ZEDDA, C’È SPAZIO: DATTI UNA MOSSA!

di Gabriele Ainis

 

Zedda è un buon sindaco di Casteddu?

Mah, presto per dirlo, in un senso o nell’altro. Gli amministratori cittadini sono come i vini da meditazione: quelli davvero buoni si scoprono col tempo e soprattutto col ricordo delle sensazioni che hanno saputo suscitare. Però, se queste dipendono prima di tutto dal vino, bisogna considerare anche il contesto nel quale lo si apprezza. Quindi, nei giudizi bisogna attendersi anche un pizzico di aleatorietà e sperare nella fortuna, senza dimenticare la parte politica di chi in futuro farà opinione.

Zedda non fa eccezione, pertanto per un giudizio ponderato bisogna attendere, tuttavia, proprio come un vino mostra le proprie potenzialità già quando l’uva matura sui tralci, si possono intravvedere segnali confortanti, soprattutto se si considera come la città sia stata amministrata per un periodo lunghissimo da una destra retriva e mattonara (o massonara?), in possesso di una cultura proprietaria della gestione della cosa pubblica.

A parte le suggestioni populiste degli uomini del destino, per osservare l’azione di un amministratore pubblico in una realtà complessa come quella cagliaritana è necessario valersi di strumenti d’analisi robusti, non di impressioni viscerali legate alla lettura di una successione slegata di fatti quotidiani; oggi la polemica (sterile) su Tuvixeddu, domani quella sui danni provocati all’anfiteatro dalle stravaganti mutande di legno, posdomani il casino magno del Lirico e via così, di casino in casino trasformato, ciascuno, in occasione da tifo calcistico piuttosto che in riflessione ponderata.

In ogni caso – è bene ricordarlo anche ai detrattori (nemici o amici, sebbene taluni di questi farebbero rimpiangere alcuni di quelli) – il sindaco ha messo a segno dei colpi che non si possono oggettivamente sottovalutare: ha denudato il culo dell’anfiteatro, levandogli le mutande, ha mostrato di avere le palline al carburo di tungsteno nella gestione del Caso Tuvixeddu, nonostante il fuoco (mica tanto) amico cercasse di impallinarlo, ha riordinato con semplicità la fiera degli orrori del Poetto, agendo con tale equilibrio che la soluzione pare arrivata da sé e invece è il risultato di una politica di condivisione che a Cagliari non si era vista da tempo immemorabile (se mai c’è stata, ovviamente). Per non parlare del fatto che ha mandato (finalmente!) a fanculo il presidente della locale squadra di calcio, con un coraggio che rasenta l’incoscienza e che non rammento ripercorrendo i sessant’anni suonati della mia vita, nonché svuotato (finalmente!) l’obbrobrio del campo nomadi.

Ci sarebbe anche altro, per il vero, ad esempio la ventata di novità nella sintesi dell’immagine del primus inter pares (Πρῶτος μεταξὺ ἴσων) inaugurata da Zedda fin dall’insediamento. Derubricata come operazione di cosmetica populista da parte degli oppositori, è stata invece gradita parecchio dai cittadini, sebbene sia onesto dire come in troppi, della parte politica che dichiara di sostenerlo, l’abbiano considerata inessenziale, se non controproducente. Insomma un signore ragionevolmente giovane che sta poderosamente sulle palle a molti politici (anche amici) e intellettuali (soprattutto gli amici), ma piace parecchio ai cittadini, pur con la scontata riserva che, per molti, è comunque un uomo politico anche lui, dunque – nella banalità del quotidiano di questi tempi – di certo un maiale degenerato, ladro, corrotto come tutti gli altri, da mandare in galera per sostituirlo con un non-politico che ci porterà in paradiso.

Quindi, se piace poco ai politici di lungo corso, niente agli intellettuali che ci spiegano come dev’essere Cagliari (e l’universo!) – e per i cretini che credono di trovare una soluzione ai nostri problemi è uno come tutti gli altri perché tanto sono tutti uguali – allora a me piace!

Però ho una riserva, ed è questo il tema del post.

Si accorgerà, Zedda, che il ruolo del sindaco in una città come Cagliari deve essere aggiornato ben al di là dell’immagine di primo tra cittadini uguali? Che non basta una gestione seria e oculata dei quattrini pubblici ma ci vorrebbero anche delle politiche di indirizzo più ampie e che non siano limitate alla sola municipalità cagliaritana?

