MICHELE PIRAS: GENTILE AINIS, PROVO A RISPONDERLE

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un intervento di Michele Piras, Coordinatore Regionale di Sinistra Ecologia e Libertà, in risposta a un precedente post di Gabriele Ainis. Sul testo non è stato attuato alcun intervento di editing.

B.S.

 

Gentile Ainis,

trovo veramente complicato rispondere alle sue osservazioni, anche perché comporterebbero ore di approfondimento e riflessione e una discussione di questo tipo non può essere facilmente sintetizzata in un articolo di giornale nè tantomeno, come Lei giustamente rileva, in un comunicato stampa.

Credo che nemmeno un blog possa essere la sede esaustiva per rispondere – senza superficialità o semplificazione o slogan – alle Sue impegnative sollecitazioni. Perciò chiedo venia in anticipo se non sarò esaustivo.

Mi voglio però prestare a questo dibattito ed alle Sue considerazioni, pur se spesso le ho trovate caratterizzate da un sarcasmo che non facilita la comunicazione e – mi consenta di dirlo anche solo in ragione del fatto che non ho il piacere di conoscerla di persona – segnate da un certo pregiudizio su alcuni temi caldi del dibattito politico sardo.

Sinistra Ecologia Libertà è una formazione politica di recente costituzione, che più che avere un programma definito sta svolgendo un lavoro sperimentale, di ricerca, in progress, nei suoi Forum regionali (nei quali ci avvaliamo del prezioso contributo di docenti universitari, giovani, amministratori, studiosi, fra i quali anche una conoscenza comune) e attraverso un interscambio continuo con la realtà circostante, per arrivare a definire una proposta più articolata (ed organica) di quella che finora abbiamo “partorito”.

Del resto penso che sarebbe presuntuoso per chiunque oggi presentarsi con un modello predefinito che non sia la riproposizione di cose già viste, passate e spesso fallite.

Parto dalla coda del ragionamento, quello sulla Sovranità: la stagione autonomistica sarda è finita. Ci ritroviamo con uno Statuto d’Autonomia che è stato “abrogato di fatto” negli ultimi anni, a colpi di impugnative del governo presso la Corte Costituzionale e di negazione del disposto del medesimo (quindi in violazione della Costituzione stessa, visto che si tratta di norma di rango Costituzionale).

Basti pensare alla vicenda delle entrate, dovute a norma di Statuto nella misura dei 7/10, negate da ormai un decennio, in totale spregio persino degli accordi di “rateizzazione del debito” intercorsi fra Stato e Regione (mi riferisco alla Regione di Soru ed al Governo Prodi).

Oppure all’art.13 ed al cosiddetto Piano di Rinascita (che prevede il concorso fra Stato e Regione nella progettazione/programmazione dell’uscita della Sardegna dalla sua storica condizione di ritardo sul piano dello sviluppo economico e sociale), ormai accantonato da tutti come ipotesi praticabile perchè anche la classe dirigente sarda ha assunto la forumla dell’ “inutile bussare qui non ti aprirà nessuno”.

Solo due esempi (fra i tanti possibili, piccoli e grandi) per dire che in Italia da qualche anno assistiamo a una involuzione neocentralistica del governo del Paese. Questione che riguarda il complesso del sistema delle autonomie locali e non solo lo Statuto d’Autonomia vigente.

Prima di utilizzare categorie della politica direi che la fine della stagione autonomistica ha origine in quattro componenti che si intrecciano:

1. Un elemento costitutivo: ovvero la debolezza intrinseca della nostra autonomia speciale, che qualcuno paragonò a suo tempo a un “topo di fronte a un gatto”.

2. Un elemento oggettivo: la crisi di sistema economico globale, quindi anche la crisi del Paese, che ha “scatenato il gatto”.

3. Un elemento politico: la debolezza (per usare un eufemismo ma senza generalizzare) della classe politica sarda nell’ultimo ventennio e la sua sostanziale subalternità alle politiche centrali ed alla vision del centro.

