QUANDO GLI SHERDANU SI CHIAMANO CARAVAGGIO… CON QUALCHE DIFFERENZA!

di Gabriele Ainis

 

Ci ricordiamo ancora della bizzarra vicenda del «Crocifisso di Michelangelo»? Forse no, le notizie spaccano le prime pagine e poi cadono sistematicamente nel dimenticatoio senza produrre altro risultato che un momentaneo clamore, soprattutto nel campo dell’arte.

Ne avevo parlato qualche tempo addietro, suggerendo la lettura del bel libricino di Tomaso Montanari (A cosa serve Michelangelo?), che ricordo volentieri perché è uno scritto che resta impresso, per la qualità dei contenuti e la passione dell’autore.

Era stata l’occasione per domandarsi a qual fine (ingloriosa) sia destinata la storia dell’arte in Italia, una disciplina in via di estinzione, a quanto pare, come il Panda e la ragionevolezza.

Me lo domando nuovamente a seguito della pretesa «scoperta» di un centinaio di disegni giovanili di quel genio assoluto dell’arte di ogni tempo che risponde al nome di Michelangelo Merisi, detto «Il Caravaggio», recentemente aspersa a piene mani in giro per il mondo, con gran fracasso, dagli organi di informazione.

Non sto a rimasticare la cosa perché sta ancora a spasso sui giornali: attribuire un’opera al Caravaggio sarebbe già notizia da telegiornale, figurarsi un centinaio, roba da fantascienza e non uso a caso questo sostantivo!

Tuttavia, il motivo della permanenza del tema sui giornali non è solo questo, bensì la reazione del mondo accademico ad un’attribuzione quantomeno frettolosa, perché l’affermazione che si siano ritrovate un centinaio di opere giovanili del celeberrimo artista è tutt’altro che dimostrata – per quanto il verbo «dimostrare», nel campo della storia dell’arte, assuma un senso del tutto particolare.

Per farla breve, per una volta in modo compatto, il mondo della storia dell’arte ha respinto con forza l’ipotesi, manifestando un forte disappunto sia per la mancanza di una metodologia robusta (c’è chi non ha peli sulla lingua e parla di «bufala») sia per la fretta con la quale i presunti «scopritori» hanno sollecitato il circuito dell’informazione, di fatto creando un vero e proprio happening artistico che lascia presagire sviluppi futuri fatti di mostre, presentazioni, libri, insomma tutto lo sfavillante corredo mediatico che tanto piace a chi vive nel mondo dell’arte e fa della comunicazione (leggasi promozione) parte del proprio mestiere.

Per dirla fuori dai denti, gli storici dell’arte sono tutto fuorché monaci di clausura: sono pugnaci, adattati ad un mondo di dure dispute e si contendono gli scarni e scarsi contributi statali con i denti e le unghie, senza dimenticare il mercato fiorente che attorno ad essi ruota e dì cui, spesso, sono attori interessati («attribuire» un’opera può significare farle assumere un valore elevato, con quel che ne segue). Quindi, di fronte ad una scoperta così importante, non sarebbe stato sorprendente trovarsi di fronte a cautele e distinguo, posizioni variegate che esprimessero sia la logica prudenza di un mondo ricco di tecnica (e tecniche) sia le scontate rivalità. Invece, sorprendentemente, pare siano più o meno tutti d’accordo e parlino, senza andare troppo per il sottile, di un errore clamoroso.

Poco male, si dirà. Abbiamo avuto casi ben più eclatanti, come lo scherzo di un gruppo di ragazzi che nel 1984 scolpirono in fretta e furia alcune teste frettolosamente attribuite a Modigliani. È vero, ma questa volta c’è una differenza, anzi due. Nel 1984 gli storici dell’arte furono tutt’altro che compatti (ricordo l’intervento di Zeri) e soprattutto non accadde ciò che il video allegato (che suggerisco caldamente di guardare) racconta: una ragazzotta di belle speranze (probabilmente convinta di avere la verità in tasca perché titolare di un doppio cognome) che aggredisce verbalmente uno spettatore accusandolo di «sorridere»!

Viene da domandarsi: dove ha studiato una così? Possibile che sia stata allieva di professori che le hanno insegnato a scagliarsi contro il dissenso arrivando a negare la possibilità che si possa «sorridere» di fronte a ciò che dice? E che dire della reazione del relatore, il signore ben piantato con la tenuta scapigliata (forse ritiene di essere «vestito da storico dell’arte»?) che si dirige collerico verso il «reo» facendo mostra di essere intenzionato a passare a vie di fatto? Cos’ha detto di così offensivo il sorridente spettatore se non che le asserzioni dei relatori sono prive di scientificità?

Osserva Maria Teresa Fiorio, ex direttrice delle Raccolte d’arte del Castello Sforzesco, che ha custodito per anni il fondo Pederzani in cui si pretende di aver ritrovato i disegni caravaggeschI: «Uno studioso serio non fa un ebook, studia i disegni e li pubblica nelle sedi appropriate.»

Appunto: uno studioso pubblica nelle sedi opportune, sottoponendo il proprio lavoro ai colleghi e non pretende di «far parlare direttamente Caravaggio» come reclamerebbe qualcuno.

Non ci ricorda nulla? Ad esempio quanti preferiscono “fare archeologia” su L’Unione Sarda o nei blog? Perché, sia chiaro, ciascuno è autorizzato a comportarsi come meglio ritiene opportuno, ma se ricercatori universitari, che dovrebbero insegnare prima tutto un metodo ai propri allievi, scelgono un quotidiano di nessuna rilevanza per i propri lavori, cosa impareranno gli studenti? Ciò che ha imparato la pregiata Adriana Conconi Fedrigolli e cioè che si pubblica un e-book (non nelle riviste specializzate, soggette a revisione) e si manda bellamente a stendere chi si permette di obiettare che nel suo lavoro c’è qualcosa che non va, magari con l’aiuto di un bellimbusto disponibile a far valere i muscoli?

Nel caso della bufala dei disegni di Caravaggio c’è stata una levata di scudi, perché, si potrebbe dire, quando è troppo è troppo! Ovviamente (come nel caso dell’affresco fantasma di Leonardo) la vicenda è tutt’altro che chiusa e di certo ci saranno i Voyager&C a rimestare il minestrone a lungo, ma il mondo accademico ha risposto compatto e c’è chi ha parlato, finalmente di metodo! Come dire: Ragazzotti, prima di trovare cento disegni di Caravaggio in un fondo ben noto a tutti, vedete di studiare e spiegare qualcosina in più, possibilmente lasciando i pugni ai pugili!

E il mondo archeologico sardo? C’è qualcuno disposto a parlare apertamente di metodo e spiegare apertamente a chi pubblica su L’Unione Sarda che non sta facendo un gran favore alla disciplina, ma soprattutto impartisce una pessima lezione a chi si appresta a studiare archeologia? Non sarà – pura ipotesi priva di fondamento, eh, ché non si offenda nessuno – che chi in qualche modo fa parte del mondo accademico ha un lasciapassare che gli permette di pubblicare sul bollettino della parrocchia di Pompu e nessuno lo stigmatizza? Che sarebbe come dire che non c’è stata una sola singola voce che si è levata a protestare quando Maninchedda ha manifestato l’intenzione di dedicare uno spazio del Bollettino di Studi Sardi alla “scrittura nuraGGica di Gigi Sanna”?

Ma cosa dicono gli «archeologi» sardi riguardo il metodo? E gli storici?

Boh!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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