TUVIXEDDU? ASCOLTIAMO SETTIS, CHE NE CAPISCE

di Gabriele Ainis

 

In politica (e in amore) tutto è permesso, come recenti litigi nostrani hanno ampiamente dimostrato, dalla rovinosa chiusura di Sardegna 24, alla polemica strumentale sulla salvaguardia di Tuvixeddu.

Per quest’ultima, su cui sono intervenuti i pezzi da novanta de Sa Kultura nostrana (da Todde in poi) avrei un modesto suggerimento: quello di posare con delicatezza i glutei su una sedia e leggere questo splendido saggio di Salvatore Settis.

Ha un enorme difetto, è stato presentato a Che tempo che fa da quel gran paraculo di Fazio (per questo non ne avevo parlato in precedenza: detesto quella trasmissione!) ma è talmente bello che non si può fare a meno di consigliarlo, soprattutto quando si assiste allo scempio di un tema così interessante ed importante come la tutela di Tuvixeddu, un bene archeologico e paesaggistico che i cagliaritani (categoria cui mi onoro di appartenere per diritto di nascita) hanno storicamente trascurato e poco capito, anche di recente quando è diventato di moda.

Diciamolo francamente: a parte alcuni circoli intellettuali (detto senza alcuna ironia ma come constatazione statistica) i beni archeologici e paesaggistici della nostra città sono sempre stati maltrattati dal sentire comune. Forse per poca cultura, poca scolarità, interesse per altro (però non saprei dire cosa) ma sta di fatto che storia e paesaggio paiono estranei al nostro riconoscerci membri di una comunità: ci saranno pure state le eccezioni, non lo nego, ci sono sempre, ma non prendiamoci in giro: la più parte di noi, della tutela di colli e anfiteatri (uso il plurale perché Tuvixeddu va di moda, ma non è esempio isolato) se n’è sempre altamente fregata!

Le ultime polemiche, accese da un inutile “Attenti al lupo!”di Giorgio Todde, uno degli appartenenti al circolo autoreferenziale di gran parte dell’intellettualità nostrana, in fondo lo confermano, perché è avvilente che Tuvixeddu possa essere usato come pretesto per una lite da pollaio tutta interna a quella sinistra che ne ha fatto uno dei punti qualificanti della vittoriosa campagna elettorale incarnata da Zedda.

Chi ha seguito le botte (innumerevoli) e le risposte (pochissime, citerei Deliperi ma si sarà stufato di sentirmi scrivere il suo nome, quindi evito) non avrà potuto fare a meno di realizzare come il vero nodo della vicenda Tuvixeddu, come dire i motivi per i quali i cagliaritani dovrebbero tutelarlo, sono del tutto spariti di scena e questo fin da quando il cimitero punico (di questo si tratta) è diventato terreno di scontro ideologico.

Di questo la responsabilità ce l’hanno tutta gli intellettuali, e non è la prima volta. Se compito dei politici è quello di indirizzare il fare comune verso gli obiettivi posti dalla collettività, altro dovrebbe essere il ruolo degli intellettuali, come interpreti della realtà e seminatori di (buone) idee. Che me ne faccio di un Todde che parla di PIC&PUC e di PPR se non mi ricorda, da intellettuale quale si illude di essere, perché il colle dovrebbe essere preservato e non coperto di case? Potrei fargli notare che se davvero lo fosse, un intellettuale, da lui mi attenderei i motivi per i quali il paesaggio è un bene comune e dunque anche una via funeraria (ma chi ne parla a parte Stiglitz?) debba essere preservata?

Purtroppo, gli intellettuali attuali, reduci dal ventennio Berlusconiano non ancora concluso, sono confusi e convinti che la cultura sia parente stretta di uno stadio, nel quale non si va per ammirare le prodezze dei giocatori ma per vedere la propria squadra che vince, per cui non c’è spazio per i giudizi estetici ma tantissimo per gli slogan.

Ecco, per questo suggerisco la lettura di Settis: perché spiega i perché della tutela e i perché dello sfascio, non solo senza cedere un centimetro al compromesso, ma facendoci capire che è proprio sotto quei perché che si cela la forza di un movimento che voglia recuperare il bene comune, nel senso che non sarà urlando più dell’avversario che arriveranno i risultati.

Lo scempio del paesaggio e del bene comune è solo una questione di soldi, soldi che escono dalle tasche della comunità per finire dentro quelle degli speculatori. La lucidità di Settis sta prima di tutto in questo, nella capacità di farci capire come la situazione di degrado del patrimonio paesaggistico italiano sia una responsabilità di coloro che del mattone hanno fatto comodo campo speculativo, dunque tutti noi che investiamo il denaro nelle seconde e terze case, nei box, negli uffici, nei titoli basati sull’edilizia, mandando in parlamento personaggi che difendono questo modo perverso di guardare al futuro: un continuo incremento di cemento che ne traina un altro fino alla logica esplosione (ci ricordiamo la bolla edilizia americana e quella spagnola?).

Settis ci dice insomma che non sono solo i grandi speculatori i responsabili dello scempio, ma siamo prima di tutto noi, i bravi cittadini che hanno due soldi da investire e lo fanno comprando un paio di metri cubi di cemento armato: quanti sono, tra i Todde nostrani, quelli che ce lo ricordano?

Ecco, da un intellettuale mi aspetterei questo, un richiamo alle nostre responsabilità e non agli slogan privi di significato, anche se roboanti: proviamo a leggerlo prima di scrivere sciocchezze per rivendicare la visibilità nei giornali e siti amici, o per suscitare uno straccio di polemica politica in un momento di sbandamento politico.

Infine suggerisco Settis perché mi sarei anche rotto le palle, se posso permettermi, di continuare a sentire gli sproloqui di scrittori di gialli (da Fois a Todde) o di scrittrici di novelle per signorine (tanto per non citare Murgia): ma sono davvero solo questi i nostri intellettuali?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Salvatore Settis – Paesaggio, Costituzione, Cemento – Einaudi 2010

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