LE INTELLIGENTI CAZZATE DI GESUINO MULEDDA: L’ARCAICITA’ MODERNA

di Gabriele Ainis

 

«Gesuino Muledda… e kikkazzé?» verrebbe da dire.

Detto papale papale, è un emerito nessuno, segretario di un partitino-ino-ino che si vorrebbe «partito Sardista, internazionalista» e che «basa il suo pensiero sugli insegnamenti di Lussu, di Gramsci, Bellieni, di Simon Mossa e di tutti i Sardi liberi che hanno contribuito alla nascita, alla formazione e allo sviluppo dell’ideale politico sardista e della Sardegna» (anche di Batman, Robin e Nonna papera).

In realtà, più che un partito è un ossimoro, come dimostra già dal nome, perché i mori sono neri ma loro no, li hanno voluti rossi, forse perché sono rimasti troppo al sole e, si sa, le creme protettive sono un prodotto di Roma centralista e vanno evitate per posizione ideologica. Al massimo, si potrebbe usare la sugna (di cinghiale, rigorosamente sarda) però non fa fino e attira le mosche (importate dei fenici assieme alle zanzare e alla malaria, semiti di merda che pretendevano di conquistarci ma, per fortuna, noi abbiamo costantemente resistito, come diceva Lilliu, che di resistenza se ne intendeva).

Bene, torniamo a noi: perché parlare di Muledda&Rossomori? Per lo stesso motivo per il quale si parla della Lontra Zebrata del Mar Caspio, l’unico mammifero che depone le uova e poi ci casca addosso rompendole, perché possiede cinque zampe e non riesce a coordinarle, rischiando così l’estinzione: per curiosità! Perché la bizzarria attira l’attenzione e permette di passare qualche momento in allegria. Forse che in tanti non guardano Zelig alla televisione?

Il 14 aprile hanno celebrato il primo Congresso Nazionale e vale la pena dare un’occhiata a ciò che hanno da dire perché la comicità, soprattutto nel mondo politico sardo, è piacevolezza da non trascurare: saremo tutti disoccupati e con le pezze al culo (ma non tutti, sia chiaro, c’è chi in Sardegna vive e prospera da gran signore!) ma due risate riusciamo ancora a farle.

Su cosa sia il partito, ho già detto, con buona pace di Gramsci, poveraccio, che per fortuna (sua) è morto e non può più sentire le enormità che vengono dette in suo nome. Soprattutto l’essere affiancato ai “Sardi Liberi che hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo dell’ideale sardista”! Chissà cosa intendono, poverini, ma davvero mi chiedo cosa avrebbe detto il nostro compatriota albanese (lo sapevate vero?) di una sciocchezza di questo genere.

Però, da tecnico grezzo quale sono, continuo a battere su un aspetto che tanti intellettuali trascurano, forse perché gran parte di loro ne è lontano per oggettiva collocazione lavorativa: la Sardegna deve possedere un apparato industriale? E se sì, di che tipo?

Rossomori non ha dubbi! Se andiamo a leggere nel loro sito, troviamo un’analisi simpatica della situazione industriale: «Ad essere in crisi è pressoché l’intero sistema economico e produttivo; basta esaminare un dato per tutti, vale a dire il fatto che il 76% del reddito proviene da assistenza, pensioni, servizi e commercio. E solo il 24% riguarda produzioni e produttori».

Il che è formalmente esatto, la struttura del reddito è grossomodo questa (ma in peggioramento, non tiene conto della chiusura ALCOA) però non rende per nulla conto della difficoltà di base, e precisamente che quel 24% è costituito quasi per intero dalla SARAS! Cioè la Sardegna, anche se si fa fatica a dirlo, è essenzialmente un raffinatore di petrolio (altro che pecorino)!

A parte questo, cosa suggerisce il prode Muledda per porre rimedio alla situazione (di cui, a mio avviso, non si rende del tutto conto, sia chiaro)?

Tralascio le solite stupidaggini sul turismo sostenibile, lo scavo dei nuraghi, e gli orti di paese, così come le energie rinnovabili e le solite litanie che dicono, più o meno, “spendiamo soldi pubblici” (senza dire da dove li prendiamo, però, proprio questo è il punto) per arrivare al cuore di ciò che mi preme sottolineare: che razza di industria vorrebbe Muledda per realizzare tutti i suoi sogni di gloria, dalla «ricerca» in poi?

Semplice: il condottiero di Rossomori desidera «l’insediamento delle imprese che, nel progetto di arcaicità moderna, creino le condizioni per le accumulazioni necessarie a fare indipendenza».

Arcaicità moderna? E che diamine sarebbe?

Facile: se non lo sappiamo chiediamo a San Google, il protettore degli ignoranti (come me). Bene, se avete voglia di verificare, fatelo, ma si tratta di un’invenzione di Muledda, e infatti: “Questo uno dei passaggi fondamentali dell’intervento di Muledda al convegno organizzato ieri dalla Cia e dedicato ai «Servizi per l’agricoltura. Quale agricoltura? Quali servizi?. La nuova visione proposta dalla Cia sta tutta in due parole: arcaicità moderna. «Arcaicità perché la cultura sarda, quella delle radici, è un valore non dismissibile e rimane una delle più grandi ricchezze del nostro popolo — ha spiegato Gesuino Muledda — e deve andare di pari passo con la modernità, definita come insieme di strumenti, tecniche, tecnologie e saperi necessari a far diventare l’arcaicità una moderna identità»” (dalla Nuova Sardegna del 19 luglio 2005).

No, lascio stare la battuta sulla CIA e sul KGB, Muledda non ha bisogno e poi è molto più comico di me. Se devo essere sincero, mi pare qualcosa che ricorda le sfere cubiche, il pene vaginale e gli insetti mammiferi, insomma un capolavoro di fronte al quale i migliori monologhisti di Zelig scompaiono e LaPola si suicida per la vergogna ascoltando per dieci volte di seguito l’intervento di Giacomo meloni sulle tegole fotovoltaiche!

Lo ammetto, quando ho letto gli argomenti di Muledda, sono rimasto senza parole (e ce vuole, eh!) perché di fronte ai capolavori si resta senza fiato: siete mai andati a vedere la Gioconda di Leonardo? Ecco, una cosa così: si guarda, si ammira e si resta basiti. La prossima volta, anziché andare fino al Louvre, apro il laptop e mi rileggo le parole di Muledda: mi stupisce di più e risparmio i soldi del biglietto per Parigi: sarà questa la ricetta per risollevare l’industria sarda?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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