LE BALLE VERDI DI MATRÌCA: CHE SUCCEDE A PORTO TORRES NEL CHIASSO DELLA POLITICA?

di Gabriele Ainis

 

Il 20 settembre 2011, il GRIG, (Gruppo d’Intervento Giuridico), pubblicava un post molto interessante sul nuovo polo della “Chimica Verde” (Matrìca) di Porto Torres, magnificato da più parti come «La nuova frontiera della chimica italiana».(Il nostro bLLog, assai più modestamente, ne aveva parlato in termini molto meno tecnici, com’è nostra abitudine e perché non siamo così bravi: ecco il link).

Nei nove mesi passati da allora, il GRIG ha diligentemente aggiornato il post, aggiungendo i link delle notizie che sono via via comparse sugli organi di stampa, fino all’ultima del 1 luglio; essa informa come, risolti i problemi relativi ai livelli di inquinamento delle aree individuate per i nuovi insediamenti industriali, verrà dato il via quanto prima ai cantieri. Matrìca parte sul serio! (Prima di andare avanti a leggere, suggerisco di spendere il tempo necessario alla lettura del post del GRIG, perché di porto Torres – e Matrìca – nei prossimi anni finiremo per parlarne a lungo, quindi abbiamo bisogno dalle considerazioni là riportate per capire il motivo.)

Cosa sia la Chimica Verdelo sappiamo (altrimenti leggiamo questo link) ma, nell’immaginario collettivo (e grazie all’uso strumentale dell’aggettivo verde) si pretenderebbe di spacciarla per Chimica Pulita, ecosostenibile, oppure Naturale o Bio-, termini abusati nei quali si può comprendere di tutto, perché sufficientemente vaghi da consentire ogni nefandezza.

Ad esempio, visto che siamo in tema, a porto Torres verrà prodotto il Mater-Bi, plastica biodegradabile ottenuta (quasi per intero) dal mais. Per questo la si può dire Naturale? Ma neppure per idea! Prima i tutto il mais (quindi un campo coltivato) è una pianta che in natura non potrebbe sopravvivere (come tutti i cereali di cui ci nutriamo). Ce la fa perché la coltiviamo e la raccogliamo, altrimenti sparirebbe per lasciare spazio ad una pianta per nulla somigliante, con pochi chicchi, piccoli e poco propensi a restare sulla pianta.

Inoltre, coltivare piante per produrre plastiche o carburanti leva spazio all’agricoltura di sussistenza e poiché quest’ultima è meno redditizia ne deriva un aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità!

Inoltre, anche sulla pretesa diminuzione delle emissioni di CO2 (spesso sbandierate come effetto positivo delle bio-plastiche e bio-carburanti) ci sarebbe da far due conti e si scoprirebbe che forse non è così conveniente come sembra.

Infine, ciò è importante!, i processi chimici utilizzati non sono a impatto zero, tutt’altro, come quelli non colorati (verde o altro) producono sottoprodotti inquinanti che devono essere smaltiti e sono potenzialmente pericolosi per la salute (come del resto la gran parte delle attività umane).

Dunque, come direbbe Crozza, la merdasi può anche colorare di verdema puzza sempre di merda, ed infatti il post citato del GRIG esprime tutta la perplessità che qualunque cittadino dignitosamente informato dovrebbe manifestare, perché stiamo sostituendo un’attività a forte impatto ambientale con un’altra altrettanto impattante.

Però con un’aggravante: mentre nelle precedenti lavorazioni la materia prima veniva dall’esterno (dell’Isola) adesso (almeno in parte, poi vedremo perché) ce la dobbiamo produrre e ciò trasformerà la Sardegna in un produttore di cardi!

Cardi!? E quanti?

Tanti, tantissimi cardi, come giustamente fa notare il GRIG, così tanti da soppiantare tutto il resto, anche perché, diciamocelo, gli agricoltori saranno contentissimi di impiantare una coltura che non darà problemi e verrà assorbita interamente dalla neonata Matrìca, ben contenta di trasformare in prodotti chimici (bio-carburanti, bio-plastiche, bio-lubrificanti e bio-nonsoché) tutto quanto arriverà… anzi, potrebbe non bastare. Ecco perché si suppone che si importeranno cardi e poiché si possono coltivare agevolmente nei paesi nordafricani, vicini ma con minori costi di esercizio, ci troveremo nella condizione di dover competere con aree in cui il costo del lavoro è immensamente minore, con risultati facilmente immaginabili (che dovremo diminuire le nostre pretese!).

Insomma un vero paradiso: gli agricoltori saranno contenti perché finalmente non avranno il problema dei carciofi striminziti, dei meloni che marciscono, degli scioperi dei trasporti (all’inizio, cioè oggi, vedremo in futuro quando competeranno con Egitto, Marocco, Tunisia…); i trasportatori saranno contentissimi di fare avanti e indietro dai campi di cardi a Porto Torres; i laureati in chimica troveranno impiego nel nuovo centro di ricerca… gli isolani dell’Isola dei Cassintegrati saranno raggianti, perché riavranno un lavoro e diranno a sé stessi che hanno vinto dopo tante tante lotte!