Sebbene l’aria che tira a Cagliari sia quella del disincanto estivo in cui, ancora, riusciamo in molti ad evitare di pensare al domani, facendo finta di vivere in un ubertoso ieri, sarebbe bene, magari di sera, col fresco, cercare di risvegliare i pensieri intorpiditi dalla giornata passata al Poetto coccodrillando piacevolmente in trenta centimetri scarsi d’acqua (e pipì) e riflettere sul futuro prossimo, tanto prossimo che quasi sconfina nel presente.

Cagliari, per dati oggettivi, è il baricentro della Sardegna. Può non piacere a coloro che hanno sempre visto il capoluogo come luogo poco sardo (eh, quanto siamo litigiosi, noi sardi!) ma i numeri questo dicono: si provi a prendere un compasso e tracciare una circonferenza di raggio venti chilometri e centro il municipio, poi si guardi un po’ cosa si trova (trascurando i pesci, tantissimi e le pecore, quelle non umane, prego) e sarà arduo negare che gran parte dell’Isola stia qui e non in altri luoghi. Si aggiunga una spruzzata di SARAS (che non sarà proprio a Cagliari ma ci gravita attorno) come dire i tre quarti delle esportazioni sarde, l’Università (chiedendo scusa a Sassari ma non c’è storia) e tanta parte della produzione culturale intesa in senso lato, a partire dai saltimbanchi fino al Lirico.

Che a Zedda piaccia o meno (ma gli piace, certo che gli piace!) questo appena descritto in tre parole (cioè Cagliari) è il centro nevralgico della Sardegna, ancor più nell’attuale situazione di grave crisi che ha visto la scomparsa delle realtà industriali sulle quali si fondò il risveglio dell’Isola dalla situazione di terribile sottosviluppo in cui versava alla fine del conflitto mondiale (qualcuno si ricorda che ai tempi si moriva ancora di malaria e di appendicite?).

Per contro – e senza dir nulla di nuovo o particolarmente saggio – è in atto una crisi della politica (e non una crisi politica) che ha determinato un enorme vuoto di rappresentanza a livello regionale (prima, e nazionale, poi, in ordine crescente).

I vuoti non restano tali a lungo. Ne abbiamo avuto un esempio eclatante a livello nazionale quando il Presidente della Repubblica, con atti al limite dei poteri assegnatigli dalla costituzione, ha occupato la voragine rappresentativa lasciata vacante da Berlusconi, determinando ciò che pochi hanno voluto notare esplicitamente: l’apertura della via maestra per una repubblica di tipo presidenziale.

Zedda si trova in una situazione istituzionale del tutto differente, è ovvio, ma il vuoto che si trova di fronte (fatte le debite proporzioni) è ancora più ampio di quello occupato a suo tempo da Napolitano. Se il Presidente della Repubblica ha preliminarmente eclissato Berlusconi sul piano della credibilità politica e rappresentativa, per poi cacciarlo via a calci in culo dalla poltrona di presidente del consiglio – sostenuto dall’essere punto di riferimento per i cittadini – Zedda si trova di fronte un Cappellacci, non un Berlusconi: è necessario dire altro?

Attenzione, tanta: niente suggerimenti per una candidatura alle regionali, tutt’altro!

Cagliari, la città di Cagliari, non è più un paesotto di provincia il cui sindaco ha il compito di gestire l’impiego delle risorse derivanti dall’imposizione fiscale. Deve fare anche questo e pure bene, ma non basta non oggi. Se Zedda desidera dare un segnale di vera novità, nello spirito di un movimento come SEL, che si vuole latore di una carica innovativa a sinistra, ha un compito ben più arduo: quello del tentativo di convertire la figura del sindaco da semplice amministratore a progettista del futuro. Ciò che è oggi Cagliari, lo richiede.

