INDIPENDENTISMO SARDO: L’ARMA SEGRETA

di Gabriele Ainis

 

La nostra isola detiene un buon numero di primati. Per fortuna, sono tutti negativi!

Senza citarli tutti (ci vorrebbe qualche settimana) ne possiamo enumerare qualcuno, tanto per passare il tempo e descrivere, a grandi linee, la società che ci siamo creati con stolida pervicacia in lunghi anni di autolesionismo:

giovani: pochi (le donne non fanno più bambini) però in gran parte disoccupati perché, essendo rari, non vogliamo certo che fatichino (paboritteddus);

infrastrutture: non pervenuto, ma le poche previste del tutto inutili, salvo per coloro che ci vivono realizzandole (a babbo morto, ovviamente) e i pochi che ci lucrano (sempre gli stessi, amici dei mattoni, o dei Massoni, non ricordo mai cosa sia più vero);

cemento: tanto e ovunque, pubblico e privato, posto che si capisca la differenza; in genere il privato guadagna con quello pubblico (ma non né una novità);

industria: addio, neppure la pena parlarne perché alla lunga le orazioni funebri stancano e, dopo le prime centinaia, le altre perdono mordente;

pastorizia: nuragica, quando non neolitica; abbiamo inventato il pecorino sferico, quello che non si vende mai da qualunque parte lo si guardi e la pecora double-face: quando la rivolti compare ancora una pecora, maledizione, mai che salti fuori una Lamborghini;

turismo: stagionale e bislacco, generatore di precariato e sottoccupazione, ad elevato costo ambientale e poco remunerativo per la collettività perché largamente in nero; ne siamo orgogliosamente soddisfatti e desideriamo incrementarlo per andare anche peggio; magari cementificando anche le terrazze delle ville abusive costruite sulla spiaggia;

cultura: poca, ma fortunatamente mediocre, se non pessima; peggio di così è impossibile, quindi ci sentiamo di aver fatto davvero un buon lavoro.

 

Insomma, un luogo lontano e provinciale in cui si vivacchia attorno al posticino pubblico (ma talvolta è tutt’altro che -ino perché siamo pieni di enti inutili e di funzionari lautamente pagati) rigirando più volte lo stesso minestrone e arrivando ad importare la lattuga e i peperoni in vendita nei supermarket. Esportiamo essenzialmente prodotti petroliferi (ma importiamo tutte le materie prime) e, se dovesse chiudere la SARAS, che moltissimi detestano (vai a capire per quale motivo visto che volenti o nolenti è lo zoccolo duro del nostro PIL), l’economia isolana andrebbe a donne perdute nel giro di qualche ora.

Contenti?

Si dirà che non siamo soli, ad esempio ci sono le Comore che ci superano di qualche lunghezza (in negativo, ovviamente, in realtà ci seguono) eppure voglio citare un primato che tutto il mondo ci invidia perché è solo ed esclusivamente nostro: l’arma segreta del moviment(in)o indipendentista sardo.

C’è chi usa le bombe, chi gli attentati, i kamikaze (ultimamente sarebbe meglio dire shahid, perché i giapponesi hanno ben altro cui pensare) oppure i metodi legali e democratici, come la Scozia, che tra breve diverrà un tormentone insopportabile in tutti i blog dell’isola.

Noi no, non scherziamo, dobbiamo distinguerci dagli altri, come al solito: noi usiamo le cazzate! Siamo gli unici al mondo, in ogni tempo e luogo, capaci di pensare che l’indipendenza arriverà a colpi di enormi, incommensurabili, ipergalattiche cazzate, ma non solo. Saranno proprio loro, le cazzate, a portarci il benessere e il dominio del mondo!

I temi non mancano: dalla pretesa autosufficienza energetica (peccato che il petrolio arrivi dall’esterno, ma è naturalmente un optional) alla bizzarra commistione tra archeologia e politica, inaugurata da Lilliu eoni fa e perseguita fino ad oggi con rara testardaggine. Insomma da Atlantide alle tegole fotovoltaiche via LSC&C, la lingua che non deve chiedere mai!

Esempi?

Andiamo in Europa così ci regalano un miliardo di euro all’anno (Autore: Franciscu Sedda).

Quando il PSd’Az corre da solo, vince! (Autore, Gianfranco Pintore dopo il clamoroso exploit del partito alle amministrative 2012 a Bolotana: 350 voti, neppure un consigliere comunale!)

L’arcaicità moderna (Autore, Gavino Muledda, Rossomori)

Non sono neppure le più eclatanti, né esiste un limite superiore per numero e/o idiozia!

È un guaio, tutto sommato, perché, sebbene questa stravagante categoria di «pensatori» raccolga pochi consensi (c’è anche chi è riuscito a dilapidare il patrimonio culturale e politico del partito di Lussu), poiché è indubbio come la Sardegna si trovi in una condizione particolare a causa della propria collocazione geografica e della mancanza di materie prime, il suo esser parte dell’Europa renderebbe necessaria una continua riflessione sugli strumenti legislativi necessari all’attenuazione del disagio. In altri termini, pur considerato come non si possa rivendicare a priori un tenore di vita europeo (non si vede in base a quale principio i sardi avrebbero il diritto di ricevere i quattrini per ottenere magicamente il medesimo tenore di vita dei tedeschi) si dovrebbe discutere riguardo i principi sui quali basare la possibilità di ridurre il divario, senza cadere nell’equivoco che il solo essere europei lo renda automatico.

Ciò non è nulla di diverso dalle rivendicazioni di qualunque altro territorio che pone le proprie particolarità all’attenzione degli organi di governo, sottolineando i bisogni e contrattando (in senso alto, naturalmente) la concessione di particolari attenzioni.

Naturalmente, riflettere sui propri bisogni e sulle possibili modalità di mediazione con i governi nazionali e/o sovranazionali richiederebbe preliminarmente un’analisi attenta delle proprie criticità ed è in questa fase che un eventuale movimento politico attento prima di tutto alle istanze locali potrebbe contribuire. Ad esempio sfruttando la conoscenza del territorio, il contatto giornaliero con le popolazioni, la conoscenza di problematiche di solito ignorate da chi opera in ambiti più vasti.

Ed è precisamente a questo punto che, in Sardegan, entra in gioco l’arma segreta! Piuttosto che analizzare la condizione isolana, i mostri sacri dell’indipendentismo spacciano cazzate su cazzate, rivendicando la possibile autonomia energetica, finanziaria, produttiva, come dati di fatto incontrovertibili, scambiando sogno e realtà ma soprattutto dimostrando come – esempio unico di cui andare davvero orgogliosi – coloro che si richiamano alle istanze locali siano clamorosamente ignoranti riguardo ad esse!

Il risultato è scontato: se i cosiddetti «intellettuali indipendentisti» sono i primi a non capire un belino della realtà sarda, come stupirsi se altri ne sfrutteranno le cazzate per fini meramente elettorali?

Perché in fondo il piccolo problema è proprio questo: mentre i movimenti localisti «normali» (ad esempio la lega) pongono all’attenzione della collettività problemi reali (si può discutere delle soluzioni proposte, ma una «questione settentrionale» esiste, e come se esiste!) in Sardegna pare che la «questione sarda» sia solo un’enorme congerie di cazzate, ovvero, tradotto nel linguaggio ovvio della quotidianità, che una «questione sarda» non esista!

Peccato, davvero, che con questi «idioti» (detto in senso dotto, prego) non si possa ragionare.

Perché, altro record, dalle nostre parti gli «idioti» sono anche cretini (e un poco cazzoni)!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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