4. Un elemento ambientale: ovvero il fatto che nella logica dei grandi numeri che segna le politiche d’austerità e taglio orizzontale degli ultimi trent’anni la densità di popolazione è stato uno degli elementi che ha condizionato pesantemente i territori ed accentuato la marginalità di alcuni rispetto ad altri. Anche da questo punto di vista segnalerei che la vicenda dell’Autonomia (e persino dell’autonomismo) siciliano non ha nulla a che vedere con quella dell’autonomismo e dell’Autonomia sarda.

Esiste una specialità/specificità del caso sardo che non è certo elaborazione culturale e politica di SEL, storicamente presente a sinistra (Gramsci, Lussu, ecc), decisamente proiettata al mondo e non al proprio ombelico.

La Questione sarda come specifica questione nazionale, differente da quella meridionale, affonda le sue radici nella Storia di questa terra, nella sua posizione geografica e poi anche nel modo attraverso il quale è avvenuta l’Unità d’Italia, la penetrazione culturale sabauda e italiana in una regione che fino al ‘700 era rimasta infeudata alla Corona spagnola.

Per non parlare del processo di italianizzazione nel secondo dopoguerra, il modo attraverso il quale è avvenuto, ivi compreso il processo di industrializzazione e modernizzazione economica degli anni ’60-’70, l’importazione del modello economico prevalente, che ha pesantemente trasformato la struttura sociale, il paesaggio, la cultura dei sardi, il destino delle generazioni del presente.

Insomma sarebbe lunga e arriviamo al punto.

Io penso che le forme più negative, sprecone e ingiuste, di governo siano quelle centralistiche. Penso che un assetto statuale moderno, sw si ha chiara la percezione di cosa ha determinato (sugli Stati nazionali medesimi) la globalizzazione, non possa che avvicinarsi ai territori, ai cittadini che lo vivono, a ogni singola specificità, contraddizione e potenzialità, nei luoghi in cui essi concretamente si manifestano. Ovvero lo schema sarebbe quello di una maggiore democrazia, laddove ci viene sottratta anche quella che avevamo (e non penso che questo riguardi solo l’Isola, altrimenti non mi spiegherei il levarsi di voci contro le varie spending review di ogni ordine e grado di autonomie locali in tutto il Paese).

E Lei può anche ritenere che il dibattito sardo intorno alla questione della Sovranità sia un dibattito provinciale, chiuso, identitario, condotto da persone che non hanno la capacità do guardare oltre il loro microcosmo, comunità chiusa, ombelico. Ma su questo Le consiglierei di approfondire e curiosare meglio, per capire che il tema cruciale diviene la più generale Riforma della Repubblica, non la separazione ma una migliore forma di Unità. Più democratica perché costruita su un patto, fra soggetti con pari dignità, più di prossimità.

E ciò che noi pensiamo quando parliamo di autodeterminazione non è altro che l’esercizio di una maggiore responsabilità, in un contesto normativo e costituzionale che ne consenta l’effettivo esercizio: sul piano anche e soprattutto del progetto di sviluppo.

Non mi interessa concludere se siamo o meno colonizzati, anche perché certamente lo siamo stati in maniera pesante, violenta ed ignorante. Mi interessa guardare al futuro e provare a promuovere una cornice di condizioni che consentano di progettare una nuova economia, che abbia come orizzonte minimo il Mediterraneo, la sponda meridionale dell’Europa e quella settentrionale dell’Africa, che sia una economia di pace e cooperazione fra i popoli.

Mi interessa ad esempio liberare l’Isola dalle servitù militari, 35mila kmq di territorio e mare sottratto al diritto all’autodeterminazione delle popolazioni locali, all’attività economica, alla fruizione ambientale e sociale. 35mila kmq di veleni e esercitazioni di guerra, sperimentazione di armamenti. Le assicuro che sono abituato a guardare oltre i confini dell’Isola più di quanto Lei non presuma (non foss’altro perchè nasco da emigrati in Germania) e le confesserò a riguardo che le basi e i poligoni sardi (il 60% del totale nazionale) non costituiscono esclusivamente una questione sarda, ma certamente costituiscono una questione di sovranità.

Mi interessa preservare le grandi conquiste della fine degli anni ’80 in materia di tutela delle coste e di contrasto dell’abusivismo nel demanio regionale, quelle degli anni 2000 che hanno prodotto il Ppr, momenti alti di esercizio delle prerogative autonomistiche che hanno salvaguardato una parte non irrilevante del patrimonio ambientale e paesaggistico sardo.

