LETTERATURA SARDA? IMPARIAMO DALL’AFRICA!

di Gabriele Ainis

 

Scrittori sardi, cioè persone capaci di inanellare un bel paio di congiuntivi appresso ad una storia qualunque, essendo in possesso di un certificato di nascita e/o residenza che li qualifichino come isolani, ce ne sono fin troppi, residenti e non.

La letteratura sarda, invece, intesa come capacità letteraria di esprimere una narrazione legata al territorio, attualmente non esiste. Esistono gli scrittori, certo, ma sono come i tessitori che un bel giorno, di recente, hanno deciso di inventare il «tappeto sardo», la cui tradizione non esiste ma non per questo si deve evitare di produrlo, qualora sia capace di portare benefici, ad esempio occupazione, lavoro, possibilità di esprimere la propria fantasia.

Nel caso del tappeto, esso viene apprezzato per il suo essere tutto sommato un falso, uno stereotipo che lo vorrebbe espressione etnica mentre è tutt’altro, la risposta intelligente ad una possibilità di mercato, come le bevande zuccherate. Se nessuno apprezza gli arazzi (questi sì, una tradizione locale, ma chi è che si appende un tappeto alla parete!) mettiamoli sul pavimento e replichiamo i temi iconografici: a forza di fiere e promozioni qualcosa si dovrà pur vendere, soprattutto se la produzione è copiosamente sostenuta da un congruo aiuto regionale.

Nel caso della letteratura è esattamente lo stesso. Non è che non ci sia una tradizione letteraria, anche nelle lingue minoritarie locali (campidanese e gallurese in testa) ma questa non è commerciabile, come gli arazzi, quindi se ne inventa una secondo i desiderata del pubblico, producendo le idiozie di Niffoi, le stupidaggini infantili di Agus e Murgia, le americanate di Soriga, giù giù fino alle cagate di scrittorucoli al limite dell’analfabetismo letterario, che si illudono di fare letteratura per diritto, costituzionalmente riconosciuto, all’esistenza di una lingua in via di estinzione.

Sia chiaro: tutto ciò esula dal dibattito sulla LSC, un obbrobrio pensato da un’amministrazione regionale distintasi, tra le altre cose, per una sorprendente ignoranza e per il totale dispregio della cultura, vista spesso come i turisti vedono il tappeto, ma dall’altra parte del bancone del negozio: il souvenir di una vacanza/un modo per campare, anche a spese di (e non grazie a) storia, archeologia, tradizioni.

In realtà una tradizione letteraria sarda esiste, antica e ragguardevole, ed è, ancora, sotto gli occhi di tutti noi. È prima di tutto tradizione orale e popolare, ciò che è sempre vissuto sotto (e accanto) allo svolgersi della letteratura ufficiale delle classi colte, necessariamente legate al governo di turno, ben più interessate ai canali principali della cultura italiana ed europea, quindi volutamente disconnessa dalle espressioni ritenute meno raffinate, posizione tipica delle élite locali che inseguono la corrente principale nel tentativo di sentirsi meno provinciali.

Se questo tipo di letteratura popolare è in via di scomparsa (anche se c’è chi cerca di lasciarne traccia, pur con risultati alterni) ciò è dovuto all’irrompere dei nuovi mezzi di informazione, al correre veloce di idee e abitudini, al desiderio e possibilità di uscire da un ambito ristretto per cercare di orizzonti più ampi.

Se ciò sia un bene o un male può essere oggetto di discussioni infinite, ciascuno di noi può elaborare una risposta soddisfacente e prenderla per vera.

Ciò che è interessante notare, invece, è la mancanza del desiderio di rendere attuale la tradizione, di trasferirne le potenzialità, seppure presenti, in una chiave moderna, nel tentativo di dare una risposta dignitosa ad una domanda che pare non venga mai posta nei termini corretti: può, la tradizione, essere punto di riferimento per il presente?

In realtà, a parole, la questione viene posta anche troppo spesso, ad esempio da coloro che desiderano trasformare i sardi in macchiette e si recano alle manifestazioni indipendentiste con la berritta in testa e i gambali alle caviglie, o da quanti si illudono di «fare letteratura sarda» perché riempiono qualche pagina in una lingua che non sia l’italiano. Oppure, fatto stravagante, da quanti raccontano di sardi da dépliant turistico, con tanto di leppa in tasca, maschera da mamuthone sul viso e fetta di casu marzu sotto l’ascella. Fieri, barbari, testardi, generosi… Niffoi! Come direbbe qualcuno, Basta la parola!

In tutta evidenza, alla questione dell’attualizzazione della letteratura sarda, ovvero ad una produzione letteraria moderna ancorata alla tradizione, non si risponde in questa maniera, tutt’altro, né vi si possono cimentare i Murgia o i Soriga, interessati a vendere, non alla cultura (e del resto: chi potrebbe dar loro torto?). Men che meno coloro che si illudono di essere «autori sardi» perché si cimentano con una delle lingue minoritarie.

