ARCHEOLOGIA SARDA E IL COMPLESSO DI EDIPO: UN CORTOCIRCUITO DI VECCHIA DATA

di Gabriele Ainis

 

La Sardegna – per quanto a mia conoscenza, ma la mia ignoranza è nota – è l’unico luogo al mondo in cui l’archeologia venga chiamata a testimoniare le istanze nazionaliste di un presunto «popolo». Di norma, tale ruolo viene svolto dalla storia, spesso riadattata alla bisogna: fatti gloriosi, eroi, lotte, perfidi invasori, colonialismo o una conclamata storia imperiale da rivendicare con facilità e nonchalance per puro diritto geografico. Come accadde, è noto, per l’Italia fascista la quale, per puro caso, si ritrovò Roma sotto le suole delle scarpe e si appropriò del passato di conquiste romane, come se davvero un Benito Laqualunque potesse raffrontarsi con un Ottaviano, o una burletta come Vittorio Emanuele III non fosse, in fondo, che la controfigura sbiadita di un Petrolini.

Soprattutto, come se gli «italiani» dell’inizio del ‘900 potessero in qualche maniera essere posti in relazione con i «romani» di due millenni prima, anche dopo la fatica di definire gli uni e gli altri!

L’isola, priva di una storia pret-a-porter, non ha avuto di meglio che i nuraghi, mancanti di storia per oggettiva assenza di fonti ma, proprio per questo, particolarmente intriganti alla luce del fatto che nell’oscurità, in cui non si vede nulla, si può immaginare qualunque cosa.

Priva di una storia spendibile in senso identitario, sottratta alla possibilità di richiamare un tempo di unità e grandezza, di conquiste, lotte contro un nemico, la Sardegna nazionalista – ovvero lo sparuto gruppetto di bizzarri partitini da percentuali che ricordano il tenore di sodio nell’acqua minerale – non ha trovato di meglio che tuffarsi nel buio della protostoria. Poiché in questo ambito opera l’archeologia, disciplina che, come insegna il caso dell’Egitto e al pari della storia, può essere facilmente coinvolta negli sputtanamenti più inverosimili (si veda, ahimè, il nostro Voyager nazionale) ecco fiorire la fantarcheologia al servizio del nazionalismo che diventa, dunque, fantanazionalismo.

Se la scelta di includere la fantarcheologia nelle basi di una rivendicazione nazionalista dimostra la pochezza della proposta politica – senza dimenticare chi ha fatto della fantarcheologia sarda un mestiere, indice spietato dello stato di crisi della Sardegna, quindi si presta a servire chi meglio paga – è bene non far passare sotto silenzio tre fatti rilevanti: il primo, che la fantarcheologia, come strategia per la ricerca di consenso, è arrivata ai livelli più alti del governo regionale (ricordiamo la proposta dei Riformatori Sardi per la creazione di NUR-AT, uno sconcio mai troppo stigmatizzato); il secondo, che i mezzi di informazione ne hanno esaltato il ruolo comportandosi di fatto da mezzi di contro-informazione (clamoroso il risalto assegnato alla cosiddetta «scrittura nuragica», una sciocchezza che non troverebbe credito in alcun giornale degno di essere definito tale); il terzo, forse il più enigmatico, il comportamento schizofrenico del mondo intellettuale, non solo impantanato anch’esso in una commistione sconcertante tra intellettualità, politica e difesa corporativa del gruppo di appartenenza, ma anche – ed è questo, forse, il nodo della faccenda – incapace di additare con chiarezza la genesi di questa mania tutta sarda, secondo la quale, individuato lo stereotipo del «tipo antropologico sardo», gli si crea attorno una cornice archeologica, prima, e storica, poi, così da giustificare opzioni localiste prive di retroterra politico e, per questo, altrimenti insostenibili.

In questa confusione, si assiste ad improbabili riunioni di eccellenti archeologi professionisti che si ingegnano di discutere attorno al fascino di Atlantide – come se davvero un pubblico di «tifosi» del tutto privi di strumenti critici (il «target» del fantanazionalismo) potesse formarsi un’opinione ascoltando un addetto ai lavori (sia egli un archeologo professionista o uno storico) piuttosto che un mediocre ex-giornalista che raccoglie attorno a sé una pletora di comici fantaintellettuali degni di un mediocre cabaret – e si trascura una riflessione profonda sul perché solo la Sardegna sia soggetta a questo curioso handicap intellettuale a causa del quale il direttore del Bollettino di Studi Sardi si interroga pubblicamente sulla necessità di dedicare un corposo articolo alla vexata quaestio della scrittura nuragica, così da porre un punto fermo sulla faccenda (sic!) e non solo il mondo intellettuale tutto non insorge per chiedere la sua immediata rimozione causa evidente incapacità o, al limite, per palese confusione mentale, ma la notizia passa quasi sotto silenzio, se non fosse per i soliti fantanazionalisti che non perdono occasione per compiacersene.

