IL MANIFESTO È MORTO… VIVA IL MANIFESTO!

di Gabriele Ainis

 

Apprendere la notizia che Il Manifesto ce l’ha fatta a non chiudere i battenti mi ha fatto piacere. Non perché sia un lettore, ma perché è una testata cui sono affezionato, pur condividendo poco delle posizioni politiche che esprime. Forse è solo nostalgia, oppure una maniera per rivendicare di fronte a me stesso l’esistenza di un passato e di principi nei quali credo ancora, sebbene con Il Manifesto poco condivida delle strategie per renderli prassi, da speranza che erano e sono tutt’ora.

Mi ricordo anche di Lucio Magri e del suo suicidio assistito che mi aveva fatto pensare a una specie di metafora di una fine annunciata anche per il quotidiano, mentre l’uno se n’è andato definitivamente ma l’altro ancora resiste, per quanto non si possa dire se sia solo un tirarla in lungo, un’agonia assistita, o davvero il rilancio di un progetto valido.

Quando ne parlo tra amici, in molti asseriscono come Il Manifesto abbia diritto alla sopravvivenza, quindi a sovvenzioni pubbliche, perché esprime posizioni di minoranza che altrimenti non troverebbero asilo da nessuna parte e poiché – al contrario della sinistra – la destra possiede risorse e quattrini per sovvenzionare testate amiche anche senza contributi pubblici, la collettività deve assicurare la pluralità delle opinioni.

Io, di solito, rispondo che non lo legge nessuno; poi domando se abbia senso o meno tenerlo aperto, perché se i lettori non leggono (che sarebbe una specie di contraddizione in termini) trovo bizzarro stampare un quotidiano. A questo punto, cito il caso de Il Fatto e tronchiamo la discussione sui giornali, perché questo viene considerato una porcheria alla stregua di Bolero Film, (per chi lo ricorda) quindi si passa ad argomenti più interessanti, come la crisi di Valentino Rossi. Non avrà la stessa valenza politica, ma almeno con il fenomeno di Tavullia si va sul sicuro perché sappiamo tutti che si scherza e non ci si prende a botte.

Eppure, se penso a Il Manifesto, la prima domanda che mi viene il testa è: perché io non lo leggo? Cosa ci trovo che non vada?

La risposta è banale. Per quanto mi riguarda, non è un giornale strutturato in modo tale da competere sul mercato dell’informazione: è l’organo di un partito che non c’è, come una testa che pensa senza un corpo che ne abbia bisogno, per di più con la pretesa di non adeguarsi alla modernità dei lettori, piaccia o meno, cambiati rispetto al 1969 (e non in peggio, a mio modesto avviso!).

Questa mattina, Norma Rangeri, chiamata a condurre per una settimana la trasmissione Prima Pagina di Rai3 (trasmissione che seguo, se mi trovo a guidare, per la curiosità del tipo antropologico – filtrato dalla redazione – che telefona e pone le domande) mi ha confermato nell’impressone che il vetusto quotidiano abbia poca voglia di sopravvivere. Posta di fronte ad una domanda (scema!), se Il Manifesto non potrebbe fondersi con Il Fatto, la direttrice (osservando come Il Fatto non avrebbe di certo l’intenzione di farlo) ha fornito una risposta illuminante. Prima di tutto, diversità di tradizione: Il Manifesto ha più di quarant’anni (detto con giusto orgoglio) Il Fatto un annetto. Ma poi – e questo la dice lunga – Il Manifesto non pubblicherebbe mai un’intervista a Daniela Santanché, mentre il Fatto non darebbe spazio a un articolo di duecento righe sul comunismo!

L’osservazione, ovvia, sarebbe la seguente: come si fa a parlare di politica senza dare spazio al partito che in parlamento detiene, ancora, la maggioranza relativa dei seggi? Quello che ha governato il paese negli ultimi vent’anni condizionandone la politica anche durante la vacanza governativa in occasione delle due vittorie di Prodi? Quello che solo Prodi, con una coalizione che comprendeva anche la parte politica più vicina a Il Manifesto (sic!) era stato capace di sconfiggere?

Come si fa ad analizzare la realtà politica italiana se si prescinde da Santanché, Carfagna, Gelmini, come dire la parte femminile di quella coalizione di governo (assieme alle Rosy Mauro) che hanno conquistato i voti e retto la Repubblica (a nominarla in associazione con questi nomi un poco mi vergogno…)?

E per converso: quanti sono (o siamo, perché potrei anche provarci) a leggere un articolo di duecento righe sul comunismo in un quotidiano? Vogliamo essere ottimisti: diciamo duecento (in tutt’Italia)?

Oppure: assodato che la Repubblica della Gnocca espressa da Berlusconi ha distrutto il paese, ha davvero senso ignorarlo, se non con analisi dotte espresse da articoli illeggibili, oppure è meglio confrontarsi con la Gnocca al Potere ponendo il risalto l’assurdità della situazione (sempre che se ne sia capaci, intendiamoci!)?

Tanto per non andare lontano, citando un personaggio che difficilmente si catalogherebbe tra i liberisti sfrenati, Santoro ha sempre posto di fronte ad ogni altra considerazione la necessità di confezionare un buon prodotto, seguito a ruota (o preceduto) da un Padellaro (altro personaggio al di sopra di ogni sospetto) che ha sempre avuto lo stesso concetto riguardo l’informazione (ed infatti, volendo confezionare un giornale capace di essere tale, è stato cacciato via dalla direzione dell’Unità). Non sfuggirà che Santoro ospita la Santanché nelle proprie trasmissioni (ma perché dovrebbe evitarlo?) e Padellaro intervista chiunque, ma soprattutto la Santanché (citata come sineddoche, naturalmente, al decimo dito medio comincia a stufare anche lei).

In realtà, senza dare troppo addosso alla Rangeri, persona serissima e convinta di ciò che fa, la risposta da fornire alla domanda cretina sulla fusione dei due quotidiani sarebbe dovuta essere: Perché vorrebbe fondere un quotidiano che sopravvive senza alcun tipo di sovvenzione statale, perché vende!, con un altro che è solo capace di accumulare debiti perché non vende? E ciò porta alla domanda: perché Il Manifesto non vende, perché pubblica qualcosa di scomodo che si vuole tacitare ad ogni costo, o perché pubblica notizie ed editoriali che non interessano nessuno?

Rangeri, interrogata in merito, argomenta sull’inesistenza di un vero mercato dell’informazione (vecchia solfa ahimè) che sarebbe come dire che il mercato vero sarebbe quello in cui Il Manifesto vende, mentre quello attuale è drogato dai poteri forti e quindi Il Manifesto non vende!!

Speriamo che sia così e il giornale riesca a premere sull’opinione pubblica in modo da riportare il mercato nella direzione voluta (ne dubito, ma non si sa mai) vendendo così migliaia e migliaia di copie e prosperando come organo di informazione della sinistra. Come ciò possa accadere, visto che non lo legge nessuno è ancora un mistero, ma Norma Rangeri (e gli altri compagni) ci crede.

Comunque sia, un augurio, un in bocca al lupo, o qualunque cosa si dica in questi casi. Visto che lo stato sovvenziona di tutto, forse anche la Confraternita del Santo Prepuzio, non vedo perché non spendere i pochi denari per far (soprav)vivere Il Manifesto. A non saperlo più in edicola, mi farebbe la stessa impressione della mancanza di un neo intrigante sul viso di una bella donna: non serve a nulla, ma a vederla senza non sarebbe più lei!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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