MAURO PERRA: QUANDO L’INFERNO (E L’ARCHEOLOGIA) È LASTRICATO DI BUONE INTENZIONI!

di Gabriele Ainis

 

Doverosa premessa: per quanto mi riguarda (pertanto la rilevanza di ciò che sto per dire è pari a zero!) Mauro Perra svolge ottimamente il proprio ruolo di archeologo; inoltre ammiro particolarmente l’impegno che pone nell’attenzione alla divulgazione ed al proprio ruolo di intellettuale al servizio della comunità.

Tuttavia, il giudizio estremamente positivo che dò del suo lavoro (ripeto, la rilevanza del mio giudizio è inessenziale, ma è meglio specificarlo) non mi impedisce di essere in completo disaccordo su alcune posizioni (le chiamerei meta-archeologiche) da lui espresse, riguardanti il rapporto tra cultura (l’archeologia in particolare) e società. Ad esempio, ricordo che manifestai molte riserve sulla decisione di organizzare un convegno su Atlantide (e resto della stessa idea ancora oggi) altrettante ne confermo sulla simpatica presentazione di Ardauli, in occasione della IV Giornata Internazionale dell’Archeologia Sperimentale, che Giacomo Mameli (dopo aver imperversato anch’egli sulle rive del lago Omodeo) ha pubblicato su Sardinews, dandomi modo di parlarne.

Semplificando, Perra desidera difendere la tesi che la «cultura», considerata dal punto di vista della fruizione popolare, è capace di generare reddito, in aperta polemica con la tristemente nota esternazione di uno dei peggiori ministri che la Repubblica Italiana abbia espresso: La cultura non riempie lo stomaco.

Orbene, non so dove Perra abbia studiato economia, ma l’idea che una qualunque impresa culturale possa autosostenersi è una pia illusione (né riesco a capire da dove sia nata questa idea così stravagante).

Ed infatti, prese le distanze dalle esperienze americane (che tra l’altro non si autosostengono attraverso la fruizione popolare) e stigmatizzata la proposta di rendere «manageriale» la gestione dei beni culturali (che condivido), cita due esempi che ritiene esemplificativi: Villanovaforru ed Orroli.

Da dove Perra ricavi l’idea che Genna Maria (e connessi) e Arrubiu (e connessi) generino reddito, dovrebbe spiegarlo, perché si limita ad enumerare il numero di «posti lavoro» delle attività turistiche e ricreative, senza ricordare (strana dimenticanza) i corposi investimenti necessari alla creazione (nel senso di scoperta e studio) nonché manutenzione dei siti. Sarà bene porsi una domanda: chi è che ha pagato/paga il museo di Villanovaforru? Chi gli scavi di Genna Maria? Chi ripiana ogni anno i bilanci delle attività culturali?

La risposta è semplice: il denaro pubblico! Che poi in parte (perché la semplificazione Genna Maria=ristoranti e alberghi è tutta da dimostrare) questo denaro pubblico abbia delle ricadute sulle attività private è vero, ma allora non stiamo parlando di generazione di reddito ma di «ridistribuzione» di denaro pubblico, visto che se si valutasse quante tasse le attività produttive (culturali e ricreative) riversano sul pubblico (questo significherebbe «autosostenersi», restituire al pubblico ciò che è stato investito!), si scoprirebbe (ovviamente, non ci vuole Keynes) che il pubblico finanzia il privato!

Insomma, le attività citate da Perra come esempio che la cultura riempie la pancia, dimostrano l’esatto contrario: nella migliore delle ipotesi, chi riempie la pancia è il denaro pubblico!

E qui veniamo al succo del problema: la cultura deve essere finanziata dal pubblico o no?

Risposta: sì, senza se e senza ma. Perché la cultura ci aiuta a vivere meglio ed è un diritto. Perciò, come tutti i diritti, si paga a caro prezzo (come la democrazia, costosissima!), perché è preziosissima! Del resto proprio Perra (sebbene con citazioni improvvide) se ne rende conto e lo afferma.

