LA MERITOCRAZIA E LA PROPAGANDA NEOLIBERISTA

di Riccardo Scano

 

Tra i termini più ambigui, utilizzati quotidianamente nel dibattito politico, vi è sicuramente il concetto di “meritocrazia”. Esso si riferisce ad una forma di governo dove le cariche pubbliche, e qualsiasi ruolo che richieda responsabilità nei confronti degli altri, è affidata secondo criteri di merito e non di appartenenza familiare (clientelismo) o di casta economica (Fonte: Wikipedia). Nel linguaggio comune, la parola “meritocrazia” viene utilizzata per indicare un criterio che dovrebbe orientare la nostra società sui diversi livelli nella quale essa si snoda e renderla così maggiormente efficiente. Un principio che, visto il suo profondo significato, trova ampio credito presso l’opinione pubblica, soprattutto dopo che è stato adottato come linea guida – sia a Destra che a Sinistra – nelle più svariate campagne elettorali.

I detrattori della meritocrazia, guardati con estremo sospetto, argomentano invece che – in assenza di una reale mobilità sociale – si possa riprodurre l’esistenza di un monopolio con barriere d’accesso al merito e, di conseguenza, il perpetuarsi di sistemi di potere, status sociale e privilegio. Questa critica ci rimanda a più tristi discorsi: l’attentato al sistema di istruzione pubblica che, in tutte le cosiddette “democrazie liberali”, ci ha accompagnato dagli anni Ottanta ad oggi. Non solo, come scrive Nadia Urbinati su La Repubblica, «nessuno sembra soffermarsi abbastanza sulla dimensione sociale del merito, sul suo dipendere profondamente dal riconoscimento sociale ovvero dalla sintonia che si stabilisce tra chi opera e chi riceve i frutti o è influenzato dall’operato. Il giudizio rispetto al merito di una persona è relativo a un settore di lavoro, a determinati requisiti che definiscono una prestazione, all’utilità sociale delle funzioni in un determinato tempo storico, ovvero al riconoscimento pubblico. Per questo i teorici moderni della giustizia hanno sempre diffidato di questo criterio se usato per distribuire risorse. Non perché non pensano che ad essere assunto in un ospedale debba essere un bravo medico, ma perché mettono in guardia dallo scambiare l’effetto con la causa: è l´eguaglianza di trattamento e di opportunità il principio che deve governare la giustizia non il merito, il quale semmai è una conseguenza di un ordine sociale giusto. […] Ecco perché a meno che non si azzerino le relazioni sociali e non si rifondi daccapo la società civile non si può onestamente parlare del merito come della soluzione ai problemi dell’ingiustizia senza preoccuparsi di vedere con quali mezzi i concorrenti si apprestano a competere. Parlare di merito senza intaccare i residui storici e naturali che condizionano le prestazioni individuali è a dir poco capzioso. Nella condizione in cui la nostra società si trova attualmente è davvero difficile che il riconoscimento del merito sia un fattore di imparzialità o giustizia».

Appare subito evidente come ogni sistema di corruzione, da quello clientelare su piccola scala a quello di stampo mafioso, va in aperta contraddizione con l’idea di società meritocratica. Anche ove vi siano delle ottime condizioni di mobilità sociale, la presenza di una rete criminale (molto spesso strutturale e istituzionalizzata) vanifica ogni tentativo di perseguire il “merito”.

Un’idea, quella di “meritocrazia”, la cui nascita viene ben descritta nell’articolo “L’inganno della meritocrazia” (di Mauro Boarelli, contenuto nel sito lostraniero.net) nel quale viene sottolineato come la paternità della locuzione venga fatta risalire a Michael Young, che fu il primo ad utilizzarla nel suo libro “The Rise of Meritocracy 1870-2033 (L’avvento della meritocrazia)” (1958), ed in cui «scelse il filone della letteratura utopica (e in questo caso si tratta di un’utopia negativa) per raffigurare gli esiti nefasti provocati in modo solo apparentemente paradossale dalla volontà di abolire i privilegi della nascita e della ricchezza […] “l’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità” (p. 123). L’intelligenza che viene incoraggiata è un’intelligenza utilitaristica, pratica, misurabile, e questa misurazione riproduce l’organizzazione e le gerarchie del modello industriale. […] Michael Young aveva scritto un libro contro la meritocrazia, si è ritrovato a essere considerato il suo teorico. Il termine da lui coniato è entrato nel vocabolario corrente e in quello politico con un’accezione positiva, ed è stato usato in modo acritico anche dalle forze politiche di sinistra».

