LA FARSA ALCOA E IL GENERALISSIMO FRANCO

di Gabriele Ainis

 

Ero indeciso tra «dramma» e «farsa», poi quest’ultima ha prevalso. Non per il Sulcis e i sulcitani, non per i dipendenti della multinazionale e delle aziende che le ruotano attorno. Per loro è, ma soprattutto sarà, comunque un dramma, decisamente peggiore della farsa di questi giorni.

Piuttosto per ciò che è maturato a Roma: l’accanimento terapeutico su un’azienda che, come tale, non ha alcun motivo per restare aperta ma non può chiudere, così come accadde al generalissimo Francisco Franco, dittatore spagnolo, quando finalmente tirò le cuoia senza poterlo fare come piaceva a lui e fu costretto a una vita artificiale al di là di ogni ragionevolezza. Non poteva morire, ecco tutto, quindi fu deciso che ancora viveva nonostante fosse ormai ridotto ad un ammasso di cellule in disfacimento e non avesse più nulla di umano.

C’erano forti ragioni politiche perché il corpo dovesse necessariamente continuare a respirare e il cuore a battere, sebbene tutto il resto si rifiutasse pervicacemente di collaborare. Così si tagliò, si sostituì, si chiese l’aiuto delle macchine. Trovata la quadra del dopo Franco, siglato l’accordo per non perturbare l’ordine costituito, per far ingoiare ai cittadini i lunghi anni di dittatura e atrocità senza che i responsabili venissero chiamati a risponderne, il generalissimo fu autorizzato a decomporsi e a puzzare come tutti i bravi cadaveri, ma non prima.

Neppure l’ALCOA può morire, non come tutte le aziende di questo mondo che producono finché i costi  permettono, almeno, un pareggio di bilancio. Ma così come la sopravvivenza fasulla di Franco nulla aveva a che fare con il desiderio di impedire la scomparsa di un essere umano, così l’accanimento terapeutico perpetrato ai danni dell’ALCOA non ha nulla a che fare con la condizione di sottosviluppo della Sardegna o con la preoccupazione per la terribile disoccupazione di un’area che è, già oggi, la più depressa d’Italia e si avvia a primeggiare nella dura competizione per divenire la più povera del continente europeo.

L’ALCOA non può chiudere perché dimostrerebbe l’assoluta incapacità della classe dirigente isolana negli ultimi trent’anni, una classe dirigente inetta che ha accuratamente evitato di interrogarsi sul futuro dell’Isola dedicandosi allegramente alla spesa clientelare e alla propria autoreplicazione. Dentro ci sono tutti: politici di tutti i colori e sapori, intellettuali, informazione, sindacato. Tutti concordi nella necessità impellente di non spiattellare di fronte a tutti la verità evidente: che in questi lunghi anni di gestione della cosa pubblica nessuno si è preoccupato di sognare un futuro, dedicandosi, al contrario, a saccheggiare il presente.

Non è solo incapacità, è «anche» incapacità. Prima di ogni altra cosa, però, è la mancanza di un’etica, caratteristica che accomuna la classe dirigente locale a quella nazionale, senza grandi distinzioni di colore politico e localizzazione geografica. Al primo posto il mondo politico isolano ben spalleggiato dall’informazione, dai sindacati ed a seguire tutti coloro che per scolarità e stipendio avrebbero il sacrosanto dovere di interrogarsi su ciò che ci capita accanto (e molto più spesso sopra) piuttosto che studiare il modo migliore per trarne sempre e solo un vantaggio, seppure piccolo: dai sindaci delle microcomunità ai comitati per i festeggiamenti di Santa Puliga Martire in cerca di una banconota da dieci euro.

In tutto questo allegro teatro, in cui ciascuno è alla continua ricerca di un piccolo vantaggio munto dalla tetta di vacca R.A.S., si continua nell’equivoco di far credere ad un pezzo consistente di Sardegna che sia possibile basare l’economia sull’aiuto statale, come chiedono tutti coloro che domandano energia a basso prezzo (e non a basso costo, che sarebbe ben differente) per far sopravvivere uno stabilimento produttivo in stato comatoso.

Si urlano slogan stravaganti, uno per tutti la pretesa «strategicità» della produzione di alluminio primario. Più che falso è stupido: l’alluminio è tutt’altro che strategico. Se ne produce più del necessario, si ricicla con facilità, la tecnologia produttiva ha poco di misterioso ed è disponibile sul mercato. Sarebbe come pretendere la strategicità del pecorino, che infatti producono, buono quanto quello sardo, anche in Romania, con la differenza che loro ci guadagnano e non chiedono al governo rumeno di comprarlo per regalarlo, così da assicurare la sopravvivenza dei produttori, sulle spalle della comunità.

Ebbene: dove sono i politici che si prendono l’onere (strapagato) di spiegare ai cittadini che tenere aperta l’ALCOA è uno stupro alla comunità, visto che sarà essa a pagarne i costi? Dove sono i giornalisti che inchiodano i politici alla responsabilità di aver avuto l’ALCOA sotto il naso per decenni e di non aver mosso un dito per favorire un ricambio di una produzione improponibile in un luogo in cui non c’è la materia prima e non c’è l’energia? Dove sono gli intellettuali che avrebbero dovuto urlare da tempo contro l’insipienza dei politici e la connivenza dei mezzi di informazione?

Ma soprattutto: perché nessuno dice la verità, e cioè che ALCOA è un’azienda morta e si fa finta che non lo sia ventilando la possibilità di una soluzione che non esiste? Ma c’è uno straccio di giornalista che si è preso la briga di verificare chi siano i potenziali acquirenti di cui tanto si parla? E perché dovrebbero accettare una situazione di fronte alla quale ALCOA fugge? Sono forse autolesionisti? E se ALCOA non trovava conveniente mantenere una produzione a Portovesme, cosa mai potrebbero trovare d’interessante questi altri?

Ma sì, che importa, sfruttiamo gli operari inviperiti che battono i caschi sull’asfalto e bruciano le bandiere, perché avere a disposizione i cittadini esasperati da mungere fa comodo, e fa comodo proprio a quelli che questa situazione hanno determinato negli anni. Teniamoci queste facce che continueranno a riscuotere lo stipendio spiegando agli elettori e ai lettori (ma guarda che coincidenza fonetica!) che hanno avuto il merito di non aver fatto morire un morto. In Spagna hanno mangiato la carcassa di Franco, da noi mangiano quella dell’ALCOA, assieme a tutti quelli che ci lavorano dentro e attorno.

E  la situazione è tale, che siamo anche costretti ad augurare loro «buon appetito»!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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