HAR KARKOM: INDIANA JONES E LO STRANO CASO DI EMMANUEL ANATI

di Giampaolo Loddo

 

Gli amanti dell’are rupestre conoscono bene Emmanuel Anati, colui che fin dagli anni ’50 del secolo scorso indagò sistematicamente (valorizzandolo) l’impressionate patrimonio di graffiti protostorici della Valcamonica, fondando il Centro Camuno di Studi Preistorici.

In realtà personaggio controverso, atipico e discusso a causa di svariate ipotesi riguardo il significato dell’arte rupestre, vista come vera e propria scrittura pre-alfabetica, nonché per l’accostamento ad ambienti pseudo-archeologici che poco giovano alla disciplina, così spesso squalificata dai mezzi di informazione e ridotta a fantascienza di scarsa qualità.

Non aiuta, inoltre, la scelta di Anati di pubblicare parte rilevante del proprio lavoro con editori dichiaratamente orientati al proselitismo religioso radicale, quali Jaca Book o Edizioni Messaggero (Padova), suggerendo, in tal modo, una connessione impropria tra archeologia e religione che poco attira coloro che vorrebbero vederle ben distinte, senza possibilità di dubbio.

Tuttavia, a parte le perplessità che sconcertano gli addetti ai lavori, Anati ha il gran pregio di aver portato all’attenzione di ricercatori e appassionati almeno due grandi poli di interesse per l’Arte Rupestre: la già citata Valcamonica e Har Karkom (Montagna dello Zafferano, in ebraico), nel deserto del Negev, in Israele, area, quest’ultima, che l’archeologo suggerisce trattarsi del biblico monte Sinai.

Dal 1980, Anati dirige la Missione archeologica italiana nel Sinai e nel deserto del Negev e nel 2010 ha pubblicato la piccola guida che segnalo con colpevole ritardo, scusandomi per questo.

Essa è una vera e propria guida turistica – se di turismo si può parlare per una visita nel deserto del Negev alla ricerca di graffiti, utensili litici e pochi sassi raccolti in circoli e file – che raccoglie un nutrito corpus di agili schede descrittive di un certo numero di siti connessi da un’ipotesi di itinerario (ne vengono suggeriti tre, tutti praticabili in tempi brevi e compatibili sia con la difficoltà fisica dei luoghi, sia con la necessità di osservare i limiti imposti dalle operazioni militari dell’esercito israeliano).

A parte le interpretazioni di Anati, i ritrovamenti di Har Karkom mostrano oggettivamente una frequentazione antichissima, che data dal paleolitico e prosegue fino ad epoca recente. Nell’area sono presenti geoglifi (disegni di grandi dimensioni eseguiti con sassi opportunamente posizionati sul terreno) graffiti, segni di occupazione antropica stabile e/o temporanea, utensili litici e reperti di cultura mobiliare. Gli itinerari suggeriti sviluppano la possibilità di una fruizione ragionata del sito (assai ampio, circa 200 kmq con 1300 siti singoli censiti) con la possibilità di apprezzarne lo sviluppo cronologico.

In definitiva, coloro che, come me, amanti della Rock Art e adattabili alla visita di luoghi privi di qualunque attrattiva per il turista medio (il Negev è anche «brutto» nella percezione comune del deserto «bello») decidessero di valutare Har Karkom come meta di viaggio, troveranno nel libro che suggerisco alcune valide opzioni di visita (incluse svariate informazioni di carattere pratico, come tutte le «guide turistiche» che si rispettino).

Chi fosse anche interessato al lavoro di Anati come archeologo ed alla sua maniera di interpretare la disciplina, potrà trovare un valido esempio nelle pagg 98-129: Tre saggi sulle recenti scoperte. Personalmente, sarei dell’idea di completare il titolo con : Come non si “fa” Archeologia.

Se fossi cattivo, direi anche che questo tipo di scritti si situa nella linea intrapresa dal dottor Giovanni Ugas con le sue bizzarre ipotesi pseudoscientifiche su El-ahwat e Sherdanu, ma si parlerà di questo in seguito nel nostro blog, quando verrà reso pubblico il nuovo gioco estivo, Archeopoli, che ultimamente spopola in Sardegna e non solo (anche nel Negev!).

Insomma, che si decida di andare davvero ad Har Karkom o semplicemente di leggere la guida, si avrà la possibilità di sentirsi Indiana Jones alla ricerca di Mosè e dei misteri biblici, trasformando ogni mucchio di sassi in un altare e ogni fondo di capanna in un misterioso segno alfabetico e/o ideografico. Non so perché, ma a parlarne mi frulla in testa qualcosa di indefinito che non riesce a prendere forma. Però, se qualcuno si ponesse la domanda, risponderò esplicitamente: no, Anati non trova il nome di Yahwé ripetuto tre volte, ma forse solamente perché non lo cerca!

Per gli amanti dei misteri, a pag 72 (sito BK/407a, coordinate124.046/973.994) una struttura a secco straordinariamente simile a quella di Monte Baranta: non fatela vedere a Ugas altrimenti scrive subito un altro articolo per quella famosa rivista internazionale di ArcheoloGGia che è il blog di Gianfranco Pintore.

O, almeno, non diteglielo fino a settembre, così per l’estate ci lascia in pace.

 

Emmanuel Anati: Har Karkom – Guida ai siti principali del riscoperto Monte Sinai (Edizioni Messaggero, Padova 2010)

 

michael.ventris@googlemail.com

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