LE PALLE DELLE STATUE DI MONT’E PRAMA: MARIA ANTONIETTA MONGIU LE ROMPE DEFINITIVAMENTE!

di Gabriele Ainis

 

Avete notato che le statue di Mont’e Prama non sono dotate di testicoli? Io so il perché!

Perché sono andati in frantumi, triturati da tutte le polemiche innescate da una lunga teoria di imbecilli che, sulla scia di quel gran paraculo che fu il nostro Lilliu nazionale, hanno trasformato le statue in simbolo identitario e politico, sottraendole a ciò che realmente sono: un reperto archeologico, di notevole importanza, da contestualizzare nella vita di coloro che, un paio di millenni addietro (tre scarsi, molto scarsi) le scolpirono per esprimere i propri bisogni.

Su questo non ci sono (quasi) eccezioni: è vero che la bagarre ha avuto inizio dai soliti (e sardissimi) cretini pseudoarcheostorici, ma alcuni gruppuscoli di stampo indipendentista (fantaindipendentista, per la verità) non hanno fatto scappare l’occasione per girare la frittata a proprio favore, innalzando il vessillo dei «preziosi reperti artatamente trascurati perché lo stato centralista impone la propria storia ai colonizzati, negandone la passata grandezza».

Bisognerebbe cominciare, presto o tardi, a chiedere a qualche dottorando di studiare con un po’ d’attenzione la parabola di Lilliu, ancora con derivata prima positiva, per vedere se, per caso, questa bizzarra mania di invocare la grandezza dei sardi non sia stata iniziata proprio da lui, non pochi anni fa e poi abbia trovato entusiasti allievi e terreno fertile per lo sfacelo evidente e (quasi) totale al quale dobbiamo assistere ancora oggi.

Ultimo esempio la dotta Maria Antonietta Mongiu che tuona dal sito di Sardegna Democratica con un titolo che, da solo, potrebbe aver distrutto definitivamente gli ultimi frammenti dei coglioni di calcare che ancora restavano tra le gambe delle statue (tutti maschi, anche se ora castrati): Anche i giganti in cassa integrazione.

Premesso che il solo sentirli chiamare «giganti» mi provoca un’insopprimibile eczema (eppure Mongiu non è una studentella suggestionabile, che diamine: ma cosa insegna ai suoi alunni, tecniche di suggestione archeologica?) un altro di quegli articoli che si riassumono in poche righe, grossomodo così: la giunta Soru è stata l’unica a capire cosa bisogna fare del futuro della Sardegna e infatti il progetto Betile era geniale e capace di dare immenso benessere ai sardi, se solo Cappellacci non si fosse messo di traverso!

Per una cosetta così semplice, non avrebbe potuto lasciare in pace il poco rimasto delle palle delle statue?

No, per un bel po’ di motivi. Ad esempio perché in realtà delle statue non frega granché a nessuno: di certo non agli imbecilli frustrati che hanno bisogno di inventarsi un palestrato fratello maggiore nell’età del bronzo per dare respiro alle proprie insoddisfazioni e passano il proprio tempo appresso alle cazzate fantarcheologiche (però nel mazzo ci sono anche i ricercatori universitari, sia chiaro). Ma neppure a coloro che sulla datazione delle statue e sulla pretesa «sparizione» (le soprintendenze sono complici dei movimenti anti-sardi, si sa) hanno tentato di raccogliere qualche voto sparso al seguito di partitini ameboidi, dediti alla continua scissione e sempre in cerca di consenso facile. E neppure a tanti addetti ai lavori che, alla fine, non potendone più, e memori del maestro che sui nuraghi aveva costruito la propria fortuna, si sono adattati seguendo la corrente degli apparenti desiderata del «pubblico» e hanno assegnato a questi reperti, certo di grande interesse, un ruolo che scienziati neutrali e impegnati nel proprio mestiere (che sarebbe quello di contestualizzare le statue nel proprio tempo) avrebbero dovuto considerare improprio.

Ed è per questo che Mongiu frantuma loro le palle (delle statue, non degli addetti ai lavori) perché il suo, ancora una volta, è un modo per adoperare un bene comune per proprio tornaconto, politico, che prescinde dall’interesse archeologico o storico, citando sì, di sfuggita, il lato squisitamente intellettuale della faccenda, ma abbandonandolo immediatamente per dimostrare la validità di un modello, quello maledetto e insensato dello «sviluppo culturale», come una panacea dei mali sardi!

In definitiva una smaccata pubblicità per il “Betile motore di sviluppo” che, guarda un po’ dove arrivano gli insegnamenti di Lilliu!, non è diverso dal «sardo resistente» o dalle fragorose puttanate delle passate grandezze dei sardi inventori della scultura in occidente che servono ai fantanazionalisti per raccattare i loro piatto di lenticchie.

Con un’aggravante: che mentre i fantaidioti se ne stavano chiusi nei cessi a ponzare ciò che poi scrivono e spandono in giro, Mongiu&C hanno retto il governo regionale per una legislatura, senza muovere un dito che uno per la soluzione del problema del comparto produttivo sardo. La regione non produce alcunché, le esportazioni sono allo sbando e in gran parte basate sui prodotti petroliferi, trasformazione di materie prime d’importazione, un ottima maniera per il definitivo suicidio industriale.