Ma soprattutto i politici (come dimostrano le roboanti dichiarazioni di Cappellacci) faranno a gara per salire sul carro del vincitore, millantando meriti inesistenti perché la faccenda è tutt’altro che chiara, per un bel po’ di motivi, tecnici prima di tutto (avete letto il post del GRIG o no? Ma leggetelo, porca miseria!) ma anche (e io direi prima di ogni altra cosa) politici!

Politica alta, però, politica vera!

Purtroppo, poiché in Sardegna non ci sono giornalisti degni di tal nome, la storia del Polo Chimico di Porto Torres non verrà mai raccontata, come del resto quella del Polo Metallurgico di Porto Vesme. Ad esempio, non ho mai trovato un articolo che descrivesse il bizzarro processo di scaricabarile attraverso il quale il disastro ecologico e industriale di Porto Torres (una vera patata bollente) è stato caricato sulle spalle dell’ENI (che con Porto Torres non c’entrava davvero niente!). Così come, pur avendo cercato con attenzione (forse non sono bravo) non riesco a trovare un qualcuno che risponda ad una domanda semplice semplice: perché l’ENI (che non c’entrava nulla con Porto Torres) costituisce una joint venture con Novamont e piazza in Sardegna uno stabilimento (Matrìca) destinato a diventare il più grande polo Europeo per la Chimica Verde? Cos’ha la Sardegna di speciale?

La risposta dipende da chi la dà: Cappellacci dirà che è stato merito suo (sbugiardato da miriadi di altri politicanti che affermeranno, al contrario, di aver avuto una parte fondamentale nella faccenda); gli operai che sono stati in galera sull’Isola dei Cassintegrati saranno convinti che a trionfare è stata la loro lotta (poverini, ho una stima immensa per loro, un rispetto infinito e allo stesso tempo provo un’enorme compassione!); i sindacati parleranno di lotta sindacale vincente…

…ma le cose, ovviamente, sono ben differenti: a Matrìca (cioè ENI e Novamont) degli operai e dei sardi in genere non frega un cazzo (ma davvero siamo convinti di poter convincere un colosso industriale a investire in Sardegna scioperando in un carcere? Ma abbiamo idea di chi sia ENI?). La realtà è che un mostro ecologico come il polo chimico in via di realizzazione non lo vuole nessuno, neppure il quarto mondo! Ma chi vorrebbe in casa propria un mostro che fagocita impressionanti quantità di vegetali coltivati all’uopo (occupando tutto l’occupabile), producendo prodotti chimici (se credete che il bio-diesel sia naturale, provate a berne un bicchiere o a condirci l’insalata!) impattanti e bruciando le scorie in un inceneritore la cui capacità è doppia rispetto al necessario (e allora: che altro ci devono bruciare)??? Ma lo sappiamo che verrà realizzato un enorme inceneritore?

Non è che se si bruciano i residui delle lavorazioni, che magari sono verdi, il fumo è verde, sa di violetta e lo si può vendere ai turisti come l’aria di Napoli: il fumo sa di fumo, inquina, provoca malattie polmonari e cancro esattamente come tutto l’altro fumo di questo mondo! Così come il bio-diesel è gasolio, non olio di cocco e lo si caccia nei serbatoi delle auto, non nelle vasche da bagno per i trattamenti di bellezza!

E che dire del terribile ricatto al quale ci si sottopone aderendo all’idea di fare dell’Isola un unico, immenso campo di cardi? Abbiamo idea del significato profondo del vivere in una regione la cui agricoltura è mono-orientata (e fonte di materia prima per la chimica, non per il cibo!)?

La risposta è di una sconvolgente semplicità ed è per questo che parlo di politica alta e vera: con Matrìca, ci stiamo svendendo, stiamo consapevolmente accettando l’idea che in cambio di uno straccio di lavoro (forse verranno assunte circa 700 persone) e di un’ombra di indotto (poco e di pessima qualità, come sempre nei grandi agglomerati dell’industria chimica) dovremo convivere con un mostro che promette di inquinare quanto il precedente polo chimico ma, questa volta, anche di distruggere l’agricoltura e, presumibilmente, il paesaggio. Ancora una volta, sarà un golem che darà lavoro con le stesse modalità sperimentate in passato, attraverso la formazione di clan e circoli di potere che si spartiranno posti di lavoro, consulenze, sovvenzioni. Questi sono problemi politici, che riguardano ciò che vogliamo per la Sardegna!

Certo, non può stupire che gran parte dei cittadini sia felice di accogliere un nuovo insediamento industriale che promette di portare lavoro, ma possiamo davvero barattare questo con una vera e propria occupazione territoriale (e culturale, accidenti, possibile che nessuno ne parli?) degna, questa sì, altro che stupidaggini su lingua e scuola, del miglior passato coloniale delle potenze europee?

Ecco la politica, allora: dove sta? Dove stanno gli intellettuali che tanto amano discettare di «sovranità»? Non si rendono conto della cessione di sovranità territoriale ad un mostro chimico, per dipiù verde?

A parlare d’altro: alleanze elettorali, percentuali, giochetti vari… archeologia e statue… sa limba…

Ma non perché intellettuali e politici siano imbecilli, tutt’altro, perché la nostra politica e intellettualità è questa, noi siamo questi. Quindi prendiamoci Matrìca, i posti ottenuti con i soliti accozzi, il ricatto «lavoro in cambio di inquinamento» e il resto. In fondo è quello che vogliamo!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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