Può, il sindaco, contribuire a creare le condizioni per nuovi insediamenti industriali che possano abbassare la criticità del dipendere così pesantemente dalla SARAS? Può assumere su di sé l’impegno di sviluppare un rapporto pragmatico con imprenditori extra-isolani, convincendoli che Cagliari è un buon posto per investire? Può sviluppare un rapporto con gli amministratori dell’Area Vasta di Cagliari convincendoli della necessità di un’aggregazione di fatto che renda possibili sinergie utili al rilancio degli investimenti privati che non si traducano solamente nella cementificazione spinta del territorio? Può sviluppare un rapporto con l’Università così da sviluppare le potenzialità degli spin-off, convincendo i ricercatori della necessità di impiegare le poche risorse disponibili in progetti potenzialmente interessanti per ricadute industriali sul territorio? Può impostare un rapporto sereno con la scuola, di ogni ordine e grado, sviluppando collaborazioni indirizzate alla creazione di una maggiore coscienza civica dei cittadini? Può finalmente mostrare come le biblioteche, realtà esistenti, possano essere il fulcro di questa azione come mediatori scuola-cittadino?

Certo, «contribuire a creare le condizioni per nuovi insediamenti industriali» può apparire una frase priva di contenuti, ma è la chiave per tutto il resto, la sorgente delle risorse necessarie affinché un territorio diventi realmente padrone di sé. Tanto per dirne una: si è mai chiesto, il sindaco, a quali condizioni un imprenditore potrebbe decidere di investire a Cagliari? Ha mai provato a parlare con gli imprenditori (non i muratori, però) per esaminare quali azioni siano nelle possibilità di un sindaco per coadiuvarli, nel rispetto delle leggi e della sostenibilità (come del resto sostiene pragmaticamente SEL)? Si è mai domandato come mai Bio-On sia all’attenzione del mondo e Daniela Ducato, che dovrebbe esserlo, è soltanto uno stupefacente esempio di come la Sardegna non riesce a sfruttare decentemente le proprie eccellenze? È a conoscenza, il sindaco, del fatto che Bio-On è partita con 250.000€ di capitale (cioè pochi metri quadri di un appartamento in centro a Cagliari) e rischia di diventare un modello mondiale per lo sviluppo di nuovi materiali ecosostenibili?

Finisco. A me Zedda, fino ad ora, ha soddisfatto. Però, mi corre l’obbligo dirlo, a Cagliari (che da troppo tempo non ne aveva uno) non occorre solo un buon sindaco. Anche questo, certo, ma la situazione ha bisogno di uno sforzo aggiuntivo, per la città ma anche per la Sardegna.

Sarò curioso di vedere se Zedda riuscirà a fare di più, mi basterebbe (e non sarebbe poco) la consapevolezza che ci sta provando, occupando il vuoto enorme della politica isolana. A dire qualcosa di nuovo senza buttare a mare la costituzione, che in tanti ci invidiano perché fu scritta da persone che in quel momento fecero un accordo storico per il paese prima che per la propria parte politica. La costituzione parla di partiti, SEL è un partito e Zedda sta dentro SEL: ci darebbe un segnale che si sta ingegnando davvero di sognare il futuro, mentre gestisce dignitosamente il presente?

 

PS – Non ho mai creduto che gli piacesse il mojito. Al Massimo, un daiquiri!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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3 risposte a ZEDDA, C’È SPAZIO: DATTI UNA MOSSA!

  1. Andrea ha detto:

    riguardo agli imprenditori extraisolani, penso ce ne siano fin troppi, si dovrebbe indirizzare i sardi a formare delle cooperative o dei gruppi d’acquisto se non ce la fanno da soli. Le iniziative regionali a riguardo sono solo di facciata

  2. alecc ha detto:

    Condivido l’analisi in toto. Ma nutro dei dubbi sul fatto che esistano imprenditori e finanziatori illuminati che rinuncino a un ritorno economico facile e immediato in nome dell’armonia e della crescita sociale.

  3. gianfranco conti ha detto:

    Daniela ducato, citata a ragione nell’articolo, ha riunito e ridato vita a produzioni per la bioedilizia e ad aziende in crisi e nuove. Sono 40 insardegna le aziende che lavorano ini distretto di filiera.250 i posti di lavoro.tutto senza denaro pubblico.lavorano in sinergia.
    Ho sentito una sua intervista al tg1, era a Rio alla conferenza mondiale della sostenibilita’ ambientale, perché ‘ i suoi prodotti sono stati scelti per rappresentare l’Italia nella Bioedilizia.

    Credo che la ducato sia un grande esempio di concretezza e di cose possibili.
    Il problema e’ che il mondo se ne accorge, in Sardegna…non riusciamo a dar valore a queste persone.o a progetti come Bio on.

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