Che ha fatto Soru per dare impulso all’industria?

Il Betile!

Come se davvero un museo potesse trainare l’economia, sciocchezza enorme spesso ripetuta da chi non ha mai visto il bilancio di un museo, uno qualunque tra quelli che si citano (a sproposito) come esempi di autosostenibilità tra New York, Barcellona, Madrid e Parigi, passando per Londra e Monaco.

La cultura costa, né, da sola, è in grado di assicurare sviluppo. È un diritto, invece, che gli autori dei discorsi alla Mongiu fingono di ignorare, così come l’aver chiamato gli ospedali “Aziende sanitarie” ha dato loro un compito diverso da quello assegnato dalla costituzione.

E soprattutto Soru&C (ma non solo loro, perché l’uso dei beni archeologici è pratica corrente) dovrebbero lasciare in pace le palle delle statue, ché davvero non ne possono più ed hanno esaurito la dotazione nuragica, perché non è che il primo fesso che passa può chiedere loro di lavorare per noi, quindi non possono andare in cassa integrazione!

Se i politici non sanno fare il proprio mestiere e si affidano ai betili anziché alla programmazione di un indirizzo industriale, non chiedano aiuto ai pezzi sparsi abbandonati in quel di Cabras, prego, piuttosto cambino mestiere (i politici, non le statue) tanto i cittadini li mandano a casa: possiamo sperarci?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a LE PALLE DELLE STATUE DI MONT’E PRAMA: MARIA ANTONIETTA MONGIU LE ROMPE DEFINITIVAMENTE!

  1. Andrea ha detto:

    Esprimo la mia ignorantissima opinione: ovviamente andare nella sola direzione della valorizzazione storico archeologica dell’isola è una tattica destinata a produrre poco se usata come unica risorsa e speranza, ma notiamo pure quanto sia l’interesse all’argomento storico archeologico all’estero : Cambridge, Oxford ed altre prestigiose case editrici producono libri di archeologia o storia (anche della guerra e delle armi) con piglio giovane, copertine che fanno facilmente concorrenza a quelle dei CD heavy metal, fantastici contenuti a colori:abbiamo tali pubblicazioni in Sardegna ? rispondiamo mentalmente e proseguiamo oltre. nel campo delle arti marziali i media e le associazioni sempre più riscoprono la scherma e le altre arti marziali storiche, anche antichissime: ormai le pay tv del settore hanno prodotto video documentari su tutte le minoranze storiche dell’antichità, della cultura nuragica nessuno sa niente (eh si che questi vichinghi dell’eta’ del bronzo un certo appeal dovranno averlo) tutto ciò crea indotto: facciamogli vedere che la Sardegna esiste, facciamogli vedere che all’età del bronzo da noi esisteva una cultura in grado di edificare castelli più solidi di quelli medievali,che produceva enormi armi in bronzo e statue di truci guerrieri, invitiamo History Channel per dei documentari sulla nostra terra, facciamo vedere che da noi basta tirare un sasso per scoprire scenari e paesaggi degni di girarci il signore degli anelli o Conan il Barbaro (si, sto parlando di invogliare l’industria cinematografica a tornare in Sardegna), non producendo filmatini autocelebrativi da pubblicare su youtube con fondi regionali (il migliore è quello amatoriale di un turista tedesco), ma invitando le università, o i media degni di importanza nella nostra terra e magari finanziarli in modo che la loro professionalità renda nota la nostra terra.
    Perchè non si creano consorzi od organi di garanzia in grado di mettere paletti alla speculazione e nello stesso tempo garantire collegamenti,servizi e visibilità alle piccole imprese turistiche come gli agriturismi ? cominciamo come ente regionale a finanziare dei prodotti destinati ad un turismo giovane con una immagine accattivante, le t-shirts umoristiche sono sotto gli occhi di tutti, colorate,in buon tessuto, perchè non ne finanziamo una con un truce bronzetto o una fortezza nuragica (come l’elmo di Sutton Hoo nella famosa maglia di un gruppo rock) al posto di un cinghiale ed una bottiglia di birra ?
    Perchè le tradizioni culinarie (basta fare una ricerca su emule per vedere diversi documentari USA che trattano la Sardegna come un paradiso terrestre culinario) vengono preservate solo a parole ? intanto nel pecorino i batteri citrofermentanti non ci devono andare perchè a qualcuno non piaceva che nella pasta si formassero i forellini….ASPETTA, i citrofermentanti sono tra quei batteri che rendono il pecorino fatto in casa migliore di quello comprato in negozio, ma chi è che ha redatto il disciplinare di produzione per il pecorino sardo ?
    Sono iniziative che ci faranno navigare nell’oro ? no.
    è una strada che farebbe venire al turista la voglia di tornare o consigliare ad altri le vacanze in Sardegna ? si.
    Creerebbe indotto ? affermativo.
    Mettiamoci i giovani a farsi venire idee, ed anche il turismo culturale, sicuramente non come unica risorsa, potrà dare una mano all’economia sarda.

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