Allora, per chiudere il discorso, la cultura «riempie la pancia» o no?

La risposta è che la domanda è stupida! Il fatto di poterla articolare non la rende sensata, in caso contrario potrei domandare a Perra il nome del re degli Stati Uniti per poi accusarlo di ignoranza qualora non mi sapesse rispondere! Non per niente è esattamente ciò che afferma Settis, il quale non si è mai sognato di proporre un modello, quale che sia, di «cultura che riempie la pancia».

Si potrebbe correttamente affermare come sia molto meglio investire i soldi pubblici nel Nuraghe Orrubiu, perché almeno è capace di indurre lo sviluppo di posti di lavoro, ma non può fuggire il pericolo di una posizione come questa! E se io dimostrassi che la Sagra della Lumaca crea un numero di posti di lavoro maggiore di Orrubiu? Dovremmo finanziare la Sagra o il nuraghe? (Attenzione, perché potrei portare numerosissimi esempi: che ne pensiamo del vino novello a Milis?)

Mi appare incomprensibile come Perra non realizzi i pericoli insiti nell’errore di considerare la cultura come una potenziale sorgente di reddito (per di più citando Settis che afferma, correttamente, l’esatto contrario!). Con l’aggravante del citare due esempî (Villanovaforru e Orroli) in cui è semplice dimostrare come il bilancio netto dell’operazione sia un flusso di denaro pubblico verso il privato! Sarà pur vero che ciò sia auspicabile nell’ottica del supporto alle attività produttive, ma ne consegue un’altra (gravissima) difficoltà. Se il bilancio della sovvenzione è negativo (cioè non ritornano tasse sufficienti per coprire il denaro pubblico in uscita), c’è la necessità di ripianare il debito, dunque di attingere denaro da qualche altra parte: da dove?

Ecco il problema: senza un’economia che preveda un surplus di risorse da destinare alla cultura, questa non è fruibile, altro che generazione di posti di lavoro!, in caso contrario l’Egitto (che non ha altro che le piramidi) sarebbe ricco sfondato, e Addis Abeba (che ha lo scheletro di Lucy) una località turistica!

Al contrario, chissà come mai, sono proprio i paesi ricchi e industrializzati che possono permettersi i musei, i teatri e la fruizione popolare della cultura ed è per questo che Il MoMA non sta certo a Bamako ma, guarda un po’, a New York! Purtroppo, reggersi su attività culturali e sul turismo (altra attività a rischio, generatrice di lavori a basso reddito, di forte impatto territoriale e poco redditizia) è tipica di società povere, spesso poverissime, mentre può rappresentare un complemento utile per abbattere (nei limiti del lecito) gli elevatissimi costi della cultura in quelle ricche (come la nostra, chissà fino a quando)!

In conclusione, poiché amo leggere i lavori del dottor Perra (che apprezzo particolarmente, anche se sono un ignorante, per quanto appassionato) preferirei che si dedicasse maggiormente all’archeologia: l’economia la trascuri, vedrà che nessuno lo accuserà di menefreghismo perché non dimostrerà che la cultura riempie la pancia. Consideri anche, l’ottimo Perra, che c’è chi lo ascolta senza verificare ciò che dice e potrebbe credere davvero che una società possa reggersi sulla cultura assicurando, nel contempo, i servizi che pretendiamo ad ai quali siamo abituati (come l’assistenza medica e la scuola, tanto per citarne due!).

 

PS – Ma allora da dove diamine proviene questa sciocchezza della cultura che riempirebbe la pancia? Risposta semplice: da coloro che non la considerano un diritto collettivo ma una mucca da mungere! Ci sarà bene un motivo se il problema è stato sollevato da un governo di destra tutto impegnato (con successo e l’appoggio popolare) a creare una società di pochi ricchi che vivono alle spalle di una moltitudine di poveri. Vediamo di non dare una mano a questi signori! Grazie.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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14 risposte a MAURO PERRA: QUANDO L’INFERNO (E L’ARCHEOLOGIA) È LASTRICATO DI BUONE INTENZIONI!

