ASIBIRI: CHI ERA COSTUI? UNA METAFORA DELLA SARDEGNA DI OGGI

di Gabriele Ainis

 

Non vi piace don Abbondio? Magari non sapete neppure chi sia? Detestate la citazione dotta dai Promessi Sposi e considerate Manzoni null’altro che un lumbard colonizzatore di noi poveri sherdanu ribelli che nessuno può vincere?

Come vi capisco… molto meglio la versione in LSC firmata da Sandrixeddu Manzonu in cui Tziu Abbondiu si domanda: “Carneadu? E chini cazzu fiada?”

Chi fosse Carneade sinceramente non lo ricordo, però potrei sempre interessare Google, il motore di ricerca che tutto trova e tutto scova. Ad esempio, se digito ASIBIRI e lancio la ricerca, al primo posto mi compare il sito www.asibiri.com che è ancora esattamente come l’avevo lasciato un po’ di tempo fa, due righe in croce in cui si chiede di mandare quattrini – ché c’è tanto bisogno – ma non si indica l’indirizzo di posta elettronica al quale comunicare l’avvenuto (e tanto atteso) conferimento di fondi. Possibile che Asibiri, dopo tanti proclami, sia ancora a questo punto?

Per fortuna sono furbo come un alce e mi domando: ma non sarà che hanno aperto una pagina facebook? Magari, mentre io sto a cercare in un sito che promette di aprirsi magicamente da un sacco di tempo come la grotta di Alì Babà (ma forse si sono dimenticati la parola magica e resta pervicacemente chiuso e privo di indirizzi e-mail) c’è una pagina di FB frequentata da decine e decine di migliaia di internauti occupati a scambiarsi opinioni, litigare, discutere, insomma operare attivamente per l’ecologia dell’informazione!

In effetti la pagina c’è, non proprio frequentatissima perché ci sono (ad oggi, 10 marzo 2012) 854 «Mi piace», non proprio un plebiscito, però non ci possiamo lamentare perché è grosso modo la cifra di lettori di Sardegna24 quando la portaerei si è arenata al Poetto.

Di che si parla? Di fatti eclatanti, ad esempio l’allaccio dell’acqua e dell’energia elettrica nella nuova sede di Via San Saturnino, a Cagliari.

Si dirà che in ogni caso è un bel risultato poiché una bella fetta della popolazione umana vive senza energia elettrica ed acqua corrente, tuttavia, a parte le battute, ci si domanda: ma possibile che sulla pagina FB di Asibiri non ci scriva nessuno e non ci sia nulla di rilevante, che so, qualcosa sul dibattito politico isolano o l’informazione, la situazione economica devastante, quella sociale (trascurata da tutti) che ci riporta al passato con pericolosa velocità e senza l’ombra di un cambiamento di tendenza?

In realtà qualcosa c’è: i filmati dell’ormai mitica serata al Teatro Massimo con la performance di Bellu e quella di De Gregorio (inguardabili), il bizzarro pseudo comizio di Dadea e l’etereo contributo di Mongili, senza dimenticare il solito nulla di Fois.

E poi?

E poi niente: che altro si può volere? L’ex direttore (ed ex editore) di un quotidiano ci delizia con le disavventure del giornale che ha coraggiosamente condotto in secca e poi chiede altri soldi (per fare cosa se, fino ad ora, non ci ha illuminato con uno straccio di idea editoriale al di là di uno slogan raccogliticcio come “ecologia dell’informazione”?).