Altro che Sicilia. Rispetto alla qual condizione non capisco proprio il nesso con la Sardegna. E non capisco nemmeno perchè Lei pensi che necessariamente maggiore autonomia significhi immediatamente maggiore debito, quasi che il debito pubblico italiano sia riconducibile in toto agli sprechi delle amministrazioni periferiche e non invece a quelli del livello centrale.

Perchè invece – visto che siamo scivolati sul terreno degli esempi impropri – non vedere cosa accade in Germania. Eppure i livelli di sovranità dei Land tedeschi sono decisamente superiori a quelli dell’Autonomia sarda.

Gentile Ainis, ho i miei dubbi che l’industria l’abbiano voluta i sardi, tantomeno tutti come Lei sostiene. C’è un bellissimo passaggio In merito in un recente saggio del prof.Gianfranco Bottazzi (che in odor di indipendentismo non è mai stato ma riconosciuto studioso della società e dell’economia sarda certamente si) che chiarisce come sia stata la chimica a scegliere la Sardegna e non viceversa, Rovelli e non i sardi.

Il modello industriale sardo non è solamente un modello esogeno, estraneo alle vocazioni produttive dell’Isola, pallida imitazione di quello di altre zone del Paese. È anche un processo concreto di colonizzazione economica. Rispetto al quale non è facile dare un giudizio storico (anche perchè non ha portato solamente danni ma diffuso un relativo benessere e trasformato in maniera profonda la società e la cultura dei sardi) ma che oggi è finito, crollato per decisione altrui, superato nel tempo e nello spazio, dalle dinamiche del Mercato globale.

Quell’ipotesi di sviluppo non c’è più. E non c’è non causa vituperio di qualche ecologista di città o di paese. Non c’è più perché è più conveniente produrre altrove, dove il costo del lavoro è inferiore, dove non ci sono vincoli ambientali, dove non ci sono cittadini che pretendono diritti, ecc. Ed allora si tratta di studiare un’altra strada e non si tratta di tornare alle pecore o alle capre. Mi rincresce dover banalizzare così ma mi vedo costretto da alcune sue argomentazioni.

Lo sai lei dove stava la proprietà della Legler di Macomer? Lo sa che il “finissaggio” del denim non era in Sardegna? Ha idea Lei dei costi di produzione di un’impresa che non verticalizza la produzione sul territorio quando si tratta di un’Isola (e quando lo Stato ti ha tagliato il trasporto pubblico delle merci)? Lo sa chi ha coperto quelle perdite? Lo sa dove sono finiti i telai acquistati con i soldi della Regione? Lo sa quante persone sono rimaste a casa nella sola Sardegna centrale? Ha idea di quanto fosse il denito della Legler nei confronti della Regione al momento del fallimento?

Era un modello compiutamente coloniale e di rapina, tant’è vero che ha diffuso buste paga (per il periodo della sua durata) per poi lasciare letteralmente il deserto. Ecco: quel modello di industria io non lo voglio più. E nemmeno i sardi. Ed in realtà anche se la volessimo non ce la darebbero più.

E quindi ad esempio meglio ragionare di una nuova industria, che abbia le radici conficcate nel territorio e nelle sue vocazioni, che sia sostenibile sul piano ambientale, che sfrutti le energie naturali di cui la Sardegna è ricchissima, che produca al servizio dell’ambiente e non contro, che sia pensata su un possibile sviluppo di mercato. Tornare insomma al concetto profondo di Impresa ed al ruolo vero dell’Imprenditore: quello che rischia, che crede in ciò che fa, che ci mette l’anima e che crea lavoro vero.

Ad esempio nella miniera della Carbosulcis si voleva iniziare a sperimentare una tecnologia di stoccaggio a grande profondità l’anidride carbonica, inertizzandola. Immagini un po’ che spazio di mercato avrebbe una tale iniziativa in Paesi come la Cina, asfissiati da uno sviluppo industriale disordinato e turbolento totalmente centrato sul carbone. Quello poteva essere una idea per salvaguardare quell’impresa, riconvertendola. Che fine ha fatto quel progetto?

