HO SCOPERTO IL DIO DELLA SPIAGGIA

di Gabriele Ainis

 

Tempo d’estate e di turisti. Pochi, sparuti e incarogniti dalla nostra insipienza di sardi poco dediti alle faccende serie. Come al solito nella nostra storia recente, ma mica poi tanto, ci preoccupiamo di una lunga sequela di sciocchezze (sa limba, in primis) e non siamo capaci di mettere in atto uno straccio di azione politica per contrastare un chiaro abuso quale la costituzione di un cartello che ci ha imposto improvvise – e ingiustificate – elevatissime tariffe per il trasporto navale. Sono state raddoppiate e noi nulla, salvo le solite proteste cui siamo abituati e che non risolvono niente, perché non si tratta di far aprire i cordoni della borsa al primo Cappellacci che capita ma di porre in essere un’azione “politica” seria, cosa alla quale la nostra classe dirigente non è abituata.

Fa niente, prendiamola come viene, non è di questo che vorrei parlare, anche perché in fondo ho provato un certo piacere nel notare una decisa diminuzione del turismo nelle spiagge che amo di più, nel Sinis. Quest’anno i turisti li cerchi col lanternino e non li trovi. Quelli cretini se ne stanno tranquilli a contare gli ortostati di una tomba di giganti, mentre coloro che decidono di frequentare le spiagge di quarzo, soprattutto dalle parti di Seu, sono persone simpatiche, amanti delle camminate sulla spiaggia e del suono del vento, delle onde, della sabbia che scrocchia sotto i piedi. Uno ligure, almeno il doppio di me, ma non ci vuole molto, l’ho rimproverato perché se andava a spasso con le canne da pesca, mentre nell’oasi la pesca è interdetta, come del resto tutto quanto non sia camminare o prendere il sole. Non mi ha neppure mandato a fare in culo, ci è rimasto male come un ragazzino colto con le dita nella marmellata ma poi si è vendicato con la storia delle tariffe dai traghetti, maledette: “Voi sardi siete peggio di noi liguri! Almeno noi i turisti facciamo di tutto per farli arrivare!

E poi li spennate per bene, ho rimuginato, evitando di manifestare il mio pensiero perché anche la pazienza di un ligure beneducato avrà pure dei limiti, senza considerare che quanto a spennare i forestieri ci difendiamo benissimo anche noi, quindi non è il caso di sottilizzare eccessivamente.

Insomma il rincaro dei traghetti e la crisi mi ha permesso di rivedere la spiaggia di Maimoni come la ricordavo molti anni addietro: poca gente, pochi ombrelloni (bisogna portarseli a coddu e le macchine non possono avvicinarsi all’arenile) nessuno che pensi a portare i malloreddus con sa bagna campidanesa e il bottiglione di nieddera, lasciando la spiaggia uno schifo dopo la dipartita pomeridiana. Una specie di piccolo paradiso in rinascita, quindi, con distese di gigli che scaldano il cuore e le piantine autoctone a rivendicare un ruolo sempre più vicino alla spiaggia.

In definitiva la decisione di istituire l’area protetta ha sortito qualche effetto, anche se i maleducati ci sono sempre, gli incivili pure e di stupidi è pieno il mondo, anche di quelli in buona fede. Uno, ad esempio, nuotava lungo la riva con la mascherina e le pinne, prendendosi la briga di estrarre dall’acqua brani di plastica varia: rossi, bianchi, verdi, azzurri… Bravo, no?

No! Perché poi li abbandonava sull’arenile, alla mercé del vento che li avrebbe risospinti in mare o trasportati nella macchia, a decomporsi, generando tanti piccoli, minuscoli, invisibili monomeri cancerogeni e mutageni, tutti a disposizione degli esseri umani e del resto degli animali (spero che questi non si adombrino per l’accostamento) per non parlare delle piante.

Ecco, levare dall’acqua la plastica per poi far sì che ci ritorni è inutile, tempo sprecato, come lamentarsi continuamente: perché invece non inventarsi qualcosa di utile?

Io, ad esempio, ho la presunzione di averlo fatto, generando il Dio della Spiaggia di Maimoni, quello rappresentato nella fotografia.

Sì, è un’accozzaglia di spazzatura, anche se con la mania dell’arte informale e l’aiuto di un critico  con la faccia come il culo (non che non ce ne siano) si potrebbe addirittura chiamarla Arte. Io però l’ho buttata sulla religione. Quando i curiosi mi hanno chiesto cosa diamine fosse quel mucchio di spazzatura, ho detto che era il dio della spiaggia, una divinità inquietante che domanda agli uomini di essere condotta lontano e precisamente conferita ad una discarica, pena sette anni di guai e un immediato prurito al sedere. L’ho anche battezzato: si chiama Deus Scarriga, assonanza con la sua residenza avita. Non so se ho convinto qualcuno ad interessarsi di lui, spero di sì, perché se tutti noi, quando andiamo in una bella spiaggia che vorremmo selvaggia, portassimo via un bel chilo di plastica e porcheria varia, improvvisandoci operatori ecologici (ma sì, spazzini) non faremmo un qualcosa di utile piuttosto che lamentarci e basta? Oppure è meglio girare per la campagna e portare via, per caso, il frammento di un bronzetto?

Ecco, potremmo anche dire ai turisti che la piantino di fare gli idioti cercando Yahwè, soprattutto se ripetuto tre volte, sarebbe molto più utile e gradito se lasciando la spiaggia portassero con sé una sporta di spazzatura, tanto sono abituati a leggere le cacche di cane credendo che si tratti di scrittura nuragica quindi la puzza non li spaventa di certo.

Ovviamente l’ho detto anche a dei ragazzini. Una bimba di una decina d’anni mi ha anche ringraziato, dicendomi che è davvero una buona idea e se tutti facessero come me…. Se me lo dice un bambino quasi quasi ci credo, e comunque a me basterebbe convincerne uno e sarebbe comunque un bel risultato: con tutta l’idiozia che gira, se non ci pensano loro il mondo rischia di trasformarsi in un luogo invivibile (certo che chiedere aiuto ai bambini…!).

Mi raccomando: se andate sulla spiaggia e vedere Deus Scarriga state attenti e rispettate il suo volere, altrimenti non lamentatevi per su papingiu a culu: ve lo siete voluto!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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