ESTATE, TEMPO DI VISITE ARCHEOLOGICHE

di Giampaolo Loddo

 

…e allora Ottavio mi fa: Dai, quest’anno voglio darti retta e visitare un paio di quei mucchi di sassi di cui vai tanto orgoglioso. Ho prenotato per le ultime due settimane di luglio: mi dai qualche dritta?

Il mio amico scherza, naturalmente, perché le due settimane le passa sulla spiaggia, sole o non sole, e la sera esce per cena, naturalmente pesce, e poi un gelato o qualcosa da bere per tirare tardi. La mattina dopo, spiaggia, la sera cena…

E la spiaggia dev’essere a pochi metri dal luogo in cui dorme, naturalmente, ci dev’essere un bel po’ di gente con cui condividere il casino estivo perché è abituato a vivere circondato dalla gente, dai servizi, bar, ristoranti, negozi… la doccia sulla spiaggia, l’ombrellone e le sdraio bell’e pronte, in prima fila pagando il giusto (e comunque lamentandosi perché quelli che hanno i soldi sono tirchi, altrimenti non li avrebbero fatti). Ad Ottavio le case sulla spiaggia non danno alcun fastidio, anzi, l’importante è che ci stia lui e la mattina, con comodo (con l’età ha problemi di evacuazione) impieghi pochi minuti per accomodarsi sulla sdraio e cominciare a parlare con il vicino di ombrellone, lamentandosi che la Sardegna è uno schifo perché non ci sono i servizi e quelli che ci sono, costosissimi, lasciano anche a desiderare.

Ottavio è una brava persona, quanto può esserlo uno che vive tirando sui prezzi dei fornitori e sugli stipendi dei dipendenti sette giorni la settimana, per poi cercare di spuntare un buon prezzo di vendita presso i clienti nel tempo rimanente, altri sette giorni la settimana, perché non si ferma mai, neppure la domenica e non distingue tra vita e lavoro. Come abbia fatto a trovare il tempo per vivere quattordici giorni la settimana, come fa lui, non ne ho idea, né credo che me lo dirà perché è il suo segreto, però ci riesce. Allora, tutti gli anni, si ritaglia due settimane a luglio (che sarebbero le quattro dei suoi dipendenti, solo che lui è capace di farle durare solo due) e se ne va al mare.

In Sardegna.

Avrebbe potuto acquistare una casa e infatti ha valutato l’idea come investimento, però ha preferito comprare in riviera, perché in fondo dei sardi non si fida e non si è mai pentito della scelta.

Perché dovrebbe perdere tempo per visitare un nuraghe anziché restare sulla spiaggia? E poi, una volta che ne avesse visto uno, per quale arcano motivo visitarne un altro? O Una domus de janas, che in fondo è solo un buco nella roccia e probabilmente neppure riuscirebbe ad entrarci perché Ottavio peserà centoquaranta chili (ultimamente si è messo a dieta)?

Intendiamoci, non è una persona ignorante: ha conseguito una laurea (in chimica, voluta fortemente dal papà perché c’era da rilevare la fabbrica) trova anche il tempo di leggere qualche libro (senza esagerare, nella media italiana) si esprime in un italiano dignitoso, insomma fa parte della buona borghesia provinciale che produce, consuma, fa girare i soldi e si sente realizzata e culturalmente sufficiente.

La verità è che quella del turismo «culturale» in Sardegna è una follia germogliata nei pensieri dei pochi sardi che, appassionati di archeologia e giustamente orgogliosi del poco di «naturale» (qualunque cosa voglia dire) ancora presente sull’isola, vorrebbero proiettare i propri orientamenti culturali sull’intero genere umano, immaginando una regione in cui nuraghi&C siano capaci di attrarre grandi masse di viaggiatori esigenti, dotati di quattrini, desiderosi di arrampicarsi su colline impervie alla caccia del nuraghe «strano», sia esso bilobato o nato come nuraghe a corridoio e successivamente completato da una torre a tholos e magari disponibile a passare un paio d’ore seduto in una sala ad ascoltare una conferenza.

Ad essere obiettivi, se quella di Ottavio non fosse stata una boutade – in fondo, soprattutto quando gli conviene, è anche un signore ironico (gli occorre per vendere meglio il proprio prodotto)  – devo ammettere che sarei stato in difficoltà. Per la maggior parte delle persone, la «cultura» da consumare (o di cui fruire, non vedo tutta questa grande differenza) è la mostra eclatante, l’evento, il «pezzo» rinomato contenuto nel «famoso museo» (ad esempio Van Gogh, Leonardo, i tesori dell’Egitto o dei Maya) mentre la «nostra» cultura richiede un approccio più raffinato (spero di non essere frainteso!), intendendo con questo una maggiore consapevolezza di quanto si va a vedere. Per commuoversi di fronte al corridoio megalitico (e ipogeico, per certi versi) del famoso Santu Antine, ad esempio, è necessario contestualizzarlo in un ambito il cui accesso è tutt’altro che semplice o intuitivo, né si può davvero pensare che le guide della cooperativa che gestisce il sito (a volte sufficienti, altre da dimenticare) possano ovviare all’inconveniente: una visita a sa Domu ‘e su Re, diciamocelo, è tutt’altro che eclatante o da consigliare agli amici per la maggior parte delle persone.

Né sarebbe ragionevole il concetto soriano del «Betile», il faraonico progetto da caricare sulle spalle dei contribuenti senza un chiaro concetto del valore culturale del «contenuto», tanto da sospettare che si volesse, in realtà, indirizzare l’attenzione sul «contenitore», di pregio, forse, ma sempre scatola vuota. Siamo davvero disposti a credere che il Betile avrebbe trasformato Cagliari in un centro turistico (o contribuito alla trasformazione)?

Quindi niente «turismo culturale»?

No, tutt’altro. La cultura come sottoprodotto di un turismo consapevole è assolutamente raccomandabile. L’importante è non trasformarla in utopia, esattamente come la fruizione delle spiagge, che si vorrebbe rispettosa della «natura» (concetto fumoso da adattare alle proprie esigenze) ma, allo stesso tempo, si desidera incrementare in senso numerico, come se l’aumento della massa dei bagnanti non si traducesse (ovviamente ed automaticamente) in un maggiore impatto ambientale!

Forse, dovremmo riflettere su qualcosa che alcuni intellettuali benpensanti (ad esempio Settis) cercano di suggerire da tempo, di solito inascoltati: la cultura (il «paesaggio» culturale) non è un «bene» spendibile in senso economico, né dev’essere costretta all’interno di una cornice di auto sostenibilità. Bisogna essere pragmatici, certo, ma il suo senso primario è quello di un accrescimento dell’uomo, non altro. Così come la protezione del paesaggio (anche le spiagge, certo) è prioritario, ma non per attrarre il turismo, anzi, potrebbe darsi che un «certo» turismo ne venga necessariamente respinto.

Ad Ottavio non darò «dritte», tanto non gli occorrono: ciò che ama «consumare» lo conosce benissimo e non ha bisogno di me. Ciò di cui potrebbe fruire, al contrario, non l’ha mai imparato, perché la scuola non glielo ha insegnato: non posso supplire certo io. E su questo bisognerebbe riflettere!

 

michael.ventris@googlemail.com

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