PROSCIUTTO BATTE RAZZISMO 6-0. IL CIRCOLO SARDEGNA DI MONZA-VIMERCATE-CONCOREZZO

di Gabriele Ainis

 

Uno dei temi di cui capita di discutere con coloro che si proclamano «sardi che più sardi non si può» è quello del «vergognarsi di essere sardi». Potrà sembrare bizzarro, ma sono proprio loro, quelli che «meglio manchi il pane che l’autonomia!», a soffrire della sindrome del «sardo pellita coddapecore». Un po’ per dovere ideologico, poiché hanno bisogno di manifestare la presunta esistenza di stereotipi, così da avere un buon pretesto per combatterli (come Bush aveva bisogno delle armi di distruzione di massa per impiccare Saddam Hussein) ma molto perché dalla sindrome sono affetti per davvero e, in fondo in fondo, il complesso di inferiorità rispetto ai Continentali lo soffrono… e come se lo soffrono!

A volte fanno perfino tenerezza, meglio dell’outing del machissimo di turno che confessa a mezza voce di preferire i pettorali di Banderas alla farfallina di Belén! Partono in resta con gli Sherdanu padroni del Mediterraneo nell’età del bronzo e finiscono per dirti che a volte si trovano in imbarazzo percependo quanto la Sardegna sia lontana dai centri di sviluppo culturale, nonostante internet e i blog dove personaggi di poderosa cultura come il professor Appuligiu Tottu e il generale Genoveffo Mannutrodju si scontrano sul significato della misteriosa scritta nuragica ritrovata nella ziqqurat di Tuvixeddu. Co-ca-Co-la… cosa mai avranno voluto dire i nuragici con questa epigrafe incisa su un misterioso contenitore cilindrico di un metallo misterioso e sconosciuto, che gli archeologi travestiti da operatori ecologici hanno immediatamente fatto sparire?

Sarà che io sono un bastian contrario, ma della sindrome non ho mai sofferto, forse perché i miei genitori mi hanno ripetuto talmente tante volte che gli esseri umani sono tutti uguali – ovunque siano nati, qualunque lingua parlino e di qualunque colore siano – che il concetto di uguaglianza mi è rimasto addosso come una zecca e non ho bisogno né di sentirmi inferiore per affermare di non esserlo, né di inventarmi un fratello maggiore perduto nell’età del bronzo e dei nuraghi per essere inferiore davvero!

A dire il vero, in tema di outing, a me è accaduto il contrario: da sardo (oltre che tutto il resto, ad esempio miope e lettore compulsivo) mi sono sempre sentito un privilegiato, perché, rispetto a coloro che da casa propria non si sono mai mossi, ho avuto la possibilità di imparare molte più cose. Attenzione: non mi riferisco ai miei conterranei (qualunque cosa voglia dire) che hanno deciso di non aderire alla comunità sarda più numerosa che esista (il disterru) restando a casuccia, ma a coloro che sono andato a colonizzare lontano dall’Isola Felice: gli europei, quelli che sono abituati a ricevere gli emigrati con somma felicità, così da avere un buon capro espiatorio sotto mano se c’è qualcosa che non va, dalle buche nelle strade («quando le facevamo noi duravano più a lungo… adesso le fanno gli immigrati!») al crollo verticale della Lega («colpa di quella terrona di Rosi Mauro!»).

La dico tutta: rispetto alle persone che mi sono trovato di fronte in decenni di vita da disterrau (e devo dire di averne incontrate tante) non ho potuto fare a meno di notare di possedere un enorme vantaggio: una cultura oggettivamente più vasta della loro per l’ovvia necessità di dovermi interessare di quella del luogo in cui mi sono trovato di volta in volta a vivere. Ovvio corollario è stata la possibilità di integrare culture altrui nella mia, sentendomi enormemente più ricco e, in ultima analisi (lo so che è una brutta parola, meno male che i miei genitori non mi possono sentire) decisamente superiore! Sì, ho capito!, lo so che è brutto e non si dice, però stavamo parlando di outing, no? Sono affetto da un disdicevole complesso di superiorità rispetto a quelli che ritengono la propria cultura la migliore che possa esistere. Convivo con il fastidioso complesso tentando di moderarlo, perché, da categoria dell’istinto, non può essere soppresso, al massimo attenuato e tenuto sotto stretto controllo (ma ci metto davvero tutto il mio impegno). In ultima analisi me ne vergogno, però non so cosa farci: quando sento che qualcuno parla di terroni e clandestini, di padani e sardi, di vero sardo e vero padano, mi sento immensamente superiore (e mi viene l’orticaria!).

E poi, tanto per essere chiari, visto che nell’Italia di oggi si usa, mica ne soffro solo io (che sarebbe quello che dicono i ladri: Come: rubano tutti e ve la prendete proprio con me?). Mi scrive l’amico Salvatore Carta dalla Lombardia:

«Siccome abbiamo proposto un gemellaggio culturale tra Concorezzo e Carloforte e a settembre porteremo la mostra all’Isola di San Pietro, abbiamo inserito nel buffet Sardo- Carlofortino – Brianzolo, un po’ di tartine a base di tonno e un po’ di fettine di bottarga di tonno, con un bel po’ di pecorino sardo, pane carasau, vermentino di Sardegna e salame e prosciutto brianzolo…..ottimi….avvolti nei grissini grossi piemontesi….nel Canavese li fate?…

Dopo la conferenza inaugurale della Mostra, questo è il momento clou dove attraverso i sapori si crea questo clima di simpatia con gli indigeni locali lombardi. Ci facciamo un mazzo così per portare avanti e far conoscere la cultura e le tradizioni, i colori ed i sapori della Sardegna…..

Ma credimi ciò ci dà una enorme soddisfazione……..la gente ti incontra per strada e ti fa i complimenti,….vuole andare in Sardegna e tanti vorrebbero essere sardi!….»

Clima di simpatia con gli indigeni locali lombardi? Sì: la dimostrazione che l’integrazione nasce dalla vita di ogni santo giorno e dalla consapevolezza che assumere dentro di sé la ricchezza delle culture altrui è un’enorme risorsa, personale, prima di tutto, ma soprattutto sociale. L’amico Salvatore, che ringrazio, mi dà la possibilità di dire come quei brianzoli che smurfiscono (*) al buffet Sardo- Carlofortino – Brianzolo (che colpo di genio!) sono come Salvatore e come me: sono superiori anche loro perché si interessano della cultura altrui, con l’ulteriore aggravante che sono stati più bravi di me, spinto ad interessarmi degli altri dalla mia condizione di ospite, mentre loro l’hanno fatto avendoci in casa!

Come dire, meno male che Salvatore c’è, perché ha capito che il razzismo si combatte, prima di tutto, a colpi di prosciutto – brianzolo – e contro una fetta di maiale stagionato non c’è intolleranza che tenga: 6-0 e palla al centro!

 

www.circolosardegna.brianzaest.it

 

gabriele.ainis@virgilio.it

371

(*) tra le tante altre cose, sono anche casteddaio!

 

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