  1. Mauro Perra ha detto:

    Mi spiace che non sia stato compreso il senso del mio intervento dato che anch’io penso, e l’ho scritto nella seconda parte che la cultura serva all’uomo per la sua sopravvivenza come specie e quanto sia dannoso separare stomaco e cervello. Non ho studiato economia e non ho intenzione di farlo, ma spero che nessuno se ne abbia a male se critico l’approccio economicista all’offerta culturale.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile dottor Perra,
      accolgo volentieri la sua critica secondo la quale avrei inteso male il senso del suo intervento. Tuttavia, se fosse vero (ma anzi lo è di certo, ho ammesso molto candidamente di essere ignorante e probabilmente ho non poche difficolta ad interpretare un testo di media complessità) ciò confermerebbe il mio timore: che a parlare in modo impreciso di certi argomenti (mi passa l’«impreciso», per cortesia?) si corre il rischio di far capire fischi per fiaschi. Nello specifico, di far credere come «la cultura faccia mangiare» (magari!).
      La ringrazio moltissimo per l’intervento, anche a nome dei tre lettori istituzionali del bLLog e naturalmente mi permetto di condividere in pieno la sua critica all’approccio economicista alla cultura (che distinguo dall’«offerta culturale», ma suppongo che su questa base si possa trovare una mediazione).
      Cordialmente,

      • Mauro Perra ha detto:

        Lei ha semplicemente estrapolato alcune parti del mio discorso isolandole da un contesto più ampio. La cultura fa mangiare nel senso che di essa ci dobbiamo nutrire se non vogliamo rinunciare alla nostra condizione di uomini.
        Un saluto

  2. Tetragramma Sardo ha detto:

    Benissimo. Piacere di incontrarla qui, dott. Mauro Perra!
    Intanto, perché io sono un suo tifoso culturale.
    E poi anche perché questo “loft” goliardico ed apparentemente improvvisato (non lo è affatto, ma credo voglia sembrarlo per motivi di principio) sta diventando una specie di salotto buono, molto meglio frequentato di altri, che si reputano più seri ed importanti e se la tirano.

    Non se ne abbia a male, comunque: qui un po’ si scherza, un po’ si fa sul serio, si ammettono gli errori commessi. Per poterne commettere sempre di nuovi ed imprevisti.
    Un po’ si sta come d’autunno sugli alberi le foglie: il vantaggio sta nell’esserne coscienti…

  3. pierluigi montalbano ha detto:

    La cultura nutre la mente di chi la coltiva, e non produce elementi graditi allo stomaco. I decisori che elaborano le strategie governative, soprattutto in questo periodo, ragionano in termini di profitti e perdite. La cultura non può essere incasellata nei profitti, mai, in nessun caso. Compare, invece, nelle perdite, poiché è un servizio che lo stato deve garantire ai cittadini. E’ una questione contabile, non si sfugge. Tuttavia condivido l’idea di Perra, precisamente l’osservazione nella quale l’accento si pone sulla necessità umana di sviluppare le possibilità di scelta del proprio status. Solo gli individui che pongono la cultura come “mirino” del progresso possono cercare soluzioni efficaci ai vari problemi che la vita pone. Pensare di progredire affidandosi esclusivamente alla produzione di risorse che possono essere quantificabili monetariamente ha creato un buco spaventoso nell’economia mondiale, oggi fallita miseramente sotto gli attacchi speculativi di 4 gatti plurimiliardari che tengono le redini delle borse mondiali. Questi signori dovranno fare i conti con la mancanza di un patrimonio reale che possa bilanciare il fumo immesso nei forzieri bancari. La credibilità è cessata, e oggi il disastro monetario è sotto gli occhi di tutti. Hanno venduto fumo, hanno approfittato della distrazione dei lavoratori, hanno costruito una “nuova schiavitù lavorativa” indebitando l’umanità senza creare alternative. Il sistema sociale deve cambiare, non sarà l’immissione di altra moneta nel circuito a salvare le nazioni. I decisori boccheggeranno per qualche mese ancora…poi il crollo li spazzerà via, se non lo faranno prima gli inferociti debitori che non sanno più dove sbattere la testa. La cultura potrà dare una mano alla ricerca della soluzione, ma questa avverrà in tempi lunghi. Ben venga allora il pensiero di Perra, forse illuminerà qualche neurone sopito di chi sta al potere.