Una possibile strada arriva dall’Africa, madre di tutti noi e spesso (a parte le suggestioni e gli stereotipi) sorgente di saggezza, tra l’altro tutt’altro che antica, com’è il caso di Hamadou Hampatè Bâ.

Leggere il suo L’étrange destin de Wangrin; ou, Les roueries d’un interprète africain (in italiano: L’interprete briccone, ovvero Lo strano destino di Wangrin) significa riconnettersi direttamente alla tradizione orale dei griot, i cantastorie incaricati di conservare l’anima etnica delle popolazioni prive di scrittura. Il romanzo, considerato spesso una delle più alte espressioni della scrittura africana, è però tutt’altro che un polpettone alla Murgia o un’accozzaglia di stereotipi alla Niffoi. Si tratta invece dello sforzo letterario di un africano moderno, desideroso di interrogarsi sulla validità della propria tradizione, sulla sua attualità e sulla possibilità che essa possa essere d’aiuto per la lettura dell’africano d’oggi. Per chi ha vissuto un poco d’Africa al di fuori degli stereotipi turistici delle vacanze tutto compreso, incluso safari nel parco più vicino, il romanzo di Hampatè Bâ incarna le odierne, profonde contraddizioni valutate alla luce di una tradizione che affonda le radici in un passato immemorabile eppure vicinissimo. E ciò, è bene dirlo, con una scrittura che rende conto proprio della qualità di una letteratura orale, ed è proprio questa una delle caratteristiche stupefacenti di Hampatè Bâ. Non un romanzo «occidentale» che parla d’Africa, ma il linguaggio africano che parla di sé.

Lo stesso potrebbe essere per la Sardegna, perché la tradizione letteraria è tutt’altro che assente, ma per un’operazione di questo tipo ci vorrebbe un intellettuale, non i pagliacci che vivacchiano dalle nostre parti tra una tenzone letteraria e l’altra, passando per la casa editrice amica pagata con i fondi regionali!

Ah, dimenticavo: Hampatè Bâ scrisse in francese essendo fulbe, perché desiderava far conoscere l’Africa e interrogarsi su di essa. Se avesse deciso diversamente, e ne avrebbe avuto la possibilità, se lo avesse voluto, forse non conosceremmo neppure il suo nome. Come dire che avrebbe tante lezioni da impartirci, se solo avessimo il desiderio e la volontà di ascoltarle.

Chissà se qualcuno degli «scrittori sardi» l’ha mai letto…

…e soprattutto se l’ha capito!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a LETTERATURA SARDA? IMPARIAMO DALL’AFRICA!

  1. Giorgio Masia ha detto:

    Caro Ainis
    nel tuo articolo descrivi alla perfezione il rapporto tra uno scrittore, la sua lingua e la lingua della metropoli. Hampatè Bâ è accettato come scrittore in Francia non perchè scrive in questa lingua di un argomento qualsiasi, ma perchè scrive di Africa, e solo di Africa. Nessuna casa editrice accetterebbe suoi scritti con argomenti differenti; lui deve rappresentare l’uomo della colonia nella metropoli, che scrive nella lingua della metropoli. Se scrivesse nella sua lingua non lo tradurrebbero, per molto interessanti che siano le sue storie.
    Noi sardi non dobbiamo imparare dall’Africa, almeno in politica linguistica, dobbiamo invece imparare dai popoli che hanno difeso la loro lingua, minoritaria e minorizzata, hanno creato uno standard e la hanno normalizzata. Non dobbiamo avere questo rapporto colonialista con la nostra lingua dominante, che tanto tu auspichi.

  2. Giorgio Masia ha detto:

    Caro Ainis
    Ieri ho scritto un commento all’articolo per cercare di aprire un dibattito con qualche altro lettore partendo dalle tue considerazioni. Siccome oggi non vedo nel tuo blog quanto ho scritto , suppongo che l’ho postato male. Ritento.
    Scrivevo che il tuo articolo invitando chi si occupa di letteratura sarda di imparare dall’Africa mi sembrava, e mi sembra, una esatta descrizione di ciò è la letteratura post- coloniale. Mi spiego: lo scrittore Hamadou Hampatè Bâ scrive sicuramente storie bellissime della sua Africa, storie che come scrivi “….si riconnettono direttamente alla tradizione orale…” . Queste storie sono nate quindi in un’altra lingua, non in francese come ora vengono pubblicate. Se Hampatè Bâ scrivesse le sue storie nella lingua in cui sono nate, non verrebbero mai tradotte, l’editoria francese non se ne occupperebbe. Hampatè Bâ scrive in francese, e scrive ciò che i francesi si aspettano che scriva uno scrittore africano, storie africane nella lingua della metropoli, perchè un creolo, per essere accettato, deve scrivere di cose creole nella lingua dominante.
    In Sardegna la tradizione letteraria è tutt’altro che assente, come scrivi, ma l’invito che tu rivolgi a imparare dall’Africa è di stampo neo-colonialista. Le storie sarde, e le storie non sarde ovviamente, possono essere benissimo scritte in sardo, e fatte conoscere al mondo a partire dalla nostra lingua. Cordialmente Giorgio Masia

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