CARTHAGO DELENDA EST, SOPRATTUTTO DAGLI INDIPENDENTISTI!

di Gabriele Ainis

 

A metà del 2011 è uscito questo piacevole saggio su Cartagine, una bella sintesi tra un testo divulgativo (ma non alla portata di tutti) e un saggio accademico. Trattandosi della storia di Cartagine, città mediterranea più di ogni altra, chi poteva esserne l’autore?

Naturalmente un professore dell’Università di Sidney, il cui cognome – Miles – riecheggia curiosamente la lingua di chi Cartagine cancellò dalla faccia della terra.

Nonostante ciò, leggendo il libro si percepisce come l’autore tenga per Cartagine, fatto non sorprendente per chiunque ricordi lo studio delle guerre puniche e la percezione che prender partito, in un qualche modo, fosse scontato (anch’io, da ragazzino, tenevo per Annibale e Scipione mi stava non poco antipatico: tifare per il perdente e una gran brutta abitudine!).

Se ne parlo nel bLLog c’è un motivo (tutto sommato ovvio) e riguarda il lascito di Cartagine al mondo mediterraneo (ma più in generale europeo) e in particolare alla Sardegna.

Tifare per il perdente è una cattiva abitudine, ma essere perdenti è idea pessima e l’antica Tunisi ne è esempio emblematico. Rasa al suolo dalle truppe romane, fu fatta oggetto di denigrazione per i secoli successivi e rimase, nella percezione del mondo romanizzato, uno dei simboli forti necessari allo sviluppo di un impero: il nemico. Ai cartaginesi furono imputate tutte le peggiori turpitudini, seguendo un esempio inaugurato dai greci che trattarono i fenici da ladri, pirati, truffatori, non senza ammirarli, in fondo, perché anche loro erano della stessa risma. I greci ebbero miglior fortuna, lasciandosi ridurre al silenzio in fretta e senza troppe storie. Si rifecero con la cultura che cepit i vincitori, ma anche prendendosi lo sfizio di durare quasi un millennio dopo la caduta dell’occidente, continuando a chiamarsi romani in quel di Costantinopoli, anche se parlavano greco. Tanto per dire che la storia sarebbe il caso di leggerla tutta e non solo quella che fa comodo.

I cartaginesi, al contrario, non ebbero modo di rifarsi, ma adesso Miles si interroga sulla validità di tanti stereotipi lasciati al futuro dagli storici romani (e dagli intellettuali greci che invasero tutto cancellando ogni altro apporto) esaminando con molta serenità – e non senza competenza – le fonti e le risultanze archeologiche, queste ultime sempre più vaste e complete.

Da questo saggio riemerge allora una Cartagine portatrice di cultura e civiltà, in senso imperialistico, naturalmente, ma capace di avviare un profondo sincretismo con le popolazioni locali coinvolte nella creazione di una vasta area di influenza che si estendeva, in occidente, dalla Sicilia alla Spagna e dalla Sardegna al Nordafrica.

La città nordafricana fu portatrice di sviluppo, creatrice di società meticce e veicolo di integrazione (nei limiti della necessaria contestualizzazione, non parliamo di Babbo Natale) ovunque si insediò. In particolare in Sardegna con l’insorgere di una società sardo/punica i cui esiti furono talmente fecondi che il punico e il neopunico rimasero la principale lingua scritta e parlata da tutte le classi sociali almeno fino al IV secolo d.C..

Citando l’autore: In Sardegna, Sicilia, Nordafrica e Spagna, i romani hanno ereditato non territori vergini e selvaggi, ma un mondo politicamente, economicamente e culturalmente unificato: e proprio qui sta il supremo frutto di Cartagine.

In realtà, chi si interessa di cose sarde, ad esempio dilettandosi nella lettura del lavoro dei nostri archeologi, non si sorprende eccessivamente da questa lettura del dato storico ed archeologico e, del resto, anche ai giorni nostri le ascendenze puniche dei sardi trovano ospitalità sui quotidiani (non solo locali) per la vexata quaestio di Tuvixeddu. Sconcerta invece la mancanza di consapevolezza della nostra storia da parte di chi propugna la necessità di una maggiore coscienza del nostro essere sardi, una pletora di pseudointellettuali e pseudopolitici che paiono ignorare tanta parte del nostro passato (vero) andando a pescare oscure (e spesso manifestamente false) pretese ascendenze da popoli orgogliosamente invitti e arroccati in un indefinito ambito geografico, presumibilmente nelle barbagie, portatori dell’unica e riconoscibile sardità certificabile, identità nazionale che rifiuta sdegnosamente apporti esterni (i cui termini non vengono ovviamente mai definiti per manifesta impossibilità).

