FIALCOA ? QUELLA DI TERMINI SULCITANA!

di Gabriele Ainis

 

Che la proposta di dare a DR Motor la FIAT di Termini Imerese fosse una puttanata epica l’avevamo detto in molti. Ma non è necessario essere dei genî, basta fare un giro sul sito di DR per capirlo (avendo un minimo di esperienza del mondo industriale) oppure conoscere la realtà aziendale DR, di cui non parlo perché mi interessa altro e precisamente la faccenda dell’ALCOA di Portovesme.

Le due realtà industriali (Termini e Portovesme) hanno molto in comune: sono state aperte entrambe in un periodo in cui era conveniente, ora non lo è più, ragion per cui l’imprenditore (FIAT da una parte ALCOA dall’altra) si ritira dal business e chiude: punto!

Com’è giusto che sia, le persone che ci lavorano dentro si lamentano (e ci mancherebbe il contrario) ma, se si desidera restare nell’ambito di un’economia di mercato, per capire la difficoltà della faccenda bisogna partire da un dato di fatto: le aziende vanno avanti solo se ci sono le condizioni per farlo, altrimenti chiudono.

Per Termini Imerese la vicenda è abbastanza complessa, nel senso che per rendersi conto del fatto che quell’azienda non ha alcuna chance di restare sul mercato bisogna possedere alcune conoscenze sul mercato dell’auto – e non è proprio immediato – mentre per l’ALCOA la situazione è molto più semplice ed adesso ne parliamo. Tuttavia, prima di spendere due parole, è bene rendersi conto di questo: né FIAT né ALCOA sono due aziendine da quattro soldi (da queste parti le chiamano boite, come dire «officine artigiane»). Se ci fossero margini per guadagnarci, non si vedrebbe per quale motivo dovrebbero mollare. Si potrà parlare di strategie globali e di cazzi vari, ma il succo resta sempre quello: se un certo mestiere conviene farlo altrove (o non conviene del tutto) si va altrove e basta (o si chiude) a meno che la politica (che sarebbe come dire tutti i cittadini) non crei le condizioni affinché un imprenditore trovi conveniente restare.

Dicevamo: perché ALCOA chiude? Perché produrre alluminio primario è prima di tutto un investimento energetico, al di là di qualunque altra considerazione: un chilogrammo di alluminio «costa» un certo tot di chilowattora. In più bisogna sommare il costo della materia prima (l’allumina) ed il trasporto sul mercato di vendita dell’alluminio prodotto. Se si sommano i tre numeretti, l’aritmetica è impietosa: a Portovesme l’alluminio non si deve produrre!

Come si spiega, allora

1) che ALCOA ha deciso (a suo tempo) di farlo?

2) che, a quanto si dice, ci sarebbero due aziende disposte a rilevare lo stabilimento di Portovesme?

Alla prima domanda si risponde con facilità: ALCOA fu indotta a prendersi lo stabilimento nel più ampio giro di cessioni dell’alluminio di stato (ai tempi si chiamava ALUMINIA). Non conveniva prendersi Portovesme e basta, ma, almeno per un certo periodo, era conveniente prendersi Portovesme e altro, cosa che accadde (*). Finita la convenienza (e di fronte alla difficoltà di farsi pagare l’energia dallo stato, com’è avvenuto fino ad ora) ALCOA zacca strada (e, detto fra di noi, potrebbe non essere un fatto del tutto negativo!).

Seconda domanda: e quelli che si dice vorrebbero rilevare Portovesme?

Ecco perché ho iniziato parlando di DR Motor: se Termini non è conveniente, perché DR si è proposta per rilevarla?

