SARDI: QUANDO GLI STEREOTIPI SONO AUTOIMPOSTI E BENVENUTI, SOPRATTUTTO PER LA POLITICA

di Gabriele Ainis

 

«Difficile, per chi sta a Roma o a New York, pensare e credere che gli arabi – soprattutto quelli musulmani si sentano schiacciati dal peso enorme dello stereotipo. […] [Però basta] leggere con gli occhi di un arabo (musulmano) il titolo a caratteri cubitali di un quotidiano a tiratura nazionale che recita “Arrestati quattro islamici a Milano” (per terrorismo, ovviamente), dove si è perso del tutto il senso del ridicolo che le parole assumerebbero se fossero prese alla lettera. “Arrestati quattro islamici”, insomma, come si potrebbe scrivere “Arrestati quattro cattolici”, “Presi tre buddisti”, “Ammanettato un gruppo di induisti”.»

Già, e i titoli in cui si legge “Arrestato per evasione un sessantatreenne di origine sarda” in un sito locale toscano? Che vorrà mai dire «di origine sarda», notazione tanto importante da cancellare qualunque altra osservazione sulla personalità o sulla storia personale del sessantatreenne residente a Pescia, evaso e riconsegnato alle patrie galere? Non è curioso che sia ritenuto così importante sottolinearne l’«origine» senza neppure parlare dei reati commessi o della eventuale pericolosità sociale?

Nel caldo di questa estate, così appiccicosa di crisi finanziaria, prima di tutto, ma anche e soprattutto politica, ho deciso di rileggere una pagina del libro di Paola Caridi: Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi.

L’ho fatto perché quando lo lessi per la prima volta, nel 2007, trovai una considerazione sul velo (in arabo hijab) che mi sconvolse e allora, in questo 2012 in cui la politica regionale vive la più grande crisi del dopoguerra (dunque di sempre), l’ho voluta ritrovare per riflettere sulla deriva populista e «identitaria» (qualunque cosa voglia significare) di una classe dirigente sarda avviata alla completa dissoluzione, quindi alla disperata ricerca di un valore da spendere al banco delle elezioni.

Il libro che cito non è un granché. Come dice il titolo è una sorta di repertorio degli stereotipi occidentali sugli arabi e gli islamici, enumerati e discussi allo scopo di mostrare come il mondo arabo (ma direi islamico) sia multiforme e capace di espressioni del tutto equivalenti a quelle dell’altro grande stereotipo che chiamiamo in genere «mondo occidentale». Un saggio che trovo fondamentalmente inutile, poiché non si comprende a chi possa essere indirizzato: coloro che sono abituati all’approfondimento non vi troveranno granché di nuovo, mentre chi si forma un’opinione attraverso i mezzi di informazione di massa non impiegherà del tempo a cercare spiegazioni in un libricino come questo. In più, esso contiene una contraddizione fondamentale, poiché cerca di risolvere uno stereotipo (quello del «mondo islamico») senza prima sviluppare una robusta base di discussione sul suo contraltare (il «mondo occidentale»).

Dunque non ne suggerisco la lettura, ma riporto la frase estratta dalla pagina 33 che, a suo tempo , mi rimase particolarmente impressa. Siamo al primo capitolo e l’autrice è impegnata in un discorso sul velo, sottolineando che esso, visto in occidente come espressione religiosa (ecco lo stereotipo), sia invece tutt’altro. A un certo punto, la considerazione: «[…] attorno al velo […] si è anche creato un conformismo sociale, più che religioso. Un po’ come succedeva, qualche decennio fa, nei nostri Meridioni, dalla Sardegna alla Puglia.»

Non saprei davvero quale Sardegna conosca o abbia conosciuto l’autrice. È vero che da bambino, se capitava di andare a trovare qualche parente nei paesetti del centro Sardegna, ricordo le signore (anziane) vestite di nero e col fazzoletto in testa, ma mia madre (classe 1917) l’ho vista «velata» solo in chiesa e neppure tanto spesso, perché, da un certo punto in poi, un po’ smise di andarci per disgusto (la pedofilia è arrivata di recente in televisione, ma i cittadini la conoscono da ben prima) un po’ si perse la necessità di coprirsi la testa. Insomma, per dirla chiara, che «qualche decennio fa» il fazzoletto rappresentasse un’espressione di conformismo sociale in Sardegna è una solenne puttanata!

E riporta al tema del libro: gli stereotipi.

Sorvolando sulla validità di un’autrice che pretende di dissipare quelli assegnati agli islamici, tenendosi ben stretti gli stereotipi di casa propria, mi sono soffermato su una riflessione: che una signora poco attenta ed attrezzata possa davvero credere ad una Sardegna in cui «qualche decennio fa» le donne andassero velate per conformismo sociale (a Cagliari, mai viste, ed io ho sessant’anni, ma non credo che a Palermo fosse differente!) ci potrebbe anche stare. Probabilmente questa validissima giornalista non sa neppure dove stia di casa la Sardegna. Ciò che non capisco sono gli «indipendentisti sardi» che manifestano striscioni in mano, berritta in testa e gambali alle caviglie, come se davvero i «sardi» fossero questa robaccia, ovvero come se il «sessantatreenne di origine sarda» risultasse, nell’immaginario dei lettori, un essere umano di bassa statura, presumibilmente aduso all’accoppiamento con le pecore, alla ricerca di qualcuno da rapire e con la maschera da mamuthone calzata sul viso (o la berritta in testa, non c’è molta differenza).

Ebbene, lanciando uno sguardo anche disattento alla politica regionale di questi giorni, non si nota altro se non un richiamo (si direbbe «forte») agli stereotipi più beceri che si possono riassumere, senza difficoltà, in: La Sardegna ai sardi!, possibilmente quelli in berritta, gambali e con una fetta di casu marzu sotto l’ascella, poveri vermi!.

Ecco: c’è chi davvero crede che i sardi siano quelli le cui donne portano il fazzoletto in testa, ma ci sono anche i sardi che usano gli stereotipi per mero calcolo elettorale, senza alcuna connessione con la realtà tremenda dell’isola e con la convinzione che sarà questo aggrapparsi al sardo che non c’è di un’isola che non c’è per raggiungere un consenso elettorale in grado di confermare l’attuale sistema di potere in cui si vivacchia alla continua ricerca dei pochi cento euro di contributo comunale, provinciale, regionale..

Curioso che proprio quelli impegnati nell’eliminazione dello stereotipo del pastore sardo in berritta e gambali, sia il primo a proporlo, come se, non avendo altro da dire, si maltratti da sé per poi accusare un non meglio identificato altro di trattarlo da povero depresso culturale.

Fatto che induce ad una conclusione: ma vuoi vedere che questa gente è davvero culturalmente depressa?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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