Si potrebbe rendere la Sardegna autosufficiente sul piano energetico (ed esportatrice di energia) sfruttando il vento, le maree, il sole, sviluppando la ricerca geotermica ad impatto zero (non quella della Toscana per intenderci). E si potrebbe optare per una scelta di sovranità anche li: pianificando la produzione di energia, scegliendo le tecnologie più avanzate (micro eolico, microvoltaico), attirando imprenditori seri, collocando gli impianti in aree nelle quali non deturpino il paesaggio, ecc, ecc.

Si potrebbe uscire dalla subalternità all’imprenditore di passaggio ed evitare (per fame) di accettare qualsiasi investimento (estemporaneo e sempre estraneo) che poi vada sistematicamente a gravare sulle casse della Sfirs (e quindi della Regione). Ritornare ad appropriarci della responsabilità, del diritto-dovere di programmare. E non penso di essere il solo a pensare che la programmazione è il futuro dell’economia.

E su questo terreno ho i miei seri dubbi sulla cd.Chimica verde, sia perché definirla tale è una delle tante mistificazioni dei nostri tempi, sia perché comporta la una scelta netta fra l’importazione della materia prima (quindi la crescita esponenziale dei costi di produzione) e la produzione in loco (che comporta l’asservimento di quote amplissime di territorio a colture estranee al territorio e spesso potenzialmente dannose).

Insomma farei altro: inizierei da un grande piano di bonifica. Dei siti contaminati, delle industrie dismesse, di ripristino dei fattori naturali. Ad esempio: è a conoscenza del fatto che nell’intera area del Sulcis e in quella di Porto Torres alle autorità pubbliche viene suggerito di sconsigliare l’uso di prodotti locali derivanti dall’agricoltura perché fortemente contaminati? Su che basi si può agire una operazione di riconversione se non si dovrebbe nemmeno poter consumare i prodotti della terra e del mare? Alla faccia del biologico e del km zero.

In secondo luogo prenderei in cura il territorio e definirei un programma di messa in sicurezza delle zone ad alto rischio idrogeologico (basta pensare a Capoterra o a Villagrande o ad alcuni quartieri di Nuoro).

Vede una colossale differenza con la Destra: loro pensano a scardinare il PPR, noi ad applicarlo. Ed anche questa è una linea di demarcazione, concreta concretissima, di ogni eventuale alleanza possibile.

Si dovrebbe iniziare a progettare e poi a programmare lo sviluppo, compiendo scelte coerenti con il progetto, creando le condizioni per l’investimento e l’impresa ma anche dettando condizioni a chi investe.

Anche qui servirebbe una maggiore sovranità, perché lo sviluppo si crea anche agendo sulla leva fiscale. Perciò ad esempio sosteniamo la proposta di Agenzia sarda delle entrate del Fiocco Verde (che peraltro non fa nient’altro che introdurre un principio di sovranità fiscale già contenuto nello Statuto d’Autonomia).

L’altro grande investimento io lo farei nella filiera agroalimentare: rafforzando la cooperazione, puntando sulla qualità delle produzioni, sull’unicità di alcuni prodotti, sulla verticalizzazione delle medesime.

Investirei in un turismo di nuova generazione e non solamente costiero. Investirei sul patrimonio archeologico e naturalistico, creerei un sistema di microcredito che aiuti gli imprenditori di settore e chi ha un’idea.

Tornerei a promuovere le idee dei giovani, istituirei un reddito di cittadinanza che trattenga qui i migliori cervelli (quelli in fuga) e faccia tornare i troppi emigrati (quelli partiti in questi ultimi dieci anni). Metterei in rete quei cervelli, esperienze, competenze, intelligenze che oggi operano ovunque nel mondo. Internet e le nuove tecnologie consentono un “ritorno immediato” in terra sarda e potenzialmente un livello di progettazione partecipata, un concorso di idee, un coinvolgimento delle tante eccellenze sparse nel mondo che spesso chiedono di potersi mettere a disposizione e che altrettanto spesso vengono ignorate.

Creerei una Università del Mediterraneo che divenga il luogo della progettazione di un nuovo sviluppo euromediterraneo. Spenderei una barca di soldi pubblici nella cultura e nella formazione di base, universitaria e specialistica.