Insomma, perché dolersi se un gruppetto di politici di lungo corso propone di destinare una sovvenzione chiaramente clientelare allo studio (ridicolo) delle relazioni tra la cultura nuragica e Atlantide, quando poi si tace di fronte a un «collega» che straparla di argomenti la cui valenza scientifica è – si direbbe incredibilmente – meno rilevante della precedente?

Eppure la risposta è in bella vista di fronte a tutti e per coglierla è sufficiente ritornare ai necrologi e alle commemorazioni seguite alla scomparsa di Giovanni Lilliu, unanimemente considerato fondatore e «babai», babbo, della moderna Archeologia Sarda. Nelle centinaia di interventi, commenti, articoli, è davvero difficile individuarne uno che ponga in evidenza un fatto incontrovertibile: che Lilliu fu figura in cui politica e archeologia furono inscindibili, e che fu il primo a piegare il dato archeologico alla creazione degli stereotipi sui quali ancora oggi inciampa l’intellettualità isolana.

Questo tema – del Lilliu «babai» di un «sardo resistente» e di quel che ne consegue – viene di norma derubricato a normale dinamica storica della disciplina, ignorando la circostanza che il tipo antropologico da lui individuato, per via archeologica!, corrispondesse alle necessità della (e fosse funzionale alla) espressione di una politica fortemente orientata al localismo, dunque bisognosa di stabilire un legame forte con un preteso importante passato: in mancanza d’altro, quello dei nuraghi e dei gloriosi nuragici!

Se il babai di un’archeologia funzionale al localismo assurge a divinità nel plauso generale dell’intellettualità isolana, perché stupirsi per la mancata reazione di fronte gli spropositi di un Maninchedda (per puro caso politico politicante, anche lui, impegnato nella maggioranza che governa l’Isola) quando propone per BSS un articolo sulla «scrittura nuragica» di Sanna? Perché stupirsi se un Giovanni Ugas, preteso erede di Lilliu, «fa archeologia» sull’Unione Sarda, senza che una voce, una sola, muova una critica di metodo (per non parlare di merito, da El Ahwat in poi!) segnalando la circostanza? Perché archeologi e storici fanno passare quasi sotto silenzio una caterva di studi improponibili, condotti però da «accademici», sottolineando la «libertà di ricerca» e trascurando tuttavia il «dovere alla critica»? Come mai le critiche, se ci sono, si dirigono tutte verso il facile bersaglio dei personaggi bizzarri al limite della malattia mentale, trascurando i dirimpettai?

Semplice: perché c’è un antico cortocircuito che nessuno ha voluto rimuovere, perché compiere il parricidio rituale del «babai» capace di risolvere il complesso di Edipo è costoso, anche da parte di coloro che cominciano a criticare con voce sommessa, ed esclusivamente nelle sedi accademiche, come dire da nessuna parte!, metodo e merito di Lilliu.

Per cui, se un elettricista non elimina i cortocircuiti da casa propria, non si lamenti se finisce per vivere al buio, e soprattutto non si affanni a criticare i matti che predicano la bellezza di una vita senza luce.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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7 risposte a ARCHEOLOGIA SARDA E IL COMPLESSO DI EDIPO: UN CORTOCIRCUITO DI VECCHIA DATA

  1. Tetragramma Sardo ha detto:

    Un giorno, ho pensato al mattone di làrdiri: costa poco, sta su, ci si può costruire una casa anche alta e grande, ben coibentata (come s’usa dire adesso). Se lo si copre con un intonaco, dura anche cent’anni. E – soprattutto, nessuno s’accorge che è fatto di fango, paglia, merda, peli di animali e magari anche urina. Una volta che è asciutto, rifinito e coperto da intonaco, la casa sembra una dignitosissima casa di mattoni modernissimi.
    Il metodo è antico e collaudato: e – soprattutto – funziona.

