MENTE E PAESAGGIO

di Gabriele Ainis

 

In un momento in cui, nella nostra Sardegna, la giunta Cappellacci procede al disinnesco del PPR voluto dalla precedente amministrazione Soru – e le associazioni ambientaliste si preparano al contrasto -potrebbe essere interessante riprendere in mano questo piccolo saggio di Ugo Morelli, Mente e paesaggio, non recentissimo (del 2011) ma la cui lettura invita alla riflessione sul senso da attribuire all’oggetto del contendere: il paesaggio.

Nella percezione del paesaggio esistono fondamentalmente due posizioni: considerarlo come fatto esterno a noi, così da rapportarci ad esso come con qualunque altra espressione della natura in cui c’è un io osservatore ed un osservato, su cui eventualmente agire per adattarlo ai nostri bisogni. Oppure ritenerlo emergente da un’interazione in cui non si pretenda di individuare un soggetto attivo ed un oggetto passivo, in una sorta di processo di controreazione in cui la proiezione del paesaggio mentale presente dentro di noi contribuisce alla determinazione dell’esterno che poi si osserva, essendone quindi influenzati.

Morelli prende convintamente posizione per la seconda opzione, così da sviluppare una riflessione profonda sul senso da attribuire al paesaggio nell’ottica del considerarlo, prima di tutto, parte di noi, dunque risultato di storia personale, complessa e articolata, difficilmente descrivibile in termini meramente razionali e legata invece ad affetti, ricordi, esperienze, immagini e dati sensoriali annidati nella mente in continuo divenire.

Non sfuggirà come, in un luogo come la Sardegna, in cui si discute animatamente attorno all’identità, voler considerare il paesaggio prima di tutto come costruzione mentale sia particolarmente proficuo, poiché, qualora l’ipotesi fosse corretta e il paesaggio parte inscindibile di noi accoppiata con l’oggetto d’osservazione, questo – il paesaggio – diventerebbe espressione identitaria.

Si tratterebbe poi di ragionare sul senso da affidare alla categoria dell’identità, naturalmente, nel senso che l’esistenza di un’identità collettiva darebbe al paesaggio senso differente rispetto alle conclusioni ottenibili dall’idea che essa sia essenzialmente individuale.

La posizione di Morelli risulta quindi particolarmente feconda nell’analisi di categorie quali quel «paesaggio sardo» cui si ricorse con tanta enfasi per definire il PPR soriano, facendone punto di forza per la difesa del rapporto profondo tra popolo e territorio che era, prima di ogni altra cosa, rivendicazione identitaria.

Lo sviluppo del saggio, che ricorre necessariamente a forti apporti interdisciplinari – né sarebbe possibile altrimenti, poiché si parla prima di tutto di mente – consente di riflettere proprio (e anche) su questo: possiamo considerare il paesaggio della nostra isola come espressione indentitaria sarda, pretendendo di conservarne l’impronta così da farne supporto attivo nella difesa di una pretesa sardità, oppure è da considerarsi come il divenire di un complesso di tante e differenti identità singole, ciascuna irripetibile e legata, essenzialmente, all’individuo e da mediare collettivamente?

Nel primo filone, forse inconsapevolmente, si situano le posizioni di coloro che vorrebbero la conservazione di un preteso «paesaggio arcaico» inteso come icona identitaria e rielaborato alla luce del presente, con la difficoltà, ovvia, di dover definire cosa si intenda con questo e se il continuo, ed altrettanto ovvio, riferimento al bronzo medio (l’era delle torri nuragiche, tanto per essere chiari) possa essere inteso come epitome identitaria del «sardo odierno»(anch’esso tutto da definire!).

Comunque la si intenda, il saggio di Morelli può essere letto anche sotto questa luce, domandandosi che paesaggio si desideri (e si pretenda, poiché esso è prima di tutto un diritto) e di seguito che politiche adottare per renderlo reale, a partire, per l’appunto, dalla consapevolezza che si trova prima di tutto dentro di noi.

Tutto questo, senza perdere di vista un ancoraggio sicuro al pragmatismo, poiché tanto fervore identitario si è spesso tradotto in un molto prosaico «A casa mia faccio ciò che voglio», producendo lo scempio delle coste che possiamo identitariamente vantare, esso sì, come «autenticamente sardo». Se l’identità produce tutto questo, si preferisce senza sforzo l’assoluto anonimato (pur nel diritto di vivere il paesaggio che più si preferisce)!

 

Avvertenza. Non è un saggio divulgativo e l’autore non è Ferdinando Boero, che scrive a prova di supercazzola. Probabilmente Boero lo tradurrebbe in un testo agevolmente fruibile, ma Morelli non scrive per il grande pubblico (sebbene ci sia da domandarsi se in Italia esista un grande pubblico per la saggistica). In parole povere, non è un libro da ombrellone (per le persone normali, beninteso).

 

Ugo Morelli – Mente e paesaggio – (Bollati Boringhieri, 2011)

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a MENTE E PAESAGGIO

  1. pierluigi montalbano ha detto:

    Anzitutto due righe fuori tema, necessarie a identificare un gruppo di persone che cavalca l’onda con poche idee serie: dove erano gli ambientalisti quando c’è stata la moria di migliaia di pesci nel canale di Mammaranca?
    E ora arriviamo al saggio di Morelli. Non è sufficiente affermare che nella percezione del paesaggio esistono fondamentalmente due posizioni. Non solo è riduttivo, ma presta il fianco ad una facile critica negativa: il paesaggio, essendo frutto della manipolazione umana, è determinato dal momento in cui si osserva. Non esiste un “paesaggio sardo” da esaminare, occorre inserire la variabile tempo, figlia della variabile “opportunità”. Determinare l’identità di un paesaggio è un tentativo superficiale di indagine. Una seria analisi deve assoggettarsi alle dinamiche delle reti di comunicazione che uniscono i centri che partecipano all’analisi stessa. Nell’isola esistono migliaia di possibilità differenti, e l’autore bene ha fatto a proporre strumenti di indagine, piuttosto che proposte interpretative. Tuttavia questo genere di scritti è frutto di visioni semplicistiche delle problematiche che incidono sul territorio. La geografia dei luoghi deve essere legata alla storicità e non viceversa.

  2. pierluigi montalbano ha detto:

    E’ scappato l’invio mentre concludevo.
    Occorre aggiungere:
    …e bene ha fatto l’autore a segnalarlo, ma si è scordato di aggiungere che la storicità deve essere intesa nell’ottica sociale e non individuale.

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