CHI HA PERSO LA TURCHIA? L’IDENTITÀ!

di Gabriele Ainis

 

Potendo dare un consiglio, suggerirei un film: C’era una volta in Anatolia. Uno splendido lavoro di Nuri Bilge Ceylan. Quanto sia bello lo dice questa recensione di Mariarosa Mancuso, che l’ha visto, non ci ha capito un accidente e lo distrugge (non per nulla scrive per Il Foglio, uno dei tanti assemblati di cartaccia che viaggia direttamente dalla stamperia al macero, pagato – anche – dalle nostre tasse). Se un’ignorante come questa lo critica ferocemente, è un ottimo segnale, ed infatti il film è stupendo perché descrive, con una stupefacente profondità, lo spirito di un paese complesso e contradditorio come la Turchia. Peccato che, per capirlo, nelle zone rurali dell’Anatolia , fondale per lo svolgersi della trama, ma anche vera protagonista, come indica chiaramente il titolo, bisognerebbe esserci andati almeno una volta. Certo, difficile non capirlo, ma una come Mancuso ci mette poco, perché ci sono persone che credono di leggere il mondo col culo imbullonato alla tastiera di un notebook e la propensione all’uso (errato) di Google.

Allora: perché scegliere di segnalare la recensione di Mancuso?

Perché non capisce un cazzo di Turchia, quindi non può interpretare il senso del film, comprendere la sottigliezza dei contrasti stridenti della coesistenza del «mondo occidentale avanzato» (il notebook utilizzato per la redazione di un improbabile verbale dopo la scoperta, infine, del cadavere tanto a lungo cercato) e quello «islamico arretrato» (la cena in cui il procuratore, evidentemente personalità di spicco, autoinvitatosi a casa del sindaco di un paesino sperduto, mangia con le mani e poca forchetta, dal piatto comune, parlando di Allah). Insomma perché quest’ignorante (Mancuso) è un ottimo esempio di quanto la Turchia sia poco compresa da noi europei, quindi, ovviamente, così tanto temuta.

Eppure, godendomi il film, che non è per nulla lento, se è accaduto di viaggiare per le strade sterrate dell’Anatolia), ma riflette al contrario la suggestione della difficoltà di movimento quando gli standard cui siamo abituati scompaiono (dai cartelli indicatori all’asfalto), riflettevo proprio su questo: perché ci stiamo perdendo la Turchia, che invece si sforza (come dice esplicitamente uno dei protagonisti) di far del proprio meglio per entrare in Europa? O dovremmo dire «si sforzava» visto che ultimamente cerca di ritagliarsi una posizione di preminenza locale che potrebbe piacerle assai di più?

Un tempo si diceva che in ciò che è avanzato dell’Impero Ottomano ci fosse una clamorosa mancanza di democrazia e rispetto per i diritti umani. Fatto incontestabile, se si assumono come standard paesi come Germania o Inghilterra (o Francia). Adesso, però, siamo arrivati agli Europei in Ucraina con la Timoshenko in galera, tanto per dirne una, quindi appare lampante come, probabilmente, per la Turchia ci sia stato (e ci sia tuttora) ben altro.

Ciò mi ha fatto tornare in mente un bel saggio che ho letto un annetto fa: Chi ha perso la Turchia?, di Marco Ansaldo, che si occupa proprio di questo tema: com’è avvenuto che da baluardo orientale dell’Alleanza Atlantica, Ankara si sia progressivamente resa così autonoma da costituire dapprima un problema per l’amministrazione Obama e successivamente raffreddare gli strettissimi legami con Gerusalemme? Non sarà che tutto ciò sia dovuto alle difficoltà interne ed esterne incontrate nel difficile processo di integrazione europea, di fatto negata fin dal lontano 1959?

Ansaldo, in un saggio tanto rigoroso quanto scorrevole, ripercorre una lunga serie di argomenti: da Cipro alla questione armena, dai diritti umani all’islamismo, arrivando tuttavia al nocciolo vero del problema: la Turchia l’ha persa l’Europa, che si è trovata di fronte ad un problema enorme: la propria identità e l’incapacità di gestirla!

Accogliere la Turchia, paese a maggioranza islamica, significherebbe (io direi finalmente!) rinunciare alle velleità antistoriche di una base fondativa europea di matrice cristiana, propugnata con forza dalle gerarchie cattoliche (ma non solo) e difesa dai movimenti emergenti di destra praticamente in tutti gli stati dell’Unione, anche quando la religione risulta strumentale ad interessi affatto lontani (come il caso dell’italiana Lega Nord, fondamentalmente pagana, come del resto gran parte del neo-nazismo!). Significherebbe, finalmente, rinunciare all’idea di un’Unione rigorosamente legata al continente europeo, dunque aperta ai contributi nordafricani e asiatici.

Quanto ciò sia auspicabile (forse obbligato), lo indica l’evoluzione straordinariamente rapida degli ultimi avvenimenti dell’area mediterranea, che fanno sembrare quasi «sorpassato» il saggio di Ansaldo. Oggi, assistiamo alle crisi nordafricane, all’abbattimento di un caccia Turco ad opera della Siria, al tentativo di normalizzazione dell’area siro-libanese con un’azione di forza basata anche sulla presenza turca (e quanto sarebbe stato utile avere la Turchia all’interno dell’Unione!).

Ed ecco che torniamo al film, a quella volta in Anatolia, agli attori che si muovono, parlano, pensano e si manifestano come stupendo esempio di ciò che la Turchia è davvero: un grande paese ricco di complessità che potrebbe arricchirci qualora la smettessimo di aver paura di chi è apparentemente così estraneo ed invece così simile a noi, essendo la gente, tutta, in tutto il mondo, tanto monotona e sempre uguale a sé stessa.

Basta guardare alle piccinerie quotidiane, allo sbirro che rivendica la propria parte di piccoli privilegi, al grottesco trasporto del cadavere dentro il bagagliaio dell’auto – come in una bella novella di Sciascia che pone il lettore di fronte al contenuto così surreale dell’essere umani nel piccolo quotidiano di ciascuno di noi – per capire che la Turchia è tutt’altro che un pericolo, se solo si pensa che siamo prima di tutto esseri umani, altro che «occidentali» e «islamici»!

 

 

PS per capire qualcosa in più di Europa e Turchia, suggerisco un vecchio saggio: I signori degli orizzonti (Jason Goodwin, Einaudi); si potrebbe scoprire quanto la pretesa di cercare delle «radici» più o meno «cristiane» dell’Europa sia una solenne fesseria, non più di quanto tanti «intellettuali sardi» cerchino delle pretese identità «sarde»!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a CHI HA PERSO LA TURCHIA? L’IDENTITÀ!

  1. Ale Sestu ha detto:

    Sul blog di Bolognesi mi sono avventurato in una discussione sul concetto d’identità, dopo un breve battibecco nato sul blog di Biolchini. Lei fa l’esempio della identità cristiana in Europa, o sarda in Sadegna. Solenni fesserie.
    Io nella discussione ho esteso il ragionamento a livello generale, considerando il concetto stesso d’identità, come un limite da superare (comunque per me già superato).
    Questo nel blog di Bolognesi.
    A me piacciono le discussioni accese.

    Lei cosa ne pensa ?

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Ale Sestu,
      ritengo che si dovrebbe evitare di pretendere di discutere con i ciuchi: possono anche ragliare forte, ma restano sempre ragli. Al massimo, si può dar loro una carota. Spesso la gradiscono.
      Cordialmente,

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