Ed è la strumentalizzazione dell’espressione “meritocrazia”, così come di tante altre, su cui secondo me è utile soffermarsi. La mia prima impressione è che anch’essa sia entrata in quel sistema di propaganda globalista (Ulrich Beck definisce il “globalismo” come «quel punto di vista secondo cui il mercato mondiale, l’ideologia del neoliberismo, sostituisce o rimuove del tutto l’azione politica») che, iniziata negli anni di Reagan e Thatcher, giunge fino ai giorni nostri. Perché? In parte la risposta è già contenuta nell’articolo sopracitato di Boarelli e nelle critiche evidenziate in precedenza: considerando gli individui diversi per capacità secondo leggi naturali, questa opera una polarizzazione all’interno di società che sono fortemente diseguali e statiche. Il termine “polarizzazione” non l’ho scelto a caso. Infatti non si tratta, in questo gioco di proselitismo, di creare una mera stratificazione sociale secondo il merito (reale o presunto), ma – semmai – di consentire una disgregazione sociale tra chi ha potuto darsi una formazione “utilitaristica, pratica, misurabile” e chi, invece, non l’ha avuta. Questa divisione ha, secondo il mio punto di vista, due conseguenze immediate. Innanzitutto, chi è fuori dal sistema perché ha scelto di avere una formazione critica e (quindi) poco spendibile nel (e per il) mercato – o semplicemente perché ha scelto strade alternative – si ritrova in questo gioco forza a riempire le fila di quella “mano d’opera a buon mercato” che, composta anche di laureati, è funzionale al progetto neoliberista in corso ancora oggi. Si tenta così di definire “sfigati” i ragazzi che si laureano dopo i 29 anni (qualsiasi sia il motivo, compreso il fatto che esistano anche persone non-sociopatiche) dicendo loro “non ti sei laureato a 24 anni con 110 e lode, mi dispiace, per te c’è solo il call center”. Aumenta la disoccupazione, si abbassa il potere contrattuale ed i salari. Si prova, quindi, nel nome del “merito”, a giustificare un sistema economico che – controllato da pochi vertici, spesso i padri di ‘chi ce l’ha fatta’ – non ha intenzione alcuna di creare le basi affinché ciascun individuo venga assorbito nel mercato del lavoro e ricopra il ruolo che maggiormente si confà alla propria attitudine e capacità.

In secondo luogo, questa polarizzazione incrementa quella che viene definita come “guerra tra poveri” ed in cui, assieme ai tantissimi disoccupati, si aggiungono anche i cosiddetti “bamboccioni del ministro Martone”. Una guerra che vede contrapposti individui non solo sulla base delle competenze, ma che trova la sua radice soprattutto su un conflitto generazionale. Quale sistema migliore vi è, quindi, per le istituzioni dominanti, se non quello di portare gli individui dalla “cooperazione” alla “competizione” per poterli così controllare?

 

boicheddu.segurani@virgilio.it

 

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2 risposte a LA MERITOCRAZIA E LA PROPAGANDA NEOLIBERISTA

  1. Andrea Fanton ha detto:

    Mi chiamo Andrea ho iniziato a lavorare nel 1979 presso una piccola ditta privata di Venezia (città) a conduzione famigliare ed avevo 15 anni di età !
    Dal 1979 ad oggi 2012 ho fatto svariati MESTIERI COMPLETAMENTE DIVERSI COME TIPOLOGIA Di LAVORO E HO LAVORATO PER CIRCA 100 DITTE PRIVATE GRANDI MEDIE O PICCOLE ITALIANE .
    Non avendo mai avuto nè conoscenze nè raccomandazioni da parte di Preti Cattolici-Curia cattolica -Partiti Politici rossi neri bianchi -Sindacati -associazioni di commercianti o industriali .
    NON AVENDO IL SOTTOSCRITTO ANDREA RACCOMANDAZIONI per trovare un cazzo di lavoro anche sottopagato è non qualificato ho sempre dovuto SUDARE 70 CAMICIE.
    IN PAROLE POVERE HO SEMPRE INCONTRATO GROSSI OSTACOLI PRIMA DI ESSERE ASSUNTO DA PARTE DI TUTTE LE DITTE PRIVATE DOVE HO LAVORATO dal 1979 ad oggi 2012 !
    Se alla fine le 100 ditte private hanno deciso di ASSUMERMI è merito delle mie capacità NEL LAVORARE sia per la rapidità che ho nell”imparare nuovi ruoli da svolgere sia per la mia SUPER-FLESSIBILITA !
    In tutte le 100 ditte private Venete grandi o piccole dove ho lavorato dal 1979 al 2012 la musica era sempre UGUALE .
    In parole povere IL LAVORATORE MERITEVOLE NON Fà MAI CARRIERA Nè VIENE PREMIATO IN TUTTE LE DITTE PRIVATE ITALIANE !
    IL LAVORATORE MERITEVOLE NON VIENE MAI PREMIATO IN ITALIA !
    IL LAVORATORE MERITEVOLE MOLTO SPESSO VIENE LICENZIATO SENZA MOTIVO !

    NELLE DITTE PRIVATE ITALIANE IL LAVORATORE RACCOMANDATO VIENE ASSUNTO SENZA CHE SIANO PROBLEMI !
    Nelle ditte private italiane anche se il datore di lavoro italiano capisce SUBITO di aver assunto un lavoratore TESTA DI CAZZO INCAPACE -MENEFREGHISTA -LADRO E SPORCACCIONE LO AIUTA A FAR CARRIERA E IL LAVORATORE NON VIENE MAI LICENZIATO O PUNITO !
    In tutte le 100 le ditte private presso cui ho lavorato dal 1979 al 2012 VENIVANO PREMIATI SOLO I LAVORATORI NON MERITEVOLI !

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