    Quindi ho pensato (sembra una parola grossa, lo so, ma ho veramente pensato!): prendiamo Atlantide e gli Sciardana, mescoliamoli insieme in parti uguali all’identità maltrattata dei Sardi e leghiamo bene il tutto con una serie di scritte antichissime che ho scolpito il mese scorso col Dremel sui sassi del Tirso. Il risultato puzza un po’, forse, ma quando si sarà asciugato bene bene, non se ne accorgerà più nessuno.
    A tutti piace essere eredi di gente con le palle: nessuno vuole discendere da gente normale, troppo simile a quello che ognuno è veramente oggi, per colpa del governo centrale che ci ha ridotti così.
    Poi, il resto è facile: applichiamo il famoso Metodo di Marketing. Ripetere molte volte un’ipotesi, fino alla nausea, la trasforma alla fine in una prova scientifica certa, tanto conosciuta da tutti da non avere più bisogno di dimostrazioni.
    E chi vuol fare carriera è meglio che non s’impicci, mettendosi di traverso: se questo mio mattone è utile anche ai miei amici politici, lo useranno per sé e ne difenderanno la ricetta, nel nome dell’Indipendenza del popolo sardo, della libertà d’opinione nell’isola, della realtà storica tanto negata dai continentali, quanto servilmente nascosta dagli accademici acquiescenti (bel vocabolo! divento sempre più intellettuale!).

    E’ di moda portare le prove di genetica? E noi le portiamo! Tanto nessuno ci capisce niente, quindi possiamo dire che la genetica dimostra quello che vogliamo noi: archeolgicamente, geneticamente e sardescamente.

    Non so se è andata davvero così: comunque, chiedo scusa al glorioso mattone di làrdiri, per averlo preso ad esempio del nostro sfacelo.

  2. Alfonso Stiglitz ha detto:

    Gentile Ainis
    Mi permetta di consentire, con lei, dissentendo o se preferisce “di essere totalmente d’accordo al 50%”, per usare una citazione dotta.
    L’archeologia, in quanto disciplina storica, non sfugge al destino di rientrare nella formazione del pensiero dell’uomo e di essere interpretata sulla base di modelli, storici appunto, figli delle idee e dell’ambiente di chi pratica quelle ricerche. Per questo motivo abbiamo un’archeologia nazionalista, una colonialista, una marxista, una processualista, una postcoloniale ecc. l’elenco delle varie scuole sarebbe lungo. L’unica cosa che le accomuna, parliamo ovviamente delle ricerche serie, è lo stare collegati al metodo scientifico di ricerca, elaborazione e proposizione dei dati e delle ipotesi. Questo è quello che distingue l’archeologia dalla fantaarcheologia.
    Lilliu, ad esempio, propose a metà del ‘900 un modello, quello della costante resistenziale che, come tutti i modelli storici, è figlio della propria visione del mondo. All’epoca ebbe un impatto dirompente perché spezzava una cappa sempre più asfittica. Poi, come è naturale, il modello è invecchiato e da tempo non regge più ai nuovi dati e ai nuovi modelli.
    Da questo punto di vista il suo modello è stato messo in discussione scientificamente e pubblicamente; e chi le scrive lo ha fatto ripetutamente in congressi scientifici.
    Passiamo, invece, alla fanta-archeologia. Credo di essere uno dei partecipanti alle “improbabili riunioni di eccellenti archeologi professionisti che si ingegnano di discutere attorno al fascino di Atlantide”. L’ho fatto non solo perché invitato a farlo e, generalmente, accetto gli inviti delle associazioni e gruppi di appassionati (a condizione che sia garantita, ovviamente, la possibilità di esprimersi liberamente e la qualità della partecipazione), ma anche perché quando certi fenomeni superano un certo livello di diffusione di massa sarebbe grave non esprimersi pubblicamente. Come Lei sa, sul tema di Atlantide, l’ho fatto sin dall’inizio e criticando duramente proprio i colleghi che, da autentici sprovveduti (a voler essere buono) hanno sostenuto il battage multimediatico. L’ho fatto proprio perché aveva superato il livello di guardia in una società civile, con l’ampia diffusione delle scuole e con la richiesta pubblica, del rappresentante dell’UNESCO, di impedire lo scavo di un nuraghe. Ci sono livelli oltre i quali il silenzio diventa colpevole complicità.
    Stesso atteggiamento per quanto riguarda gli Shardana, per i quali non mi sono limitato alle prese di posizione sui fanta-archeologi, ma ho criticato seriamente e in ambito scientifico il metodo e le tesi dei colleghi, compresa l’estemporanea interpretazione di el Ahwat.
    Alfonso Stiglitz
    [segue]

