MA IN SARDEGNA NO: NE’ TURANOR, NE’ KITEGEN

di Gabriele Ainis

 

Ci avrà anche impiegato il doppio del tempo previsto, però Turanor ha completato il giro del mondo e sta per attraccare alla darsena. Il Presidente Cappellacci accoglie i mitici navigatori solari e il Sindaco Zedda consegna loro le chiavi di Casteddu: la Sardegna ha vinto una scommessa!

Sognare non costa nulla, talvolta potenzia il sistema immunitario e contrasta l’infertilità (tanto per usare un eufemismo), purché il sogno non diventi un incubo.

Non ci ricordiamo cosa sia Turanor? Basta un click e si può vedere un natante spinto dall’energia solare che nei posti normali ha destato non poca sorpresa. Personalmente lo seguo da un bel po’ di tempo, per lavoro ma anche per passione, visto che gran parte dei miei amici svizzeri sono schizzati per l’energia solare e costruiscono veicoli di tutti i tipi, dalle banali auto agli ibridi più bizzarri (ne conosco uno che studia un elicottero solare!).

Questa volta, con un budget di una cinquantina di miliardi di vecchie lire, hanno realizzato un catamarano tappezzato di celle fotovoltaiche in grado di alimentare i motori che spingono uno scafo in composito, non tanto bello da vedere (il design è decisamente bolso) ma tanto efficace da portare a compimento la missione.

Sì, certo Svizzera! C’è poco sole ed è lontana dal mare: perché stupirsi se il primo natante spinto esclusivamente dall’energia solare, capace di circumnavigare il globo, batte la bandiera del piccolo, ricco, intollerante e indipendente paesotto europeo?

Diciamolo francamente: Turanor non ha nulla di rivoluzionario. Al contrario, rappresenta l’applicazione (per certi versi ingenua) di tecnologie mature e disponibili a chiunque. Tanto per essere chiari, nessuno dei sistemi utilizzati (dai materiali dello scafo, all’elettronica, agli elementi fotosensibili) può essere considerato rivoluzionario o particolarmente all’avanguardia. Senza paura di dire un’esagerazione, si può affermare tranquillamente che ciascuno di noi, conoscendo un paio di tecnici non particolarmente geniali, diciamo dignitosamente competenti, avrebbe potuto realizzare Turanor nel giardino di casa (avendocelo!).

La domanda è: perché diamine l’hanno fatto in Svizzera?

Perché laggiù hanno un sacco di soldi!

Ma non è vero: l’hanno pensato laggiù (o lassù?) perché la Svizzera, da sempre, dedica particolare attenzione alle energie rinnovabili. Ma anche perché gli svizzeri non sono solo ricchi, ma anche tirchi e detestano gli sprechi, pertanto hanno la pessima abitudine di destinare a progetti seri i soldi per la ricerca applicata.

Sì esatto, voglio andare a parare proprio lì: possibile che Turanor sia stato sviluppato proprio in Svizzera, dove non c’è il mare e il sole è un optional, mentre in Sardegna, dove il sole abbonda (anche se non così tanto come is pensa) come anche il vento, nessuno si sogna di giocare i fine settimana nel proprio garage costruendo un motoscafo solare?

Vabbè, si dirà, il sole si sfrutta con le celle fotovoltaiche, la cui tecnologia produttiva è irraggiungibile per la Sardegna di oggi, però il vento…

Palle! A parte il fatto che Turanor sfrutta celle disponibili sul mercato (vanno benissimo anche quelle cinesi) e lo scafo non ha niente di particolare (tutt’altro!) se andiamo a vedere il caso del vento è anche peggio, perché se proprio ci si domanda dove stia la ricerca d’avanguardia per lo sfruttamento dell’energia eolica, bisogna andare a…

…CHIERI!

Dove il vento è una rarità: trovare un cenno di brezza è equivalente al reperimento di un prezioso neurone nella scatola cranica degli intellettuali sardi di stampo indipendentista (una vera contraddizione in termini)!

Eppure, KiteGen sta proprio alle porte di Torino e rappresenta una delle soluzioni più innovative per lo sfruttamento dell’energia eolica, sia in termini tecnici che per l’impatto sul paesaggio (tanto per essere chiari, quello che a noi sardi piace così poco: niente torri he rovinano la linea dell’orizzonte).

Il fatto, tutto svizzero e/o piemontese – gli svizzeri e i piemontesi sono un poco matti, bisogna compatirli – è che da quelle parti amano andare al sodo e non litigano discutendo degli antichi elvezi o dei salassi, né pretendono di andare all’Università di Berna o a quella di Torino, Facoltà di Medicina, per spiegare come fosse la scrittura svizzera o piemontese del neolitico, trovando il nome di Yahwè scritto tre volte sul menhir istoriato di Sion o su quello liscio di Mazzé.

Certo, è anche vero che Pompu non è così normale trovare un tornio o una fresatrice nel garage degli amici come capita invece a Mazzè, ma è proprio su questo che dovremmo discutere, soprattutto a livello politico.

Ma come: parlare di torni e non di pecore?

Ma neppure per idea: parlare di torni e di pecore, accidenti, perché in Svizzera non fanno solo catamarani ma anche la Fontina, con la differenza che questa produce reddito mentre il pecorino cartelle esattoriali di Equitalia! Ma ve lo immaginate un allevatore Svizzero che riceve una cartella di Equisvizzera? Scherziamo?

Nella nostra isola felice abbiamo fior di dipartimenti universitari, ci si laurea in fisica e in ingegneria meccanica, in ingegneria chimica e in matematica: possibile che a parte i mattoni per la case su Marte del buon Pili, nessuno pensi che si potrebbe anche lavorare su qualche cazzillo di interesse applicativo riferibile al territorio, dove sole e vento non mancano? Possibile che non si possa sviluppare l’interesse per la tecnologia così come si cerca di farlo per la storia e l’archeologia, spesso con iniziative di dubbio valore scientifico?

No! Tutti noi preferiamo la Sagra della Lumaca Sherdanu (l’unica che legge il nome di Yahwè sul fondo della padella in cui viene rosolata) con il generale Mannutrodju che presenta il liBBro sulla dissenteria nuragica. Mica perdiamo il nostro tempo con Turanor e KiteGen: siamo matti?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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