INDUSTRIA SARDA? CHE PENA I BREVETTI…

di Gabriele Ainis

 

Chi si preoccupa dell’industria in Sardegna? Nessuno, salvo quando le pochissime avanzate chiudono e si corre da loro col defibrillatore, riducendole come Eluana Englaro: un corpo morto che non vogliamo riconoscere cadavere. Abbiamo litigato tanto per quella poverina, ci accaniamo contro ALCOA, che neppure possiede un’anima!

Eppure, tra caschi sbattuti sull’asfalto e blocchi stradali, non si vede una classe dirigente capace di suggerire un indirizzo, una soluzione alla terribile deindustrializzazione che sta producendo danni immensi, tra l’altro nello stravagante silenzio dei mezzi di informazione e del mondo intellettuale.

Si potrà obiettare che i quotidiani locali parlano spesso del problema, ma si tratta di nuda cronaca, notizie decontestualizzate che scivolano addosso assieme ad un enorme senso di inutilità. La verità è che nessuno ne parla perché forse non può, per carenza di argomenti. Un po’ come registrare la quotidiana moria di cittadini finiti sotto le ruote delle automobili ad un incrocio, senza domandarsi se non sia il caso di rivedere la viabilità, perché nessuno se ne intende o è interessato, magari impegnato a parlare della LSC nelle scuole. Delle morti si parla ma si finisce per considerarle un fatto ineluttabile, determinato dal caso cinico e baro (se non si è credenti) o dall’ira divina (e allora si paga un prete per una messa).

Tanto per contribuire al nulla profondo di questi anni, propongo una mediocre riflessione su alcuni numeri estratti dagli archivi che la R.A.S. mette gentilmente a disposizione dei nessuno che li consultano. Mai sentito parlare di «intensità brevettuale

È uno dei tanti numeretti elaborati dagli statistici (personaggi bizzarri incaricati di darci buone o cattive notizie secondo le necessità del governo di turno). Indica la capacità innovativa di una società ed è definito dal numero di brevetti depositati in sede europea (gli unici che abbia senso considerare, il brevetto italiano è una burletta) per milione di abitanti.

Perché è importante (se lo è)? Perché il brevetto esprime la capacità di produrre novità, ed essendo strumento di protezione della generazione di reddito, ha senso considerarlo come indicatore della possibilità di sviluppare attività industriale ad elevato valore aggiunto (guadagnato, questo, dalla condizione di monopolio permessa dal detenere il brevetto).

Insomma, se si depositano molti brevetti, significa che c’è maggiore possibilità di impiantare aziende che guadagnino bene, che lavorino più con la testa che con le mani e, in ultima analisi, richiedano le tipologie di impiego che nei sogni di noi sardi sarebbero l’ideale (e non solo per noi, sia chiaro, piacerebbe a tutti lavorare in un ufficio piuttosto che in un cantiere edile!). Va da sé che una società che produce molta innovazione (dunque tanto valore aggiunto) ha anche la possibilità di avere teatri, biblioteche, soldi per tavole rotonde e cazzate connesse, tutto il ciarpame (non le biblioteche e i teatri, intendiamoci) che tanto piace agli «intellettuali» nostrani impegnati a litigare sul sesso degli angeli.

Esaminiamo la scarna tabellina gentilmente fornita dalla R.A.S.: cosa ci dice?

Ci dice (al 2007, dati più recenti sono introvabili, almeno da me!, ma l’andamento era in netta discesa) che se la media nazionale è circa 56, il numeretto sardo suona 7!. Diamine, una vera enormità!!

No, attenzione. Il numeretto sarebbe terribile se non ci fosse un piccolo appunto: la media nazionale (quel 56 del 2007) comprende tutta l’Italia, compreso il sud (e la Sardegna). È la solita fregatura delle medie, quelle che dicono che se in quattro consumiamo quattro polli ne abbiamo consumato uno a testa «in media», anche se uno ne mangia quattro e gli altri tre stanno a bocca asciutta. E per i brevetti?

Meglio guardare la distribuzione, la cartina a colori che ci informa come il nord sia di un bel verde carico e il sud quasi trasparente: il dato tremendo è che l’Emilia batte 118, altro che 56 (e il resto del nord, tra Piemonte, Lombardia e Veneto, poco meno)!!!

Ci rendiamo conto del significato di 118 in confronto a 7??

Secondo me no, non ce ne rendiamo conto, ed infatti mica se ne parla, ci mancherebbe, ma non per volontà di celare chissà quale notizia, ma perché se anche va sui giornali nessuno ne capisce il senso, non i politici, né gli intellettuali (non parliamo di imprenditori ché mi scappa da ridere!).

In fondo è semplice: la Sardegna è incapace di innovazione, anche se questa parolina viene masticata spesso dai politici che vorrebbero «innovazione» ovunque, salvo rendersi conto che quando si va al sodo (ai numeri, impietosi) si resta basiti: in tanti si lamentano che la Sardegna sparisce dalle cartine (e fanno bene a lagnarsi) ma a volte scompare per dato oggettivo, non perché i cartografi siano dei cattivoni centralisti e colonizzatori!

Mah, potrei provare a dirlo a Manichedda, così, quando ha finito di pensare al Bollettino di Studi Sardi e al «fare le fiche nella Carta de Logu», potrebbe incaricare qualcuno di spiegargli cosa sia un brevetto e a cosa serva. Oppure a Mongili, contento di sapere che fine fanno i Patents quando non c’è un Mainstream, o a qualcun altro dei curiosi intellettuali che vivono beati senza bisogno di capire che senza innovazione non si va da nessuna parte.

Del resto, assai spesso, non si capisce perché dovrebbero andare da qualche parte, loro nell’immobilità ci stanno benissimo.

Pili invece va su Marte, ma lui è stato assunto dal capitano Kirk e dei Patents se ne frega: c’ha il Mainstrem quel furbacchione, altro che storie!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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