BOMBA DI BRINDISI! IO SO CHI È IL MOSTRO!

di Gabriele Ainis

 

Quanto accaduto a Brindisi mi ha sconvolto al di là di qualunque ragionamento. Al di là del fatto che ogni giorno muoiono bambini e bambine di ogni colore ed età. Muoiono per i motivi più diversi e in modo, se possibile, anche più atroce di quanto sia accaduto alla povera Melissa. Violenze, torture, fame. Il fatto mi ha colpito per egoismo, perché quella ragazzina l’ho sentita particolarmente vicina.

Non me ne vergogno, certo, ma arrossisco per quanto è accaduto subito dopo: la ricerca immediata e spasmodica di un «mostro» capace di farci metabolizzare agevolmente la situazione, perché un dignitoso psicopatico, in preda a chissà quali turbe mentali, è il modo migliore per consentirci di ripiombare nel torpore quotidiano delle trasmissioni televisive, da Chi l’ha visto a Quarto grado. Pensare che il male sia appannaggio di una mente deviata è terribilmente rassicurante e consolatorio.

Io so chi è il mostro!

Perché accade che giornalisti, magistrati, politici, coloro che in genere sono in grado di «fare opinione», si concentrino su una fotografia sgranata che un minimo di razionalità imporrebbe di considerare con estrema cautela, tanto da mettere in pericolo di vita un poverino con il rischio di consegnarlo ad un linciaggio?

Nonostante le apparenze la risposta è semplice: perché gli esseri umani, di norma, non prendono decisioni seguendo la razionalità, se con questa si intende l’analisi della realtà attraverso l’uso della logica simbolica (quella che in breve chiamiamo logica Aristotelica). Ciò è comprensibile: possiamo immaginare un cacciatore del paleolitico, armato di lancia, che si sofferma a riflettere sulle possibili vie di fuga mentre un mammut incazzato gli piomba addosso? Meglio correre, altro che ragionare!, magari riflettere mentre si fugge e decidere di cacciarsi in un luogo in cui il mammut non possa arrivare (se c’è); ma nel frattempo ci si affida alla reazione istintiva, alla parte meno razionale del cervello annidata nel profondo della nostra animalità che impone alle gambe di muoversi da sé, senza tante storie, aiutate da potenti rilasci di adrenalina, alla faccia dell’antidoping!

Dunque l’istinto, sviluppato durante la nostra lunga e lenta evoluzione, è carattere positivo che ci ha concesso di arrivare dove siamo ora: questo giustifica quanto accaduto a Brindisi? Giustifica inquirenti che in tutta evidenza danno l’impressione di aver catturato l’autore dell’attentato, conducendolo in procura in mezzo ad una folla inferocita che reclama un coreografico linciaggio con impiccagione conclusiva al primo albero disponibile? Giustifica giornalisti che (a parte poche eccezioni) si limitano a seguire la corrente senza uno straccio di analisi ponderata della situazione, favorendo lo sviluppo della rabbia mediatica? Ma soprattutto: giustifica tutti noi, tutti noi cittadini che approfittiamo di magistrati mediocri e giornalisti pessimi per lasciarci andare all’irrazionalità e consegnarci al vecchio cervello animale di cui ancora (e per fortuna!) disponiamo?

No, per nulla. Non solo non lo giustifica, ma non è neppure conveniente, tant’è che abbiamo evoluto un cervello più sofisticato, in grado di assicurarci tanti e tali vantaggi da fare di noi la specie animale dominante. Se oggi scribacchio su questa tastiera e ho la possibilità di far leggere le mie scempiaggini ai tre lettori istituzionali del bLLog, lo devo alla parte animale del cervello che ha fatto sopravvivere la specie umana nelle savane, certo, ma soprattutto alla neocorteccia che ha inventato la logica simbolica e le istituzioni sociali, tutta roba che con i linciaggi poco ha a che fare.

O no?

No! Questo è il punto che dovrebbe farci riflettere. Ricorrere alla parte istintiva del nostro cervello equivale alla rinuncia di gran parte delle nostre possibilità di acquisire vantaggi dalla realtà, ci indebolisce e, se noi ricorriamo all’istinto, c’è qualcun altro usa la razionalità sfruttando la nostra posizione di debolezza. Il linciaggio (fortunatamente mancato) di Brindisi dovrebbe dirci proprio questo: che mentre noi ci abbandoniamo ad una furia irrazionale, adoperando la parte antica ed istintiva del cervello, c’è chi resta calmo e usa la neocorteccia, traendone vantaggio. Non ci dice nulla? Eppure dovrebbe, perché è l’equivalente della lotta tra animalità ed umanità che la storia evolutiva ha risolto a vantaggio della seconda: se ci comportiamo da animali, ci sono gli uomini che ci sfruttano, come quelli che aizzano i galli e si divertono mentre i pennuti si beccano l’un l’altro!

No, non voglio dire che l’attentato sia stato progettato da un grande vecchio per sviare l’attenzione dei cittadini da una preoccupante situazione politica e sociale (proprio non lo credo) ma affermo che il tentativo di farci ricorrere alla parte istintiva del cervello sia prassi comune del potere e di chi aspira ad ottenerlo.

Qualche esempio minimo? Grillo, Berlusconi… L’esempio più minimissimo del microminimissimo? I nostri caleidoscopici e bizzarri indipendentisti, quelli che L’indipendenza è tutto e ci renderà ricchi.

E mentre noi inseguiamo il mostro per appenderlo ad un ramo dell’albero più vicino, c’è chi ci prende per il culo, scientemente e con largo uso del cervello, tutto il cervello, non solo quella parte che ci fa scappare o attaccare senza ragionamento.

Ecco perché ci piace Federica Sciarelli che si scaglia contro il mostro di turno in buona compagnia di quell’altro genio giornalistico di Barbara Palombelli: perché ci danno la possibilità di godere del rilascio di adrenalina ordinato dal cervello animale, meglio di una pista di coca e senza spendere un euro! Non ne avremmo bisogno, perché non siamo più cacciatori paleolitici di fronte ad un mammut, ma l’antico cervello ereditato dalle scimmie non lo sa e, se opportunamente stimolato, reagisce di conseguenza.

Come dire che un i mammut non ci sono più e di fronte a un «mostro» non abbiamo bisogno di un’impiccagione ma di usare il cervello che possediamo senza alcun merito.

Ah, dimenticavo: vediamo di usare il cervello anche se non c’è un mostro, così, tanto per provare: potremmo scoprire che è ugualmente piacevole (cambiamo droga, no? Dall’adrenalina alle endorfine, molto più raffinate).

Come? Non vi ho detto chi è il mostro? Rimedio subito: il «mostro» è Gino Girolimoni.

Certo che è morto; certo che era innocente: e allora? Rileggete bene il titolo: non ho affermato di sapere chi sia il mostro di Brindisi e infatti il titolo è composto da due frasi separate da un punto esclamativo, non da due punti! Ho parlato di mostro e mi pare che come «mostro» Il povero Girolimoni sia la metafora migliore che si possa concepire. La prossima volta leggete con maggiore attenzione e non fatevi prendere dall’istinto: potreste scoprire che si sta cercando di imbrogliarvi!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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