Perché nella gran confusione di prendi e lascia, parti e arriva, c’è in gioco una montagna di soldi pubblici! Arrivati al dunque, DR non è stata accettata da Passera per il semplice motivo che non è in grado di fornire neppure le minime garanzie finanziarie richieste per portare avanti l’affare (come dire: il tanto sufficiente per non farla troppo sporca). In altre parole, un altro affare all’italiana in cui un preteso imprenditore (con le pezze al culo) si assume l’onere di caricarsi sulla schiena un’azienda che non può andare avanti, tanto, male che vada, un altro paio d’anni può comunque sopravvivere tra prestiti garantiti dallo stato e meccanismi di sostegno sociale straordinario (cassa integrazione e mobilità o prepensionamento) poi si vedrà. Nel frattempo i soldi girano (tanti, anzi tantissimi) come la gnocca di cui parlava Berlusconi e, a forza di farla girare, un po’ di gnocca finisce per toccare a tutti. Quando poi la gnocca sarà finita, poco male: di gnocca ce n’è il mondo pieno e si troverà un altro affare, poi un altro e un altro ancora.

Gira, gira, gira… gira la gnocca, falla girar…

E allora?

Allora bisogna piantarla di dare addosso all’ALCOA (che poi se ne frega, ovviamente) perché con la situazione del Sulcis non ha nulla a che fare. Che lo stabilimento sia improponibile lo capirebbe anche la casalinga di Buddusò: se i politici sardi hanno fatto finta di nulla, non è insipienza, è pura malafede.

Così come è malafede l’idea di salvare lo stabilimento ALCOA garantendo costi energetici coperti da soldi pubblici, perché, in un momento in cui soldi non ce ne sono, prendere i quattrini dalle tasche dei poveracci (come sta avvenendo) per pretendere di far vivere un’azienda con il solo scopo di dar soldi ad altri poveracci è una strategia non solo perdente ma soprattutto suicida, perché sono risorse gettate al vento: stiamo semplicemente alimentando un cadavere (come dire: accanimento terapeutico!). (**)

Che fare?

Domandarsi come creare lavoro senza ALCOA! Che potrà anche apparire velleitario ma è quanto va fatto, pensando al futuro. Si potrà anche dire che nel frattempo bisogna garantire il lavoro di quelli che non sanno dove sbattere la testa, ma la risposta è che non si può andare avanti così: presto o tardi questa catena perversa deve essere spezzata. Come con le pensioni: un mio conoscente ha scoperto ieri che lavorerà fino a 70 anni! Se l’è presa con Monti: è perché? In Italia non ci sono giovani in grado di garantire le pensioni, giusto o sbagliato che sia: se non ci sono quelli che lavorano e pagano i contributi, da dove prendiamo i quattrini per i pensionati?

Sì, fino a poco tempo addietro c’è stato chi ha illuso che il mondo fosse un palcoscenico in cui basta cambiare il copione per diventare magicamente tutti ricchi: gli italiani ci hanno creduto e siamo finiti dove ci troviamo adesso.

Vogliamo continuare così, o ci prendiamo la responsabilità di dire che l’ALCOA non può sopravvivere e i politici devono trovare una soluzione alternativa, anziché prendersela con ALCOA e masturbarsi giornalmente discutendo delle prossime alleanze politiche per le regionali? C’è qualcuno capace di parlare di cose serie, come l’assetto industriale della Sardegna, o continuiamo a illudere i cittadini che i soldi nascano sul pero e basta battere i caschi contro il tronco perché le pere cadano belle mature nel piatto (magari con un tocco di parmigiano, che non guasta)?

Il candidato scelga, a piacere, il tema preferito e lo svolga. Il tempo concesso non è troppo lungo: si raccomanda una certa rapidità!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(*) Non è male evidenziare che in Sardegna non conosciamo il giornalismo d’inchiesta, quindi nessuno racconterà mai la storia dell’alluminio sardo. Eppure, avendo uno scrittore appena nella media, sarebbe uno dei temi più belli che si possano immaginare. Avendo uno scrittore capace…

(**) Chi è interessato faccia un giro nei siti di Klesh e Hammerer, i candidati per l’acquisizione dello stabilimento di Portovesme: li conosco bene entrambi… e al posto dei sulcitani non dormirei sogni tranquilli!

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