IL CASO RADIO PRESS

di Gabriele Ainis

 

Vito Biolchini, riportando nel proprio blog una breve nota di Articolo 21, ha confermato la fine della messa in onda di Buongiorno Cagliari. Contestualmente, Radio Press ha cessato di trasmettere notiziari rinunciando a proseguire sulla strada intrapresa in questi ultimi anni: il servizio pubblico.

Le dichiarazioni di solidarietà, doverose quanto scontate, non sono mancate, così come alcuni tentativi di analisi, per la verità alquanto goffi. Non sto a scrivere i link perché non intendo parlare di quelli, quanto cercare di indirizzare a Biolchini&C (comprendendo nella «C» tutto il team di Radio Press, perché una radio non è solo il direttore o il leader) qualcosa di diverso dai necrologi o dalle generiche offerte di aiuto. Non che queste e quelle non facciano piacere, per carità, ma credo che una frase di Biolchini in merito al «fare il tagliando alle amicizie» la dica lunga su cosa avviene in casi come questo, quando hai maggiori possibilità di capire chi siano gli amici e chi i semplici conoscenti, tanto per citare il mai dimenticato Bonvì e le sue Sturmtruppen. Di lodi meritate (tante) e critiche spocchiose (pochine davvero) ne avrà fin sopra i capelli, parliamo d’altro, ché magari troviamo anche modo di riflettere.

Detto in breve, desidero solo ricordare a Biolchini, ma soprattutto a tutti noi, la realtà all’interno della quale è rimasto a spasso, avendo, da personaggio pubblico qual è, il coraggio non comune di scrivere una frase lapidaria che mi ha impressionato: «sono in difficoltà». Dopo una frase così, si merita anche altro oltre il plauso per aver svolto bene il proprio lavoro e per essere una persona coerente e per bene.

In questo inizio di terzo millennio (dati provvisori 2012, anno del Signore) la gloriosa isola di Sardegna vanta un numero di imprese pari a poco più di 160.000. Una ogni dieci abitanti, inclusi i vecchi centenari e i pochi bebè che le sarde mettono al mondo. Dentro c’è di tutto, dalla SARAS all’ALCOA, da Mariedda – che ha avuto una sovvenzione regionale e produce la pasta tipica di Corr’e sa Furca facendo lavorare in nero i genitori (lui pensionato lei casalinga) – a Bainzu – che invece vende formaggio nella stanzetta del cortiletto di casa rilasciando uno scontrino su dieci (quando è colto da sacro furore civico).

Le aziende di cui sopra, sempre all’inizio del terzo millennio, devono all’erario la bellezza di quattro miliardi e trecento milioni di euro (stima in aumento). Lo scrivo in lettere e per esteso per rendere chiaro che parliamo di una cifra enorme (provate a dividere per il numero di abitanti, così, per curiosità).

L’ALCOA, motore economico della Sardegna sud occidentale, peraltro area più povera d’Italia, è in via di chiusura salvo interventi estremi che la manterranno agonizzante ancora per qualche tempo, come avvenuto a suo tempo per il settore petrolchimico e tessile. Non si intravvedono soluzioni alternative se non la bufala della chimica verde, già vecchia e sconsigliata prima ancora di partire.

Come devo aver già scritto tempo addietro (ma non c’è bisogno di essere dei genî, intendiamoci) a noi la Grecia fa un baffo, perché la Sardegna è già fallita, solo che non abbiamo il coraggio di dircelo.

Bisognerebbe citare alcuni altri piccoli fatti, non pochi per la verità, che normalmente si dimenticano, sebbene siano proprio sotto il nostro naso. Ne vorrei ricordare uno per tutti: la base militare americana che i coraggiosi sardi hanno cacciato via dal proprio territorio ed era una fiorente fonte di reddito. La rammento per sottolineare un’ovvietà: durante la guerra fredda l’Isola è stata considerata strategica e tale ruolo non sussiste più. Sebbene molti di noi siano portati a scordarlo, questo ruolo ci ha assicurato, sotto varie forme, spesso non immediatamente palesi, un dignitoso rivolo di quattrini che adesso è definitivamente in secca.

Infine, visto che si parla di una radio locale di una regione locale di uno stato locale, bisognerebbe domandarsi quanta gente viva attorno a Cagliari (Radio Press è emittente cagliaritana) e di che si nutra.

