IDENTITA’ SARDA: I CODDAPECORE

di Gabriele Ainis

 

[…] non c’è razzizzazione senza la creazione di stereotipi; non ci sono stereotipi che non siano volti in chiave di razzizzazione. (F. Germinaro – Argomenti per lo sterminio – Einaudi 2011)

 

In Sardegna non abbiamo problemi, passiamo il tempo piacevolmente al bar discorrendo del più e del meno… e naturalmente bevendo birra. Non è un caso se in rete compaiono frasi come: Una delle regioni italiane dove la birra ha avuto, ed ha tuttora una grande importanza, è la Sardegna con la sua famosa Ichnusa il cui nome è sinonimo della regione stessa.

Insomma, chi pensa a noi ci vede come appendici di una bottiglia di birra, oppure come quelli che si stanno estinguendo perché pecore e sardi non condividono il patrimonio genetico, quindi le unioni sessuali sono infeconde. Questo l’ha detto Villaggio, un intellettuale che personalmente stimo moltissimo e il bello è che Ughetto Cappellacci (che non è un intellettuale e che stimo pochissimo) gli ha anche risposto.

No, non intendo riprendere il tema specifico delle nostre presunte preferenze sessuali – al massimo potrei aggiungere che davvero parrebbe i sardi abbiano pochi problemi, se perdono il tempo a parlare di Villaggio – piuttosto considerare i luoghi comuni che operano all’interno di un circolo vizioso quanto perverso: il riconoscimento di una non ben definita identità sarda e quindi la ricerca dei termini capaci di definirla.

Di recente, leggevo il corposo (e impegnativo) saggio di Germinario, Argomenti per lo sterminio, osservando come l’elaborazione di stereotipi sia stata uno dei punti di forza per la creazione del consenso popolare (vastissimo e di cui ancora si percepiscono gli echi) attorno alla questione ebraica che sfociò nell’olocausto.

Scorrendo le pagine, ho tentato un approccio empatico al discorso di Germinario, lasciandomi coinvolgere da quanto avanzato, anche dentro di me, nell’immaginario collettivo odierno riguardo la distanza tra noi, gente normale, e loro: gli ebrei. Così, ho ritrovato le frasi ingenue, eppure coinvolgenti, udite da scolaro e pronunciate da un maestro campione nel lancio delle caccole, circostanza che cito per spiegare come stia parlando di qualcosa che esula dalla ragione, dallo studio ed affonda nella suggestione: racconto più che insegnamento.

Il maestro ci parlava della forza immensa della finanza ebrea, capace di far cambiare il corso della storia col potere dei quattrini. Ci parlava di un ‘popolo’, così lo definiva, vittima di persecuzione, certo, ma colpevole di autoisolamento, desideroso di affermare la propria superiorità e preoccupato dalla possibilità di mischiarsi con altri popoli. Ci parlava di nasi adunchi, avarizia, poca pulizia (detto da lui aveva il sapore dell’ossimoro) doppiezza.

Per farla breve, ci raccontava l’identità ebrea attraverso gli stereotipi, tanto da far pensare che se pure questa persecuzione di cui si vociferava ci fosse davvero stata, ma lo raccontava con tono dubitativo, sarebbe stato, almeno in parte, colpa loro, degli ebrei, portatori di così tanti e tali difetti.

Quanto la lezione del maestro scaccolatore fosse stata efficace, lo verificai di persona quando, alle scuole medie, conobbi un compagno di padre cattolico e madre ebrea (bellissima, a verifica dell’altro stereotipo della ’bella ebrea’, tentatrice e puttana). Ricordo l’iniziale diffidenza e la continua ricerca di una corrispondenza tra il suo comportamento e il bagaglio di luoghi comuni accumulato negli anni precedenti, complici le caccole che volavano sulle nostre teste lanciate dall’implacabile maestro.

Poi Raffaele non era sporco, non aveva il naso adunco e non era per nulla tirchio. Intelligentissimo sì – maledetti ebrei! – un portento in matematica e persona di rara sensibilità.

Ed io? Ero davvero testardo, scontroso, pastore, pellita, pocolocoemalunido?

Lo stesso maestro, orgogliosamente “sardo”, ci aveva instillato la nostra identità col medesimo metodo: partendo dalla pancia, sede in cui albergano gli stereotipi.

Ora il concetto di razza è stato cancellato dalla genetica, dalla scienza: la specie umana (Homo Sapiens) è banalmente uniforme e priva di razze, così tanto che le differenze nel patrimonio genetico tra uno qualunque di noi e il vicino di casa sono statisticamente identiche rispetto a quelle con un essere umano che abita agli antipodi.

Il razzismo però no, non è morto, tutt’altro: ha cambiato nome, espediente antico e sempre valido. Morta la razza è nata l’identità, che si dice sia cosa diversa ma in fondo, per la maggior parte di noi, è sempre ciò che permette di tirare una riga per dire che noi stiamo di qua e loro stanno di là, con l’ovvio corollario che noi, da questa parte, siamo migliori.

Ma c’è qualcuno che sappia dire cosa sia l’identità? La sardità?

No, non è possibile ed è per questo che si cade negli stereotipi del coddapecore illuminati dal genio di Villaggio. È bastata la frase di un comico per demolire la sardità.

Continuiamo a vivere di stereotipi e di stereotipi verremo coperti, perché per contare balle e trarne vantaggio bisogna essere forti: i deboli, come noi, a coprirsi di stereotipi finiscono per coprirsi di merda.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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F. Germinario – Argomenti per lo sterminio; l’antisemitismo e I suoi stereotipi nella cultura europea (1850-1920) Einaudi 2011

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