Secondo costoro, storici e archeologi che discettano di noi su importanti riviste internazionali come l’Unione Sarda, spesso in lingue diffusissime, come uno dei nostri dialetti, il sardo vero (DOP)sarebbe quello coraggiosamente autoseppellitosi nella dolina di Tiscali, paradigma di resistenza identitaria e padre padrone di ogni idea ammissibile sull’essere sardi oggi! Ne segue necessariamente, come dovuto ed indefettibile corollario, che l’unica condizione ragionevole del tipo antropologico così definito sarebbe il sardo indipendente, padrone in casa propria, finalmente libero di autodeterminare il proprio futuro: libero sardo in libero stato!(*)

A parte l’evidente inconsistenza scientifica di tali posizioni (certificate spesso dalla bizzarria dei propugnatori, personaggi che spaziano da carriere universitarie mediocri a linguisti che preferiscono le palle di formaggio olandese al buon pecorino, passando per una stravagante congerie di pensionati dalla discutibile sanità mentale e stralunati politici) ci si domanda con quale obiettivo ci si voglia appoggiare ad una distorsione così evidente della realtà storica. Il lascito punico, inteso come la comunità sardo/punica che abitò l’isola creando una cultura feconda e duratura, dovrebbe essere oggetto di vanto, poiché, come Miles arriva a concludere, lasciò una traccia nella successiva formazione di quel panorama culturale che si può ricollegare, assieme ad altri apporti, alla nostra Europa di oggi. Insomma un ruolo attivo e tracciabile, di cui andare orgogliosi, laddove i vaneggiamenti di popoli invitti e puri (brutta parola) ci lasciano orfani di quanto riuscì ad esprimere la gente che visse nell’isola prima di noi.

Un tempo, chiamavo questo atteggiamento Sindrome del Nuraghe, intendendo con questo il rifiuto idiota di non considerare sardo tutto ciò che non abbia un nuraghe come emblema, ma oggi ho cambiato idea: la chiamo Sindrome di Tafazzi, il curioso personaggio che si prende a bottigliate i genitali.

Perché poi gli indipendentisti&C amino queste pratiche sadomaso non è dato sapere, ma ciò non è un buon motivo per imitarli: questo saggio, per il quale suggerisco l’investimento di 25,00€, ci racconta un pezzetto di noi. Vale la pena andarlo a scoprire.

 

PS – Mi prendo la libertà di una piccola divagazione. Il saggio raccoglie una dignitosa bibliografia in cui, fatto non particolarmente scontato, abbondano gli studiosi nostrani, da Barreca in poi. Mi sarebbe piaciuto vederne citati alcuni che mancano, ma è pur sempre un inizio. Dopo tutte le mie considerazioni sull’inconsistenza del concetto di sardità, ne vado orgoglioso. Non so se sia un controsenso, ma non me ne preoccupo: è piacevole e tanto basta!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Richard Miles, Carthago delenda est, Ascesa e caduta di un’antica civiltà, Mondadori (2011)

 

(*) sia chiaro; chiunque si azzardi ad usare questo slogan dovrà pagare sa rolialti, perché io detengo su copirait!

 

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3 risposte a CARTHAGO DELENDA EST, SOPRATTUTTO DAGLI INDIPENDENTISTI!

  1. panurk ha detto:

    A proposito di “identità sarda” prendo l’occasione di aggiungere un cioccolatino: Tra etnologi (e parlo di quelli che sanno che cosa è “scienza”) è quasi un luogo comune che l’identità collettiva sia un feticcio, dato che se esiste qualcosa di simile, in fondo è sempre il risultato di una lunga catena di processi individuali. La scuola di sociologia tedesca va ancora un po’ oltre (più che comprensibile a causa della loro sperienza storica recente con la propaganda “völkisch” ed il culto dei presunti antenati ariani-germanici dei tedeschi): Ritiene rigorosamente sbagliata l’idea di staccare il concetto di identità da strutture di vissuto personale e di trasferirlo ad una communità – insomma, una cosidetta identità collettiva sarebbe sempre il prodotto di una propaganda qualsiasi-centrica.

    Allora, mettendo qualsiasi=sardo o più precisamente qualsiasi=shardanuratlantideo, siamo arrivati. Ed il futuro o meglio la fine? È prevedibile. La storia è piena di centrismi sbagliati. Basta gugguluzzare per “afrocentrism” o aspettare la versione sarda di http://italiano.skepdic.com/afrocentrismo.html.

    • Boicheddu Segurani ha detto:

      Attento a non toccare la sardità, altrimenti le mandano Mommotti e sono solo cavoli suoi!
      Sa qual’è il problema? La nostra grande fragilità e la poca di disponibilità a prenderne coscienza. Immagni che ci ha messo in crisi un comico con una battuta di spirito in merito alla presunta zoofilia come carattere nazionale!

  2. Andrea ha detto:

    Carino questo blog.piccola cosa che mi sento di dire è che il ventennio fascista ha identificato nell’impero romano l’italia e noi da sardi (giustamente) anti italiani identifichiamo la roma e la sardegna antica con i fatti odierni: e chi era contro Roma era nostro amico.a dire la verità Cartagine aveva posto un’embargo marino (forse il primo della storia) alla Sardegna in modo da forzare gli abitanti a vendere a loro che poi ridistribuivano i prodotti sardi in tutto il mediterraneo.per quanto poi riguarda la politica romana, sicuramente lo sbarco in Sardegna è avvenuto con l’assistenza e partecipazione di una buona parte delle popolazioni sarde ancora libere e fenicie al fine di ricacciare in mare i cartaginesi invasori ed avversari commerciali.questa rivalità tra Karalis ed il sudovest filo punico si sono protratte anche dopo nella storia.

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