QUIRRA: STREGHE, PEDOFILI E LINCIAGGI

di Gabriele Ainis

 

Di recente, una sentenza di primo grado ha mandato assolti gli imputati di pedofilia della scuola elementare di Rignano. Se dicessi che me l’aspettavo, mentirei, ma non perché sia convinto della loro colpevolezza quanto per la completa imprevedibilità del sistema giurisdizionale italiano, nonché, assai spesso, per la bassa qualità delle indagini. Detto in tutta chiarezza, e sperando di non essere accusati di berlusconismo, la giustizia italiana funziona male ed è soggetta a distorsioni indegne di un paese davvero civile.

Nel caso citato, alla luce delle notizie riportate dai media (o informandosi un poco di più) non era difficile intravvedere un caso in cui, se si accetta che la condanna debba avvenire in assenza di ragionevole dubbio, la sentenza di assoluzione dovesse essere sacrosanta, poiché l’impianto accusatorio era basato sulle dichiarazioni di bimbi interrogati da persone prive della perizia necessaria ad affrontare il mondo infantile e le prove oggettive (ovvero i segni delle presunte violenze) erano assenti.

Anche le pretese circostanze dei fatti, come scaturite dagli interrogatori, apparivano prive della minima credibilità, senza tener conto dei mutamenti in corso d’opera nelle dichiarazioni, che dapprima chiamavano in causa il comodo extracomunitario (un uomo nero e cattivo non manca mai) e poi lo assolvevano per evidente inconcludenza delle accuse.

Insomma sarebbe apparso ovvio a chiunque… in possesso di una dignitosa ragionevolezza!

Sfortunatamente, una storia di pedofilia in cui tutto ruotava attorno a un’associazione a delinquere nata in una scuola, il luogo in cui mandiamo i nostri figli affinché siano prima di tutto protetti, non poteva evitare di trovar subito trombe e tromboni disponibili al concerto, quindi è finita sulle prime pagine dei giornali ed il resto è noto.

Ci sarebbe da domandarsi (io me lo domando) come sia possibile trovare dei pubblici ministeri disponibili a sostenere l’accusa in casi come questo. L’ho chiesto ad alcuni amici avvocati (tra l’altro penalisti) e le risposte mi hanno raggelato, per cui spero che siano prive di fondamento e derivino dalla rivalità tra accusa e difesa che esce dai tribunali e si trasferisce nella vita giornaliera. Per riassumerle, mi hanno detto prima di tutto che sono un ignorante, perché la verità processuale e ciò che normalmente intendiamo con verità sono due cose affatto differenti. In secondo luogo mi hanno fatto notare che ciascuno di noi preferisce leggere un buon libro piuttosto che spazzare i pavimenti, sebbene il secondo mestiere sia più utile alla collettività rispetto al primo. Ne consegue, che se un magistrato mette le mani su un buon caso, non lo molla manco morto. Non per disonestà, chiaramente, piuttosto – spesso – per il timore di essere accusati di favorire gli accusati. Nel caso di Rignano, ad esempio, chi se la sarebbe sentita di chiedere l’archiviazione di fronte ad un gruppo di genitori convinti che i propri figli fossero stati sottoposti a violenza sessuale ? (Non a caso, dopo la sentenza i genitori hanno insultato i giudici!)

Ciò che davvero mi ha spaventato, quindi, è la constatazione dell’esistenza di un meccanismo perverso secondo il quale casi come quello di Rignano paiono inevitabili.

La vicenda di Quirra appare straordinariamente simile: si coagula un’atmosfera di sospetto che nasce da una situazione di disagio (Quirra deve essere chiuso, senza se e senza ma, poche storie, non si può vivere accanto ad un luogo dove si sparano proiettili per sperimentare le armi!), vengono avviate delle indagini, i media si mobilitano nel solito modo scomposto (che non è tipico di questi tempi, sia chiaro: è sempre stato così) e si arriva a teoremi accusatori che a un’analisi fredda e basata sui fatti appaiono incomprensibili. Così come nel caso di Rignano non c’era alcuna traccia fisica di violenza, nel caso di Quirra non c’è alcuna traccia fisica di danno, lo riconosce lo stesso procuratore che svolge le indagini (e lo dichiara alla commissione parlamentare sull’uranio impoerito), tuttavia, piuttosto che accettare il dato oggettivo, si costruisce una complicata teoria che ricorda, mutatis mutandis, i balbettamenti di certa pseudo archeologia nostrana (ma, a volte, opera di archeologi!) in cui vengono accuratamente scelti gli indizi a sostegno, trascurando quelli contrastanti! Ecco che, allora, si trova torio in una forma di formaggio e si dichiara, incredibilmente, che ciò indica la presenza di inquinamento dovuta al poligono. Potrebbe essere vero, certo, ma come fare ad esserne certi? Forse che in Sardegna si trova torio solo in prossimità di Quirra?

No, tutt’altro: torio ne è stato trovato in luoghi insospettabili, lontanissimi dal PISQ, ma nessuno se ne ricorda, soprattutto perché nei giornali si strombazza di torio e animali deformi, ma si tace quando la commissione incaricata dell’indagine epidemiologica sulla popolazione delle aree interessate dall’attività del poligono dichiara di fronte alla commissione sull’uranio impoverito, candidamente, che l’incidenza dei tumori a Quirra è inferiore alla media sarda: il 10 luglio ci dicono che a Quirra si muore meno per cancro… e l’Unione Sarda, tre giorni dopo, pubblica un articolo demenziale, classificato come «approfondimento», che dice l’esatto contrario e soprattutto non cita l’audizione precedente (ma il signor Paolo Carta, evidentemente giornalista, visto che pubblica sull’Unione, ha imparato il mestiere studiando da casaro?).

Però tra Rignano e Quirra c’è una differenza. Nel primo caso, come di norma in Italia, si è sviluppata la solita contrapposizione mediatica tra «colpevolisti» e «innocentisti». Fa comodo a tutti, perché dà l’illusione dell’esistenza di una stampa libera e fa vendere più copie: i litigi piacciono a tutti, siano scudetti non assegnati o mogli morte ammazzate.

Nel caso di Quirra, al contrario, si assiste ad un coro intonato tutto sulla stessa melodia, cantato in perfetto accordo sul medesimo ritornello.

Perché?

Nel frattempo, nell’indifferenza generale, così come a Rignano abbiamo creato un gruppo di streghe che, comunque si concludano i tre gradi di giudizio, tali rimarranno per il resto della loro vita, a Quirra abbiamo creato un mito simile a quello dell’Area 51, visto che comunque vadano le cose quel territorio rimarrà, nell’immaginario collettivo, la terra dell’uranio, del torio, dei morti per cancro, di Polifemo e dei contaminati. Presto o tardi, si dirà «formaggio di Quirra» per dire «formaggio da non mangiare», «latte di Quirra» per dire «latte da non bere» e via di seguito, fino all’ultima e totale idiozia di chi afferma come sia bastata un’immersione del mare antistante per perdere tutti i denti (notizia puntualmente pubblicata da… no, non lo dico: indovinate da voi)!

A chi giova?

Ciascuno di noi avrà una propria idea. Anch’io ho mia, ma, a parte questo, c’è un dato oggettivo da considerare: politici piccoli e grandi sono lanciati nella rincorsa al maggior tasso di demagogia, seguiti a ruota (se ne poteva dubitare) dai media. Se ne sparano tante, ma tante, però, il totale della vicenda resta lo stesso: i poligoni non si chiudono e si bonificano, se si bonificano, ad minchiam (ah Crozza, maestro nostro!).

Vedete un po’ voi e rispondete alla domanda!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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