  4. Gianni Campus ha detto:

    Devo dire che la questione appare intrigante.
    Cosa sia questa famosa cultura, sembra difficile da definire; in ogni caso, se riportiamo il tutto al “centu concas, centu berrittas”, bisogna soprattutto accertare che dentro le stesse berrittas si siano le concas di pertinenza, salvo voler essere collezionisti (è un’idea anche questa) di copricapi tipici e non, piuttosto che di idee sostenibili.
    Ho sentito dire – con elegante semplicità, e in altro luogo – che cultura è “ciò che viene trattato dall’assessorato alla cultura”.
    Benissimo: poiché esiste un assessorato alle attività produttive, potremmo pensare che la “cultura”, intesa in tal modo, sia esente da ogni finalità di produzione economica, evidentemente trattata altrove. Pur tuttavia, essa non pare esente da problemi di consumo, come qualunque servizio sul tipo della scuola, della sanità etc. etc.; tutti “servizi”, che costano e – si direbbe, in questa logica – non producono.
    Valgono quindi, si direbbe, le regole dell’economia dei consumi, e non quelle dell’economia delle produzioni.
    Che cosa voglia dire, non lo so esattamente.
    Si potrebbe rilanciare evocando una differenza – che c’è senz’altro – fra scuola e salute, intese come premessa alla produttività dell’individuo, e cultura o sport, purché – quest’ultimo – inteso come spettacolo e non come pratica igienica, fisica e mentale: senza troppa difficoltà si potrebbe accedere alla visione di un ruolo oppiaceo di tali ultime discipline, da avvicinare quindi piuttosto alla religione che al sano produrre, materiale o meno .
    Fermo restando il dubbio – subito emergente – del come collocare gli addetti all’ora et labora, il rischio reale è però quello di impantanarsi in questioni di autentica lana caprina, come quelle che mirano alla identificazione del sesso degli angeli, o alla conta di quante anime stiano sulla punta di uno spillo; oppure, ancora, alla quadratura del cerchio o alla definizione dell’autentico carattere della peste manzoniana.
    In realtà, le tre volte che sono andato in Egitto, mi sono chiesto di cosa avrebbero campato gli Egiziani, se i loro antenati non lo avessero sovraccaricato di ogni bendiddio. O se al resto del mondo di Akenaton, Tutankamon, Ramses (non sono in ordine, lo so) etc etc non fosse fregato un bel nulla. Se, cioè, non esistesse al mondo un motore culturale in grado di pilotare flussi di persone verso le radici dell’umanità. E, in effetti, lo stesso pensiero deve essere passato per la mente di quegli integralisti che – a tempo debito – fecero fuori un buon numero di turisti proprio per fottere (guarda un po’) l’economia del Paese, e renderlo più sgranocchiabile.
    Curiosamente, ma non troppo, la stessa considerazione si potrebbe fare a proposito dell’Italia; per fortuna, da stolti quali sicuramente siamo, abbiamo da tempo perso il ruolo di principale obiettivo del turismo mondiale. Diciamo pure che, pur avendo – per puro incidente storico – buona parte dei tesori culturali dell’umanità, riusciamo a evitare di usarli come motore e carburante di attività economiche, almeno nella misura in cui lo sanno fare da altre parti.
    Abbiamo pertanto ripiegato profittevolmente su altre produzioni; ma, in realtà, dobbiamo dare atto del fatto che – anche in quelle – siamo più bravi a fare formaggi, scarpe e Ferrari, che banalità come quelle che possono fare tutti (e che fanno, avendo mano d’opera e materie prime).
    Perché? E’ ovvio: perché sono anche quelle cultura, anche se non dipendono da quell’assessorato, ma da Pellegrino Artusi e Leonardo da Vinci.
    E qui mi fermo, stanco ma contento.

