SARDITA’ PUBBLICITARIA?

di Gabriele Ainis

 

Prima di tutto guardate il video. Ne vale la pena perché è un piccolo capolavoro, soprattutto il finale; poi, se ne avete voglia (ma non ve lo ordina il medico, sia chiaro) provate a leggere ciò che mi ha suggerito.

Bello vero? E il finale? Vi è piaciuto?

La prima volta che l’ho visto ho pensato ad una clamorosa presa per i fondelli per l’amministrazione regionale, per la sua pretesa di difendere la sardità sempre e ovunque, anche a costo di rifiutarsi (coraggiosamente, è bene sottolinearlo, mica tutti sono capaci di fare una figura di guano di quelle dimensioni) di presenziare alla trasmissione riparatrice di Beha dopo la battuta di Villaggio sulle preferenze sessuali dei sardi. Però, assorbita l’adrenalina rilasciata in circolo dai quasi dieci minuti, terminato l’effetto consolatorio delle endorfine scatenate dall’ammirazione per questo piccolo capolavoro, ho dovuto ammettere che no, non c’erano intenti satirici né provocatori: quelli del filmato siamo proprio noi, noi sardi rimasti nell’isola o a spasso per il mondo in cerca di gloria, descritti da uno spottone pubblicitario di rara intensità e perfezione tecnica (che bella musica, accidenti, i Cordas&Cannas sono sempre una bella sicurezza!).

Come abbiano fatto a comprendere, in un intervallo di tempo così limitato, tutti gli stereotipi più beceri che descrivono il nostro essere sardi con un tale equilibrio formale non è facile da comprendere, perché le opere di genio, quelle davvero geniali, non si cerca di capirle, le si assorbe direttamente dalla narice come una pista di coca: una bella aspirata decisa e intensa… poi il flash immediato e la sensazione di poter spaccare il mondo a calci (o trombare per tutta la notte, a scelta del candidato).

Non è forse vero che un tempo salivamo sulle navi della Tirrenia dopo aver salutato mammai, prosperosa e commossa, avvolta nel fazzolettone d’ordinanza? Che avevamo, da bravi terroni, la valigia di cartone col nome scritto sopra (e la forma di casu martzu dentro)?

Certo che eravamo così, però, balla!, guarda un po’ cosa siamo stati capaci di diventare!

Elisabetta Canalis, ad esempio: mica tutte sono capaci di farsi trombare da George Clooney, no? Un esempio da seguire, che diamine!, un vero modello per le nostre ragazze in cerca di fortuna all’estero: tutte ad Hollywood, in fila, per mostrare come trombano le sarde (le ragazze sarde, non i pesci!) ché lo sanno tutti come sono a letto! Non per nulla sono nate in un’isola in cui i maschi preferiscono le pecore, quindi, per farsi trombare un pochettino, poverine, devono essere davvero brave (o rassegnarsi a fare da sé, oppure organizzare qualcosa con le amiche, però i tempi non sono ancora maturi per un video che esalti l’amore sardosaffico, anche perché ci sono le ACLI di mezzo)!

E se uno è maschio? Può sempre optare per la presidenza della repubblica, come Segni o Cossiga: non sarà come farsi trombare da George Clooney, ma bisogna sapersi accontentare (e poi poter picconare, nella migliore tradizione dei minatori sardi, o tentare un colpo di stato non è proprio robetta da poco, diciamolo!).

Per fortuna, a proposito di trombare, c’è Fresu che si ingegna di non essere secondo a nessuno, neppure ad Elisabetta Canalis, perché va bene che le sarde sono emancipate, ma non si dica che i balentes lo sono di meno!

Su questo tasto si potrebbe premere a piacere, perché nei dieci minuti scarsi del filmato c’è materiale per un paio di saggi di antropologia: da Deledda a Gramsci, da Giggirriva a Maria Carta, dalla birra Ichnusa alla pubblicità del mirto Zedda&Piras, quella con l’incredibile metafora del preservativo reso dal tappo della bottiglia prima dell’amplesso con la bella ragazza, che si stupisce delle dimensioni spropositate del balente dopo aver “gustato”: il Mirto che non deve chiedere mai (al massimo metterle in fila e fare aspettare il turno)!

Siamo questi? Questo è ciò che abbiamo combinato andando all’estero e dimostrando quanto siamo bravi? I Mamuthones che saltano sulle onde cristalline – e incazzate il giusto – facendo sbatacchiare i sonagli prima che gli Issohatores lancino la gomena per riportarli a riva ed impedire che anneghino?

Bene, se volevamo la sardità eccola pronta. Se qualcuno ci domandasse chi siano i sardi, non stiamo a perdere tempo in chiacchiere: pochi minuti nel linguaggio penetrante e immediato dello spot e il gioco è fatto. Ringraziamo Cappellacci che lo ha reso possibile!

Attenzione però, perché c’è un aspetto, non secondario, che potrebbe sfuggire. Ripensiamo con calma allo spottone e chiediamoci: a chi è rivolto? A parte l’ovvietà dei presidenti della repubblica e dei Mamuthones, è davvero tutto perfettamente comprensibile, soprattutto alla velocità con cui gli sceneggiatori hanno deciso di cambiare inquadratura e soggetti? Chiunque è in grado di scoprire il palazzone della darsena, di apprezzare la citazione dotta del sale, il volo attorno al torrione de Sa Domu ‘e su Re (scelta raffinata, mica Su Nuraxi!) le frazioni di secondo (quasi un messaggio subliminale) dei bronzetti e delle navicelle?

No: questo spottone è stato concepito per noi ed l’epitome di ciò che i sardi pensano di sé stessi. Il capolavoro consiste proprio in questo: questi sciagurati(*) che l’hanno prodotto hanno penetrato l’intimo pensiero dei sardi (tutti!) leggendo ciò che siamo conviti d’essere, il contenuto del video e ciò che vorremmo; il ritmo forsennato condito dal linguaggio convincente della pubblicità, ciò cui aspiriamo, la terra di sogno unica al mondo, il paradiso in terra! Come dire: uno spot che ci convinca di essere lo stereotipo di noi stessi, inarrivabile davvero!

Stefano Deliperi ha scoperto la sindrome di Tafazzi e questi genî l’hanno tradotta in dieci minuti di spot: non so come sia potuto accadere ma c’è da andarne orgogliosi. Mancherebbero Aldo Giovanni e Giacomo che lanciano il loro Porcattroia!, ma non si può essere perfetti. Accontentiamoci e confidiamo nel futuro: la R.A.S. finanzierà di sicuro il remake.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(*) l’espressione non è mia ma di chi mi ha mandato il link del video: tropo azzeccata per non adoperarla;

 

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