblicamente) ma al risultato, purtroppo distante anni luce da quello che potrebbe essere. Si percepisce, senza difficoltà, la distanza tra i tecnici (archeologo e architetto) e coloro che dovrebbero invece imprimere una direzione precisa al Museo, gli amministratori pubblici, direzione che non può essere lasciata alla buona volontà di un archeologo, per quanto di gran valore.

La domanda è allora: che ci stanno a fare gli amministratori pubblici, quelli che sono eletti e pagati dalla collettività per la promozione della cultura e del turismo? Vorrebbero rendersi conto che cultura non è solo la sagra  del pesce ballerino ma anche i musei, soprattutto quelli con immense potenzialità, come l’Archeologico di Olbia? E che amministrare i denari pubblici non significa solamente suddividerli tra la sagra del bue marino e le stupidaggini pseudo-sarde? Vogliamo ricordare, ad esempio, i soldi buttati via per appoggiare il miniconvegno sulla Scrittura Nuragica?

Ma in tutto questo, che cosa fanno i cittadini di Olbia? O non sarà che hanno esattamente ciò che vogliono?

E a Rubens, quello delle Nvai di Rubens, davvero non vogliamo dare una mano?

 

Desi Satta – dsatta@katamail.com

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5 risposte a DESI JONES E LE NAVI DI RUBENS: THE END, CON QUALCHE RIMPIANTO

  1. pierluigi montalbano ha detto:

    Lasciamo per un attimo i cittadini ai loro svaghi, sappiamo che la cultura non è argomento attraente quanto le veline, ma miriamo alla fatidica domanda che vi/ci ponete: che ci stanno a fare gli amministratori pubblici, quelli che sono eletti e pagati dalla collettività per la promozione della cultura e del turismo?
    La risposta è scontata: il loro ruolo è quello di comparire alle inaugurazioni, non quello di impegnarsi in attività che depauperano risorse economiche a vantaggio di quel manipolo di cittadini che preferisce immergersi nella storia anziché accendere la tv per vedere chi vince x-factor, o peggio, chi sceglie il tronista di turno.

  2. Laura ha detto:

    Il povero signore col badge è semplicemente un custode, unica risorsa umana del museo che fa praticamente tutto, compreso accompagnare le persone a vedere le navi (perchè da soli non si può per motivi di sicurezza) e anche se non dovrebbe assolutamente essere tenuto a farlo.
    Non capisco perchè l’amministrazione non usi i soldi recuperati dalle varie manifestazioni che si svolgono al museo (non le faranno certo gratis, no?) per assumere almeno un paio di persone e rendere il museo visitabile.

  3. Non potrei essere piu’ d’accordo con te. BASTA CON LE STUPIDAGGINI FOLK SARDE! Io amo la mia isola e il mio territorio, ma promuoverne la cultura non significa soltanto organizzare manifestazioni sul cibo o la storia nuragica locale che la gente conosce fin troppo bene. Basta! Promuoverne la cultura significa dare spazio e valorizzare le immense strutture presenti, come il museo archeologico di Olbia. A quando una mostra su un pittore storico? Che non deve essere necessariamente un Monet (Anche se tutti i soldi che si becca il Comune basterebbero ad ospitare personali di questo calibro e importanza) . Basterebbe anche una semplice mostra fotografica per adeguarci almeno al livello del MAN di Nuoro. La location del museo di Olbia e’ tra l’altro infinitamente superiore.

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