Facciamo un esempio (senza essere impietosi e ironici, parlo sul serio e vorrei restare sul tecnico): quando Santoro ha chiesto i quattrini (e ne ha avuti uno spavento) ha descritto per filo e per segno ciò che intendesse fare, chiarendo fin da subito che un prodotto editoriale dev’essere, prima di tutto, un buon prodotto. Poi si potrà essere d’accordo o meno con quello che il giornalista pensa e proclama, ma le trasmissioni di Santoro sono, prima di ogni altra cosa, il risultato di una grande professionalità che nulla concede all’ideologia. Sarà un comunista radicale da avversare, un pericoloso rivoluzionario (o un libertario reazionario, vai a sapere) ma le luci sono perfette, i ritmi sono quelli televisivi, la scenografia è terribilmente evocativa, gli interventi gestiti alla perfezione e i temi scelti con cura, senza trascurare il fatto che Santoro le trasmissioni se le inventa e non paga un centesimo di royalties! Questo è il punto centrale: la trasmissione è ben fatta e se al posto di Santoro ci fosse Nicola Porro (ma quando mai!) il prodotto sarebbe comunque godibile e raccoglierebbe audience.

Lanciandoci in un volo pindarico (condivisibile o meno): si potrebbe dire che poco importa se il capitale di rischio di un’azienda sia pubblico o privato, l’importante è che il prodotto serva a qualcosa, sia vendibile e l’azienda condotta in modo sano e professionale. Se Santoro predicasse ciò che predica in un contenitore di scarsa qualità (in senso televisivo, naturalmente) la sua trasmissione non la guarderebbe nessuno, non avrebbe la pubblicità dell’ENI nella home page del sito e di conseguenza non potrebbe fare giornalismo!

E Asibiri?

È una bella metafora della Sardegna d’oggi: si lancia un progetto confidando nel solito Pozzo di San Patrizio (che poi sia un pozzo pubblico o privato poco importa, per i noti motivi) si dimostra di essere incapaci di portarlo avanti quando il pozzo si secca, lo si ammette coram populo e poi si chiede lo scavo di un altro Pozzo di San Patrizio senza spiegare per quale motivo, se già una volta si è portata una portaerei in secca, adesso dovrebbe essere diverso.

Perché dovremmo dare i soldi ad Asibiri se Bellu non è stato capace di vendere Sardegna24? Possiamo girarci attorno quanto si vuole accusando il cattivone di turno, ma possibile che non si metta al primo posto il fatto che il giornale non era un buon prodotto editoriale?

Abbiamo il problema dell’ALCOA? Benissimo (anzi malissimo, ahimè) ma perché non si mette al primo posto della discussione il fatto che non si può produrre alluminio ai costi energetici richiesti da una localizzazione a Portovesme? Certo che dobbiamo risolvere il problema dell’occupazione, ma non si può continuare a far passare il messaggio che si fa industria (in perdita) per dare un centinaio di stipendi, visto che in questo modo non sono gli operai a giovarsene ma il carrozzone che vegeta sulla compravendita dei voti e dei posti di lavoro, come gli ultimi decenni hanno dimostrato.

Per questo la storia di Sardegna24 – e adesso Asibiri – non deve stupire: fa parte di quel sistema perverso che vede intellettuali e politici sardi riuniti in un intreccio autoreferenziale in cui i primi parlano di sé stessi e i secondi li adoperano per difendere i propri interessi: cos’era in fondo S24 se non l’ennesimo giornaletto di partito funzionale alla difesa della parte politica di Soru in cui si pubblicavano inutili (quanto ben scritti) editoriali?

Asibiri ha perso Soru (e si vede, niente sghei!) ma ha mantenuto coloro che non sanno vendere informazione, così come ALCOA ha perso i soldi pubblici (che non si possono dare alle aziende private per non perturbare il mercato) mantenendo la necessità di vendere alluminio a prezzi impresentabili: c’è qualche differenza?

No: i politici, i giornalisti, gli intellettuali sono sempre gli stessi, stessa pasta , stessa incapacità di intervento sulla realtà. Se volete vedere come non si fa giornalismo (o informazione) cliccate sulla pagina FB, un’esperienza al limite del mistico: Santa Teresa d’Avila ne avrebbe tratto svariati orgasmi (mistici). Vedete un po’ voi cosa riuscite a fare.

 

gabriele ainis@virgilio.it

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