SEL E SARDEGNA: COMPATIBILI O NO?

di Gabriele Ainis

 

Detesto la trasmissione di Fabio Fazio, la trovo scontata come un libro di Michela Murgia e irritante come un romanzo di Niffoi: sentita la presentazione degli ospiti (la prima pagina) non c’è verso di trovare alcunché di nuovo, originale, al massimo è un ripasso di stereotipi espressi in buon italiano, tutta roba già vista, sentita e digerita (per non dir di peggio, perché dopo la digestione…)

Se ieri mi sono imposto di guardarla è perché c’era ospite Nichi Vendola e sono molto incuriosito da ciò che questo leader politico propone da tempo, soprattutto dal punto di vista della rivalutazione dell’individuo, della specificità di ciascuno, di fronte al mondo spersonalizzante della finanza globalizzata.

Devo confessare che non mi ha deluso, soprattutto quando ha parlato del rifiuto netto di considerare ammissibile qualunque forma di razzismo o intolleranza. Nei confronti della comparsa in Europa di istanze localiste contraddistinte da una chiara matrice razzista (dai Bossi in poi) è stato categorico.

Bene, anzi benissimo: se Bossi prova a parlare di «Padani» lo si stigmatizzi immediatamente perché una società basata sulle discriminazioni non porta lontano, anzi, porta vicinissimo e basta vedere cos’è accaduto nei Balcani pochi anni addietro (nei Balcani, dietro la porta di casa, non nella lontana Uganda!) per essere immediatamente d’accordo col leader di SEL!

E in Sardegna? Cos’ha da dire SEL per la nostra realtà?

Negli ultimi anni abbiamo seguito l’onda delle rivendicazioni localistiche seguite all’integrazione monetaria e all’attenuarsi dei legami nazionali, esaltata dalle bizzarre disposizioni legislative seguite alle stravaganti rivendicazioni leghiste. Com’era prevedibile, e previsto, sono comparsi i Sale e gli altri interpreti della politica giocata sul palcoscenico di cui Berlusconi è stato ineguagliabile precursore. Senza tanti giri di parole, la cosa si spiega così: mentre eravamo intenti a farci prendere per il culo da un imbonitore nazionale, abbiamo trovato il tempo di farci prendere per i fondelli anche da quelli locali, così, perché amiamo molto noi stessi e non vogliamo farci mancare nulla. Insomma siamo gente allegra e gente allegra il ciel l’aiuta: vuoi vedere che andando a vedere uno spettacolo comico di Gavino Sale secerniamo le endorfine che ci fanno stare tanto bene come accade ai comizi di Berlusconi?

O, detto in altri termini: se siamo così cretini da credere alle panzane italiane di Berlusconi, perché non dovremmo essere tanto imbecilli da credere a quelle sarde di Sale&C?

Se tutto si fermasse ai comici (e in Sardegna non mancano, anche bravi e intelligenti, vedi Gepi Cucciari oppure bravi e basta, come Cappellacci e Pili, che per far ridere non sono secondi a nessuno) non ci sarebbe da preoccuparsi eccessivamente, salvo il fatto che a farsi governare dai comici si finisce per morire (dal ridere, ma sempre morte è). Purtroppo c’è altro, un fatto inequivocabile sul quale gli intellettuali isolani (salvo alcune lodevoli eccezioni) tacciono: il ritorno di un forte senso nazionale intriso di razzismo e intolleranza.

Citare le sempre più frequenti aggressioni a immigrati, liquidate spesso dai mezzi di informazione come le azioni del solito balordo, sarebbe banale e riduttivo quanto pericoloso. La realtà per nulla rassicurante è che si sta sviluppando un senso di appartenenza (la chiamano identità nazionale o “sardità”) guidato da un manipolo di sedicenti “intellettuali” che hanno progressivamente occupato i vuoti immensi lasciati dalla sciagurata azione politica in termini di cultura: sparita questa, la voragine è rimasta disponibile per qualunque nefandezza, anche la falsificazione della storia (da Atlantide in poi, passando per l’assurdità della scrittura nuragica) o l’invenzione di una lingua artificiale da sfruttare politicamente in chiave autonomista e indipendentista.

Intendiamoci: negare le specificità di un posto come la Sardegna sarebbe folle. L’Isola non è un luogo speciale (se non per chi ha una grande nostalgia del territorio in cui è nato ed è stato giovane e felice) ma è certamente specifico, quindi necessita di soluzioni mirate in termini di sviluppo e coesistenza sociale: ignorarlo più che sbagliato sarebbe cretino. Per questo, piuttosto che «speciale» sarebbe bene dire «difficile» e non da oggi.

Dunque soluzioni specifiche, perché siamo lontani dai mercati ma anche dai centri di sviluppo culturale e di tutto ciò non si può non tenere conto.

Ebbene: come interpretare la specificità? Cosa propone SEL a tale proposito? Se Nichi Vendola va da Fazio a tuonare contro il razzismo di Bossi, dov’è Niku Vendolu (in LSC) che dalle nostre parti mette in guardia contro la rinascita delle idee chiaramente razziste espresse da gran parte dell’autonomismo- indipendentismo isolano?

Vediamo di essere chiari: sarà anche vero che nessuno parla apertamente di razza sarda (e ci mancherebbe!) ma quando si creano ad arte gli stereotipi del “vero sardo” che parla in “lingua sarda” ed è contraddistinto da un “carattere” sardo, di cosa stiamo parlando, di Alice nel Paese delle Meraviglie, o del tentativo di creare un sentimento di appartenenza (peraltro inesistente) dai chiari contorni razzisti?

Ieri, ascoltando Vendola, mi sono anche appassionato: con l’intolleranza (per una volta uso un’espressione che detesto) non ci sono né sema: la si rifiuta e basta.

E in Sardegna? Qual è la posizione di SEL? La vogliamo esprimere chiaramente o il razzismo è solo «padano»?

 

In attesa di una cortese risposta, si porgono distinti saluti.

 

gabriele ainis@virgilio.it

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3 risposte a SEL E SARDEGNA: COMPATIBILI O NO?

  1. Gianni ha detto:

    Che ignoranza crassa in questo pezzo. E’ pieno di luoghi comuni.

  2. Fausto ha detto:

    Ecco un altro “sardo” che sbava dietro qualunque cosa arrivi dal mare.

  3. Sovjet ha detto:

    Per quanto mi riguarda la domanda è legittima e tanto più legittima perché io sono iscritto e militante SEL. In SEL, che sia in Sardegna o nella Penisola, non c’è spazio per nessun razzismo e nessuna concessioni agli stereotipi, da qualsiasi parte provengano.
    SEL non è un partito monolitico, questo è chiaro, al suo interno non vige alcun centralismo democratico, è un’organizzazione nata per costruire una sinistra nuova, mi verrebbe da dire “antiretorica” intendendo con questo la volontà di proporsi senza enfasi e con contenuti concreti, da sperimentare nella realtà. D’altra parte, l’esempio di Vendola amministratore va in questa direzione: provare a coniugare senso della realtà e sogno. A volte si riesce, a volte no, ma quella è la direzione e credo che alla fin fine, sapere sempre dove è il Nord è l’unico modo per approssimarsi ad esso.
    Anch’io concordo che non c’è niente di speciale nell’essere sardi, nessuno sceglie di nascere sardo, capita e basta. Forse c’è qualcosa di speciale in quest’isola dal clima mite, senza animali feroci o velenosi e con una natura di una bellezza struggente. Forse bisognerebbe meritarsela questa terra piuttosto che rivendicarla.

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