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile Campus,
      certo che è intrigante, altrimenti non ne avrei scritto!
      Nel merito. L’esempio dell’Egitto, da lei ripreso, è assolutamente calzante: meno male che hanno le piramidi, però, come avrà notato in occasione dei suoi viaggi, non creano sviluppo (l’industria sì, invece, con molta più facilità, posto che si sia capaci) né benessere.
      Che poi l’offerta turistica debba comprendere ciò che c’è (anche i nuraghi, perché no?) è tutt’altro! Ovviamente, se non si hanno bistecche si mangia la cicoria (avendo i soldi perché adesso costa una cifra pure quella) però non si venga a dire che è la stessa cosa (pur con tutta la pubblicità che adesso fanno contro la carne rossa!).
      L’importante è che non passi il messaggio (sbagliato!) che la Sardegna possa basare il proprio sviluppo sui nuraghi, questa sì una vera e propria assurdità. Se non ci fosse altro mangiamoci anche quelli (riuscendo a digerire i sassi) ma non possono essere indicati come modello per il futuro!
      Che non sia un discorso ozioso lo dimostra l’attenzione di tante amministrazioni locali per i monumenti protostorici visti come potenziale forma di sviluppo. Vediamo di dire a questi signori che si tratta di doverosa conservazione, non altro e che lo sviluppo (cioè gli ospedali, le scuole e i diritti che ci aspettiamo da no stato moderno) è ben altro!
      (La battuta sulla cultura che sarebbe ciò di cui si interessa l’Assessorato preposto è una stupidaggine mitica, e rende conto molto bene di cosa sia oggi la cultura in sardegna!)
      Cordialmente,

      • Gianni Campus ha detto:

        Vede, Ainis, a me la questione sembra – in ultima sintesi – molto, molto semplice: il fulcro del problema è sempre quello che separa la rendita dal profitto.
        In Marocco – dove sono piuttosto svegli – dicevano ai turisti di non dare elargizioni ai bambini, per evitare che questi – invece di andare a scuola – preferissero mendicare.
        Mendicare una bieca rendita dalle proprie risorse è sempre mendicare, che si faccia in barba all’Atlante, alla Sfinge, alla spiaggia rosa di Budelli o al nuraghe di Barumini: non vedo in questo una grande attitudine al profitto d’impresa.
        Il paradigma arcaico e biblico del pastore – anche sardo – è legato al fatto che il lavoro vero viene fatto dal cane, dato che sa correre e abbaiare meglio di me; io rischio – anche la pelle – e mi annoio. Se proprio non so cosa fare, faccio il formaggio, sempre che non abbia spedito il latte al caseificio.
        Non a caso, la macchina biologica della pecora è una delle grandi invenzioni dell’umanità, ed ha lasciato tracce nell’economia mondiale e nel sesto libro del Capitale, ben prima dell’industrializzazione, della quale è premessa.
        E anche nella testa delle persone, isole comprese.
        Ma se non ho suolo e pecore, il gioco non si gioca; gualchiere, telai, follatrici etc verranno dopo, millenni dopo.
        La rendita, a parte le pecore che la rendono palpabile, ha però bisogno soprattutto di suolo, è legata al suolo: se ce l’ho, infatti, vivo di rendita.
        Il paradigma pastorale dell’imprenditore sardo è quindi il seguente: “Di cosa c’è domanda? Acqua? bene, Acqua sia. Io ho un campo nel quale l’acqua certamente c’è; chiamo fra’ Galgario da Masullas, che viene col suo bastoncino e me la trova. Allora chiedo un finanziamento alla Regione, scavo (sgavo) un pozzo, ci metto un grifone, e mi siedo su una bella sdraio li vicino. E aspetto. Che cosa? I soldi, perbacco! Infatti, ormai sono diventato un Imprenditore, anzi, un industriale delle acque.”
        Come Mosè. O come Aronne. O come la sua verga.
        Una storia biblica. Anzi, una condanna.
        Non si illuda, Ainis: anche le miniere e il turismo, in Sardegna, sono state rendita.
        E così pure la petrolchimica, con buona pace dei millantati poli di sviluppo.
        Ahimè.