  3. Alfonso Stiglitz ha detto:

    [segue]
    Per quanto riguarda la scrittura nuragica. Non Le sto a ripetere gli insulti che mi sono beccato sul tema e che conosce benissimo, avendomi anche difeso; credo, però, che come ogni altro elemento archeologico esso sia possibile tema di discussione e sul quale si discute, esclusivamente su basi concrete e non certo sulle invenzioni; credo anche che ogni reperto portato all’attenzione, da qualsivoglia persona, debba essere valutato. Detto questo, il solo elemento discriminante è la raccolta e l’interpretazione dei dati con metodo scientifico; questo mi interessa invece molto. Se nei mass media si sente la voce solo dei fantaepigrafisti si finisce per creare nell’opinione pubblica l’immagine di una realtà esistente e provata; compito dell’archeologo e degli intellettuali in genere è proprio quello di smontare questi fenomeni. Lei ha citato più volte il mio lavoro sulla Sardegna ariana; bene è proprio lì che trova il percorso per smontarli e per metterne in luce la pericolosità culturale; il che non significa che non bisogna studiare gli Shardana, la scrittura nuragica o, le dirò di più, Atlantide; ma bisogna farlo secondo i naturali percorsi che la scienza ci offre.
    Il silenzio è spesso sintomo di pavidità, di superficialità e, sicuramente, di complicità
    Cordialmente
    Alfonso Stiglitz

    • Gabriele Ainis ha detto:

      Gentile dr Stiglitz,
      io, al contrario, convengo sul 100% di ciò che dice, inclusa l’osservazione sulla necessità di contestualizzare il lavoro di Lilliu (come quello di qualunque scienziato).
      Però ho sollevato un tema del tutto diverso e precisamente la commistione tra archeologia/storia e nazionalismo, iniziata per l’appunto da Lilliu – cui lei non fa cenno nel commento e di cui nessuno si occupa – che a mio avviso sta alla base di questo bizzarro interesse collettivo per l’archeologia e che dovrebbe essere studiato con attenzione e opportunamente digerito (per quanto, visti i danni provocati, preferisco la metafora del parricidio).
      Lilliu fu l’iniziatore di questo comportamento, funzionale alla propria azione politica (che è altro dal considerare le teorie antropologiche del «sardo resistente» un fatto culturale da contestualizzare opportunamente).
      Pur esagerando con lo schematismo (ne tenga conto, prego): che c’è di diverso tra quanto ha fatto LIlliu e ciò che hanno proposto i Riformatori Sardi con NUR.AT? Il primo ha usato le stratigrafie, i secondi le sciocchezze di Frau, ma il fine era il medesimo: consenso attraverso l’archeologia.
      Guardi, ricordo una riflessione molto dotta (e altrettanto piacevole) di Roberto Sirigu sull’«esperimento mentale» di Lilliu (riferito per l’appunto al «nuragico resistente»). Mi domandai come fosse possibile ignorare il fatto (credo inequivocabile) che sull’«esperimento mentale» è stata costruita una carriera politica e accademica che aveva bisogno di consenso: ce ne vogliamo dimenticare, oppure possiamo provare a rifletterci?
      Ecco, secondo me, liberarsi di questo equivoco aiuterebbe non poco.
      Cordialmente,

  4. panurk ha detto:

    Chiare lettere: Il problema sta nel fatto che in Sardegna ovviamente non si riesce a capire la mancata political correctness (a tacere della mostruosità) del fatto che uno scienziato ha intitolato un suo libro sulla preistoria “La Civiltà dei Sardi” invece di “Le Culture Preistoriche della Sardegna”.

  5. Yuri Cabras ha detto:

    improbabili riunioni di eccellenti archeologi professionisti che si ingegnano di discutere attorno al fascino di Atlantide

    Non solo copiate in giro ma andate oltre ogni limite: rubate i concetti dai post che censurate!
    Non ci sono parole, magari riuscite pure a guardarvi allo specchio, fatte venire il vomito!

    • Boicheddu Segurani ha detto:

      Sì, non lo sapeva? Rubiamo le idee ai genî come lei e le pubblichiamo.
      Facciamo anche ribrezzo, anzi, uno schifo pazzesco e non riusciamo a guardarci allo specchio!
      Quindi la pianti di leggerci (e soprattutto di rompere le palle!).
      B.S.

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