CINZIA LOI: MANDRAS, UN UNICUM IN PERICOLO SU ARCHEOLOGIA VIVA

di Giampaolo Loddo

 

Mentre le province spendono i quattrini per la ricerca dei tartufi (e i cittadini indignati le aboliscono) nell’isola più stravagante del mondo alcuni personaggi hanno deciso di vestire i panni resi celebri da Cervantes e di lottare contro i mulini a vento. Uno di questi è Cinzia Loi, presidente di Paleoworking Sardegna, testardo esponente di quel Barigadu che non ne vuol sapere di restare passivo di fronte alla disperante situazione culturale della Regione e si adopera per proporre nuove prospettive di tutela ambientale e paesaggistica, con un obiettivo tutt’altro che campato per aria: proteggere il bene comune e farne fonte di promozione culturale attiva, coinvolgendo i cittadini del territorio in un progetto capace di stabilire un forte legame con la storia del luogo e di indicare alcune interessanti possibilità di sviluppo economico sostenibile.

Detto senza mezzi termini e in poche parole, il Barigadu è bellissimo,

come ben sanno coloro che vi sono nati e le cui famiglie hanno stabilito laggiù radici fortissime; ma anche chi si trova a passare di là e ritrova un ambiente che l’uomo ha caratterizzato in modo forte senza però arrivare a snaturalo. Boschi, biodiversità, quel lago Omodeo che inganna travestendosi da vecchio del luogo ed è invece un giovane immigrato, un personaggio sul quale ancora ci si interroga, come accade per i nuovi arrivi che non possono non provocare un certo sospetto ma che finiscono, col tempo, per dimostrarsi affidabili ed assumere un ruolo importante.

Ci si passa per caso, in genere, poiché, per incantevole che sia, il Barigadu resta ai margini dei flussi turistici, ancora ancorati alla stagionalità ed alle spiagge da prendere d’assalto nei canonici mesi estivi.

Eppure, il Barigadu è un piccolo scrigno colmo di ricchezze paesaggistiche, di tradizioni radicate capaci di suscitare curiosità ed apprezzamento, di quell’insieme di curiosità locali che stanno alla base di un turismo consapevole e rispettoso dell’ambiente nonché di alcuni piccoli gioielli archeologici di cui la Domus de Janas di Mandras è un esempio.

Le grotticelle artificiali scavate nel corso del tardo neolitico sono uno dei tratti distintivi dell’archeologia sarda e della tradizione orale. Tombe collettive e case delle Janas, personaggi fantastici a mezzo tra fate e streghe di cui non si fa fatica ad immaginare l’esistenza nel corso di una visita solitaria in luoghi apparentemente lontani da tutto.

Ci arrivano da una grande distanza, migliaia d’anni che le hanno viste usate per lungo tempo come tombe e poi spesso ricovero per bestie ed uomini. Testimoni dello scorrere del tempo, quindi, anche per questo, degne del massimo rispetto e dell’attenzione che si deve a un monumento fortemente identitario della storia e della magia dei luoghi.

Tante sono state distrutte dal tempo, dall’uso, a volte dalla pazzia umana che le ha fatte saltare in aria con gli esplosivi nell’illusione di trovare tesori nascosti di inestimabile valore, senza la consapevolezza che il tesoro è proprio lì di fronte a noi e ci arriva da un passato remotissimo.

Alcune poco più che loculi, spesso complessi meandri creati dalla stratificazione del tempo, talvolta stupiscono per la scelta di rappresentare architetture reali, ad esempio i tetti spioventi e le absidi semicircolari delle capanne dei vivi, tramutandosi nella speranza di una nuova vita nell’aldi là.

Pochissime sono giunte fino a noi complete dell’ornamentazione simbolica necessaria a garantire la magia della resurrezione in un nuovo mondo, ma, quando è capitato, ciò non ha mancato di creare stupore per la ricchezza dei simboli e la loro comunanza col mondo più vasto delle culture mediterranee: spirali, denti di lupo, ma soprattutto protomi taurine e l’onnipresente rosso dell’ocra, materiale magico proveniente fin dalle prime espressioni simboliche della nostra specie distanti centinaia di migliaia d’anni.

Rosso. Il rosso del sangue e della rinascita con cui venivano decorati i corpi dei defunti e le pareti delle tombe, come sappiamo grazie ai pochi esempi giunti fino a noi.

La Domus di Mandras è tutto questo: una tomba miracolosamente giunta fino a noi con le tracce ben visibili dell’originale ornamentazione d’ocra, applicata alle pareti secondo uno schema geometrico che potrebbe rappresentare l’interno di una capanna magicamente trasferito nel nuovo mondo di destinazione dei defunti allo scopo di ospitarli ed assicurare nuova vita.

Un unicum, per l’appunto, poiché il canone geometrico utilizzato per la Domus di Mandras è l’unico conosciuto sull’isola. Dunque di grande importanza archeologica e degno della massima attenzione.

Come capita nella nostra Italia di questi tempi incomprensibili, ma ancor di più nella nostra Sardegna di tempi stravaganti, tra tartufi provinciali e provinciali abolizioni, avviene l’esatto contrario e un gioiello archeologico rischia di sparire per sempre, ingoiato dallo scarico cui abbiamo spesso destinato altri tesori della nostra isola, talvolta senza saperlo, spesso nella piena consapevolezza delle istituzioni e dei cittadini.

Cinzia Loi, emula di Cervantes (o di Alexandre Dumas, vista la passone per l’arco) si è inventata Don Chisciotte del terzo millennio, pubblicando un esauriente articolo su Archeologia Viva in difesa di Mandras, adottandola assieme a Paleoworking Sardegna e a tutti gli aderenti all’associazione di Ardauli, i giovani volontari che dedicano il proprio tempo alla difesa attiva del territorio e della cultura locale.

Leggerlo e diffonderlo è imperativo per quanti ritengono importante difendere il bene comune rappresentato dai monumenti che il tempo ci ha concesso di condividere, così come impegnarsi per la loro difesa, cominciando, prima di tutto, dalla loro conoscenza.

 

Cinzia Loi, la tomba dipinta di Mandras, Archeologia Viva, n. 153, maggio giugno 2012

 

michael.ventris@googlemail.com

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