RAZZISTI A PAROLE

di Ario Gesbis

 

Il 14 febbraio 2011, Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, intervistato dalla Padania, dichiara: «So che la Lega non è razzista» (Riportato ne L’Unità, 14 febbraio 2011).

Da parte mia, oggi, 6 agosto 2012, So che Pierluigi Bersani non ha tutti i neuroni a posto! Posso ricordargli una delle tante dichiarazioni dell’europarlamentare Mario Borghezio, ad esempio quella che circola su Youtube relativa alla «festa dei Popoli» del 14 settembre 2008?

«Gli immigrati che annegano inquinano le acque di Lampedusa»

Purtroppo, Bersani non è l’unico – ma è un buon esempio – a non realizzare come la definitiva caduta del razzismo biologico, spazzato via dalla genetica, abbia tutt’altro che debellato la pratica quotidiana del razzismo. Del resto, confondere questo con la difesa del concetto biologico di razza è del tutto fuorviante, nonché antistorico.

Il bel libro di Valentina Pisanty, La difesa della razza (La difesa della razza : antologia 1938-1943, Milano, Tascabili Bompiani, 2006), ad esempio, illustra con dovizia di particolari e citazioni, come anche all’interno della più becera rivista razzista del fascismo coesistettero a lungo tre anime differenti, e fu forse il concetto di razzismo mistico e culturale di Evola a prendere definitivamente il sopravvento (anche perché difendere il concetto di razza italica da un punto di vista biologico, viaggiando da Mazzara del vallo a Trento, risultava poco sensato!).

In realtà, come sottolinea questo bel libricino di Faloppa, esistono (e sono attivi) molti tipi diversi di razzismo, prescindendo più o meno tutti dal dato scientifico (genetico) che sgombra definitivamente il campo dalla possibilità dell’esistenza di «razze umane». Non sarà superfluo notare, inoltre, come il risultato scientificamente provato sia del tutto inessenziale per il sentire comune, tanto più in un luogo come l’Italia (e la Sardegna in particolare) in cui la cultura scientifica (e il lessico associato) trova spazi sempre più angusti. Quanti cittadini, in media, posseggono gli strumenti per interpretare correttamente la conclusione fornita dalla genetica, convincendosi nel profondo che un essere umano con la pelle nera che scende da un aereo proveniente da Lagos sia in tutto e per tutto come noi (bianchi)?

Se la genetica sancisce l’inesistenza delle razze, ciò non è un motivo sufficiente per eliminare i meccanismi che portano all’intolleranza nei confronti del «diverso», categoria necessaria per una stabilizzazione di un concetto rassicurante di «identità». Questa appare, attualmente, la leva più efficace per la generazione di intolleranza e razzismo, poiché, proprio a causa dell’essere priva di una qualsivoglia definizione, si adatta splendidamente ad essere adoprata di volta in volta come contenitore da riempire con quanto necessario, non senza tentativi di creazione ex novo dello stesso contenitore (come insegna il «padano» della Lega Nord o il «nuragico» della nostra isola). Tutto ciò, naturalmente, attraverso l’uso di un lessico opportuno, da far diventare tanto comune da eliminare la necessità di discuterlo, ignorandone in tal modo i potenziali pericoli da esso veicolati.

Di questo si occupa Faloppa, spaziando nel linguaggio quotidiano, da Baby immigrato a Discriminazione transitoria positiva, da Clandestino a Gruppo etnico: un’analisi spietata dei termini che ci accompagnano ogni giorno nel tragitto verso la creazione di barriere discriminatorie e stereotipi pronti all’uso.

Interrogarsi sull’effetto dirompente delle «parole» e dei luoghi comuni presenti nei discorsi comuni dovrebbe rappresentare una prassi particolarmente raccomandabile, poiché è proprio la quotidianità – le abitudini consolidate e non più oggetto di attenzione – che nasconde il radicamento delle idee razziste e ciò è tanto più vero in realtà culturalmente (e oggettivamente) fragili come la Sardegna. Osserva Faloppa:

«Esistono […] Razzismi alimentati da forme di nevrosi individuali e collettive che ci portano a riversare sugli altri – spesso per compensare quella che il sociologo Marco Revelli ha definito “ansia da declassamento” – inquietudini, invidie, frustrazioni»

Ciò appare particolarmente calzante per il vezzo isolano di cercare in un nebuloso «esterno» – di solito i «continentali» – l’origine dei mali passati e presenti che hanno afflitto e affliggono l’isola, innescando un meccanismo (ormai) automatico che azzera le responsabilità locali, seppure evidenti, sollevando il «sardo» da qualunque colpa – passata, presente e futura – e impedendo, in tal modo, la necessaria presa di coscienza per un’analisi credibile della realtà, dunque per la messa a punto di strategie efficaci nella soluzione delle crisi. Il meccanismo di rimozione delle proprie responsabilità (prima individuali e successivamente collettive) viaggia a bordo di un lessico stereotipato, talvolta particolarmente virulento, sostenuto – circostanza per certi versi sorprendente – da certa intellettualità dichiaratamente «progressista» che evita accuratamente di stigmatizzare l’errore dell’adozione acritica dell’equazione che vorrebbe l’equivalenza «sardo»=buono, «altro» (ma soprattutto «continentale»)=cattivo.

Ecco dunque la nascita degli «imprenditori/prenditori», razziatori di risorse pubbliche sottratte alla sovranità dei «sardi», la lingua sarda vista come motore di sviluppo (una sciocchezza talmente evidente da far dubitare della buona fede dei propugnatori), oppure i partiti «romanocentrici» posti in contrapposizione con quelli «sovranisti», come se non fosse evidente, anche al più distratto degli osservatori, l’inconsistenza profonda (culturale, prima, e politica, poi) di questi ultimi, incapaci di elaborare risposte credibili ai gravi problemi dell’isola.

La lettura del libricino di Faloppa (da raccomandare per i più giovani, poiché facilmente riconducibile alla quotidianità dei mezzi di informazione) dovrebbe stimolare una riflessione sul «parlare senza riflettere» così comune in Sardegna e ormai patrimonio comune del dibattito politico, in cui il «sardo» («buono», peraltro mai definito, da contrapporre a un «altro» altrettanto poco specificato), pare abbia assunto tanta e tale rilevanza da invadere il dibattito politico e culturale.

Raccomandato a quanti, nella generale mediocrità, si illudono di «fare cultura» rimasticando stereotipi scontati e, questo davvero incomprensibile, seme di razzismo.

 

Un piccolo aneddoto in chiusura. Di recente, come ausilio alle mie riflessioni, rileggevo il libro della Pisanty, “La difesa della razza”. Un conoscente in visita, vedendo il volumetto sul tavolo, mi guardò e mi disse: «Ah, anche tu? Sai, è consolante sapere che una persona intelligente come te difende la razza, perché oggi non se ne può parlare e bisogna star zitti anche quando si sa di aver ragione. Guarda i negri ad esempio, sono capaci solamente di fare i muratori i camerieri e i venditori ambulanti, però alla televisione ci dicono che sono uguali a noi: ma ti pare una cosa sensata?»

 

Federico Faloppa – Razzisti a parole (per tacer dei fatti) – (Roma Bari : GLF editori Laterza, 2011)

 

ario.gesbis@virgilio.it

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