Ecco, Radio Press opera, finché continuerà a farlo, in questa realtà: uno stato che galleggia attorno all’incubo del fallimento retto da un commissario inviato dall’Unione Europea; una regione fallita in cui quasi la metà delle aziende hanno un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate e rischiano di andare a puttane; una città che si regge in gran parte su terziario e riciclo di soldi pubblici (direttamente derivanti da impieghi connessi al pubblico o da essi dipendenti).

Vorrei essere franco: a parte la simpatia per Biolchini (col quale spesso mi trovo in completo disaccordo) non ho la più pallida idea di cosa sia accaduto e accada dentro Radio Press, né ritengo di avere il diritto di interessarmene. Ciò che è importante, per coloro che hanno interesse all’esistenza di professionisti del servizio pubblico, è la consapevolezza del momento che stiamo vivendo in Sardegna.

Se l’informazione radiofonica deve dipendere, come tutti sembrano accettare, da un meccanismo di mercato legato esclusivamente alla raccolta pubblicitaria (detto in senso lato, anche la politica ha bisogno di pubblicità per sviluppare consenso) realtà complesse come Radio Press (che pure è semplicissima, intendiamoci, ridotta all’osso) non dipendono, evidentemente, dalla professionalità degli operatori che ci lavorano dentro. Detto in altre parole: se gli introiti sono affidati ai quattro soldi per la pubblicità della pizzeria X o dell’autoscuola Y, basta e avanza la musica e una voce neutra che legge le ultime novità raccolte in rete, non c’è certo bisogno di programmi articolati e speaker in grado di proporre chissà quale profondità di temi, anzi, per la verità, è anche l’unico meccanismo di sopravvivenza che possa funzionare. E’ un po’ come quello proposto da Darwin per le specie animali: «evoluzione» non significa necessariamente comparsa di organismi di complessità crescente, quanto adattamento all’ambiente cui si è esposti. In una palude di fango e acqua sopravvivono i lombrichi, non i premi Nobel.

Naturalmente Biolchini&C lo sanno benissimo, mica aspettano il primo Ainis che passa per farselo dire, ma dovrebbero realizzarlo anche coloro (fauni e ninfe, laureati o meno, professori universitari e principi del foro, scrittori e analfabeti) che lanciano tenere profferte d’amore all’eroe momentaneamente impigliato nei rovi (che bella metafora, questa devo scrivermela) rendendosi disponibili ad un aiuto: non si tratta di cacciare una carta da cento euro ogni tanto, ma di riflettere su un problema più generale e precisamente la libertà di pensiero e informazione in un’isola di morti di fame (e neppure in tutta, visto che Radio Press non copre tutta la Sardegna) problema affatto diverso e di soluzione problematica.

Come dicevo poc’anzi, Biolchini (e gli sciagurati che gli stanno attorno) lo sanno e mi chiedo se stiano predisponendo un BP previsionale (che per i non addetti ai lavori sarebbe un Busimess Plan) valutando la possibilità di essere editori di sé stessi: c’è un’utenza sufficiente per ripetere ciò che Il Fatto (che credo a Biolchini non piaccia) e Servizio Pubblico (immagino neppure questo) hanno proposto con ottimi risultati?

Perché è palese quanto segue: se Biolchini&C desiderano essere indipendenti e levare qualunque dubbio sulle possibili ingerenze dell’editore, non possono fare altro che levarlo di mezzo ingegnandosi di farne a meno, come sanno benissimo tutti coloro che per carattere e scelta di vita faticano a coesistere col potere, in qualunque forma esso si esprima. Nella palude di fango che citavo prima c’è appena finito Sardegna 24 e la scelta di farsi editore non ha avuto esito positivo per Bellu.

Si mettano il cuore in pace ninfe e fauni: se desiderano portare nuovamente una sarfata ai due disgraziati di BC sappiano che non si tratta solo di bravura ma di mercato: BC ce la possiamo permettere o no?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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2 risposte a IL CASO RADIO PRESS

  1. Stefano ha detto:

    Solo per una correzione.
    I notiziari e gli altri programmi sono stati interrotti una settimana dopo la fine della messa in onda di Buongiorno Cagliari. Nel frattempo, il silenzio.

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