  5. Gabriele Ainis ha detto:

    Gentile Campus,
    no! Per favore, non confondiamo le nostre fisime di vecchietti con la realtà. La Sardegna vive una situazione di crisi profonda, ma arrendersi sarebbe da sciocchi (nonché poco divertente). Vediamo di non confonderci con gli idioti che se ne stanno tranquilli in pensione a (s)parlare di nuraghi e cazzi vari. Al contrario, vediamo di darci una mossa. potrebbe essere controproducente, come afferma qualcuno, perché potrebbe aiutare il nemico, ma vale comunque la pena di provare (e se poi ci piacesse? Non è mica proibito, no?).
    Cordialmente,

    • Gianni Campus ha detto:

      Sarò anche vecchietto, ma sono un ronin: non mi arrendo mai.
      Se no, perchè starei amministrando Iglesias, dopo aver amministrato Cagliari per sette anni?
      Certo, un samurai cattolico suona strano, ma – mi creda – anche questo aiuta…

    • panurk ha detto:

      ATTENZIONE: il commento che segue è inteso di essere accompagnato da un JPG che manderò tramite e-mail a Gabriele Ainis e Boicheddu Segurani. La prego di prendersi la libertà di corregere evidenti errori dovuti all’imperfezione della mia conoscenza dell’italiano.

      ———————- commento ——————–

      Gentile Gabriele Ainis,
      sono perfettamente d’accordo con il Suo “arrendersi sarebbe da sciocchi”.
      Purtroppo, soluzioni intelligenti richiedono una certa intelligenza che permette (se uno ne dispone) di
      (1) valutare in modo corretto e realistico la situazione propria
      (2) individuare i punti forti del nemico.
      Ecco il problema dei Sardi. Sí, lo so, i Sardi sono tutti balentes, todos caballeros, già 3000 anni fà più forti delle truppe faraoniane, sono giganti ecc., ecc., ecc., ma sono anche prigionieri della loro autoreferenzialità che ovviamente li impedisce di guardarsi in modo realistico. Sono incapaci di inquadrarsi nel mondo globale e si serbano la loro ignoranza del mondo per potersi sentirne l’omphalos. Se qualche pattriottu intitola la Gola de Gorroppu il GRAN CANYON D’EUROPA … O.K., va bene, perché dimostra soltanto che quel tizio non conosce nè l’Europa nè il Gran Canyon. Se però si legge sul sito ufficiale di sardegnaturismo.it

      LA SARDEGNA È IL CUORE DELLA CULTURA MEDITERRANEA

      si tratta della prova che non si sa nulla, nemmeno della cultura mediterranea. Su questa base d’ignoranza – come fare una “politica turistica”? La Sardegna non è l’omphalos del Mediterraneo – o mettendolo un po’ più duro: La gente non verrebbe in un museo Betile a vedere l’arte nuragica ma a vedere l’architettura di Zaha Hadid. Questo si potrebbe capire alzando il culo ed andando “fuori”. Cosí si potrebbe imparare come si fà (per esempio) il turismo sostenibile. Ma in Sardegna si spende somme immense per la promozione del “turismo attivo” con un “Sardinia raid adventure” che celebra l’approcio ‘montagna=attrezzo sportivo’ con il risultato che i “cross country bikers” strepitano gli ultimi angoli di natura incontaminata sino al Campu Donanigoro o l’hinterland di Cala Sisine. Raccommanderei una visita a Lanzarote (a studiare il ruolo di un César Manrique) o una visita del “Kaisertal” tirolese. E non dimenticare il cervello a casa (sarda).
      ———————
      Ecco il jpg:

      Per le correzioni, mi pare che sia tutto chiarissimo e preferirei lasciare il testo originale (considerando che ci scrive un amico straniero)
      B.S.

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