Investirei in un sistema integrato di trasporti (all’interno dell’Isola e verso l’esterno) che inizi un percorso graduale di liberazione della Sardegna dal traporto su gomma e che renda più agevole l’esercizio del diritto alla mobilità e lo spostamento delle merci.

Insomma. Idee alla rinfusa che nel soggetto politico che coordino stanno prendendo forma.

Ecologia significa un rapporto armonico fra uomini, donne e ambiente. Significa rimettere al centro le persone, i loro diritti e doveri. Significa costruire una economia di prossimità, significa valorizzare in positivo le specificità. Ecologia significa che l’ambiente, i diritti, la qualità della vita, diventano variabile indipendente e non subordinata del Mercato.

E non mi chieda anche Lei per carità da dove dovrebbero arrivate le risorse per realizzare tutte queste cose, visto che penso che sia chiara la necessità in questo Paese (e a livello globale) ripensare il modello economico finanziario (e di superare il neoliberismo) e che andrebbe fatta una colossale operazione di spending review in senso esattamente contrario a quella del Governo Monti: ovvero una politica di investimenti, di recupero di risorse attraverso il contrasto serio all’evasione fiscale e contributiva, alla diffusa corruzione, di tassazione dei patrimoni della parte del Paese che in questi hanni si è arricchita oltremodo e senza alcuna solidarietà e responsabilità nei confronti del Paese, di tassazione delle rendite e transazioni finanziarie… Ecc.

In questi decenni abbiamo assistito a un colossale spostamento di risorse economiche dal lavoro al capitale. Ripercorrere in senso inverso quella strada diviene oggi un aspetto dirimente di un futuro possibile. Ed in quel senso inverso c’è anche la necessaria controtendenza nella allocazione/gestione delle risorse pubbliche: dal centro verso i territori. E ciò a mio avviso dovrebbe valere anche nella relazione fra Regione e Comuni, insomma all’interno dell’Isola nel rapporto fra i territori, fra aree urbane e aree rurali, fra aree popolose e aree in via di spopolamento serve un riequilibrio delle risorse e delle opportunità.

E come vede anche qui non penso al distacco dell’Isola dall’Italia. Accusa che trovo superficiale e caricaturale. Anche perché nei valori della Costituzione mi riconosco più di quanto non si riconosca molta parte della nostra classe politica. Persino più di quella che non apprezza la linea della Sovranità.

Sarò ancora troppo vago, forse anche sognatore, ma le più grandi conquiste della Storia dell’umanità si sono avute quando qualcuno è stato in grado di pensare l’impossibile e soprattutto penso che la gran parte di questi pensieri alla rinfusa sono assolutamente traducibili in pratica ed anche nel breve periodo.

 

Michele Piras, Coordinatore Regionale SEL

http://www.michelepiras.it/

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3 risposte a MICHELE PIRAS: GENTILE AINIS, PROVO A RISPONDERLE

  1. Stefano ha detto:

    Vago e sognatore giusta e appropriata autodefinizione caro Michele. Aver subito un ventennio è solamente per vostra irresponsabilità da Bertinotti & Co ed ora si pretende di risorgere. Mi affaccio in Consiglio Regionale per sentire il “melodico” Uras? Alla Totò “ma mi faccia il piacere” sig. Piras.

    • Carlo ha detto:

      Caro Stefano, ho ventisette anni, quindi il ventennio l’ho subito anche io. Soprattutto perché non potevo votare nei tempi della scesa in campo di Berlusconi. Ci sono tanti ragazzi, come me e più giovani di me, che la pensano esattamente come Michele, senza avere però la necessità di caricarsi sulle spalle il peccato originale di “Bertinotti &Co”. Visto che ora sento il bisogno di risorgere, come sardo, come giovane, come precario, come ecologista e come uomo di sinistra, cosa dovrei fare secondo il tuo parere e quello di Ainis?Generalizzare un po’ qui e un po’ là vedendo chi la spunta? Se permettete preferisco costruirmi un’idea.

  2. ANTONIO GUERRIERI ha detto:

    Bravo Michele, intervento ampiamente condivisibile.
    Antonio Guerrieri

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