IL BAOBAB SHERDANU: CESSSS…

di Gabriele Ainis

 

Lo sapevate che i frutti del Baobab si mangiano? No? Allora Sapevatelo (come direbbe Nonciclopedia!).

Francamente non ne ero a conoscenza neppure io e non è sorprendente: sono notoriamente un ignorante.

L’ho letto in un giornale, ma la notizia era tutt’altra cosa che non un’informazione in merito alle proprietà nutrizionali dei frutti di Baobab (ricchissimi di vitamina C e di gusto sopraffino, provateli!). Adesso vi racconto (molto in breve, perché la riflessione non riguarda i Baobab).

Un immigrato dal Benin, dal nome impronunciabile, resta senza lavoro. Allora si ricorda che in quel ridente paese si mangiano i derivati del frutto del Baobab e si chiede se per caso non possa diventare un business, anche perché l’Unione Europea li ha riconosciuti come adatti all’uso alimentare. Torna a casa, costituisce una cooperativa e poi cerca i macchinari per la lavorazione industriale del prodotto. In Italia glieli quotano 200,000€, uno sproposito, per cui si lancia in rete e scopre che in un’università americana stanno lavorando proprio su questo. Detto fatto, manda una mail e il professore che se ne occupa gli costruisce il macchinario gratuitamente, come esercitazione per i propri studenti. La notizia che ho letto era centrata su questo: in Italia volevano 200,000€, in USA gliel’hanno regalata!

Adesso in Benin ci sono 137 persone che sono occupate nella cooperativa per la lavorazione dei frutti di Baobab, persone che non hanno un buon motivo per emigrare e possono vivere a casa propria. L’immigrato ha il suo piccolo business e vissero tutti felici e contenti.

Soddisfatti? Sembra l’avverarsi del sogno leghista: Aiutiamoli a starsene a casa loro! Mi pare quasi di sentire Maroni che tuona nascosto dietro gli occhiali con la montatura rossa.

Meglio dirlo subito: se potessi incontrare l’immigrato e il professore americano mi piacerebbe stringere loro la mano: sono felicissimo che i 137 se ne possano stare a casa propria perché emigrare per necessità (e non per curiosità o desiderio di fare chissà cosa) dev’essere drammatico, soprattutto se si finisce in un posto dove ti gettano addosso la responsabilità di ogni nefandezza (cioè dappertutto!). Quindi giù il cappello e non creiamo equivoci: è davvero una bella storia (che poi non sarà esattamente così, le belle storie non sono favole, ma non è questo il punto).

Adesso proviamo a guardarla da un’altra prospettiva.

Il Italia la disoccupazione giovanile è al trenta per cento: i giovani sono pochi, ma per fortuna non lavorano (così li proteggiamo meglio, mischinetti). Siccome in Sardegna siamo bravi – e ai giovani vogliamo bene in modo particolare – li facciamo lavorare ancora meno, altrimenti si stancano. Però loro sono degli ingrati e se vanno: anziché sedersi al sole a fai nudda, sono così scemi che emigrano po’ traballai: ma chi glielo fa fare?

Soluzione?

Diventiamo indipendenti e viviamo delle cose che sappiamo fare, valorizzando la nostra millenaria cultura e ciò di cui disponiamo – naturalmente senza contaminare l’ambiente, quindi, prima di tutto, gettiamo a mare la SARAS, che inquina e non tifa neppure per il Cagliari – così gliela facciamo vedere, noi, a Roma Ladrona (sì, non siamo capaci neppure di inventarci gli slogan e copiamo quelli di Bossi): Cultura, Ecologia e SSSSviluppo. CESSSS

Ma SSSSviluppo de che (come dicono a Roma Ladrona)? Non abbiamo materie prime (Gavino Sale dice che il vento è il petrolio della Sardegna: spero che provi a fare il pieno pagando con lo scirocco, così gli fanno passare la voglia di dire cazzate!) le industrie sono in stato di coma vigile, in attesa della pietosa eutanasia, la cultura è un buco nero improduttivo che fagocita una montagna di soldi pubblici, una sorgente di malgoverno locale, e anche il mattone (per non dire il MaSSone) è in crisi. Non cito pastorizia e agricoltura perché sono anche peggio, visto che importiamo anche il prezzemolo e in tanti paesetti (per fortuna ed anche se non ce ne accorgiamo) siamo tornati all’orticello di guerra di mussoliniana memoria (sì anche il duce ha fatto qualcosa di buono: gli orticelli).

Ma come, si dirà: ci riescono anche i baluba del Benin, a creare impresa e non dovremmo riuscirci noi, eredi della grandezza degli Sherdanu dominatori del mare? Quelli che per primi hanno inventato la grande statuaria nel Mediterraneo occidentale? Gli eredi di Atlantide? I costruttori di nuraghi?

A parte il fatto che il Benin ha una storia vera (non gli sciollori di una manica di cialtroni sherdanu) e non sarebbe male studiare cosa siano stati i regni del Benin (a proposito di Carta de Logu&dintorni) vorrei far notare che la costituzione di una cooperativa di 137 persone consente ai contadini della savana di sopravvivere a stento, in condizioni che per loro saranno accettabili, perché costituiscono comunque un miglioramento rispetto al morir di fame (che nessuno di noi sa davvero cosa sia) ma per coloro che sono abituati a sedersi a tavola ed avanzare il cibo (soprattutto se glielo pagano) da destinare al compostaggio, potrebbe costituire un qualche tipo di problema.

Sì, è anche vero che ci sono imbecilli che urlano di poter rinunciare al pane piuttosto che all’autonomia, slogan molto bello quando il pane non manca, ma vorrei vedere questi signori se fossero davvero costretti a raccogliere i frutti di Baobab per mangiare (poco), senza neppure una casa editrice pagata dai soldi pubblici che ti stampa i libri e un’amministrazione comunale o provinciale che ti sovvenziona (direttamente o attraverso compiacenti Cooperative Culturali) le dotte conferenze, gli eventi culturali e le cene al ristorante (pisci, mica Baobab!).

In altre parole: hanno fatto bene in Benin a sfruttare la risorsa locale, il Baobab?

Ma certo, è ovvio, perché meglio il Baobab dell’emigrazione (o della morte per fame) ma se gli amici del Benin avessero avuto gli ospedali, le scuole, l’acqua corrente, l’elettricità e le connessioni Wi-Fi, sarebbero stati contenti di ritornare indietro e raccogliere i frutti della savana rinunciando a ciò cui erano abituati?

A questo punto, in genere, i prodi indipendentisti sherdanu parlano di Europa: Noi vogliamo separarci dall’Italia ma restare in Europa!

Traduco dal separatese (lingua che si scrive con l’alfabeto nuragico, quello che hanno continuato ad usare anche nel medioevo per abbellire le matrici in bronzo): Visto che siamo abituati a mangiare a sbafo, preferiamo farci dare i soldi dall’Unione Europea piuttosto che da Roma Ladrona. Insomma: meglio Bruxelles dell’Italia!

Eccoli là: talmente abbruttiti dall’idea che, comunque vada, arriverà il Settimo Cavalleggeri (sherdanu) a salvare capra e cavoli, che pretendono anche di scegliere da quale greppia prendere il fieno.

Brutte nuove: l’Unione Europea non ha alcuna intenzione di regalare i quattrini, tutt’altro. A dire il vero, visto che in Europa, come in tutto il resto del mondo, comandano i più forti, e i più forti non includono neppure un sardo, i rubinetti pisciano anche meno che in Italia, ahimè (davvero la Grecia non ha nulla da insegnare?).

E allora?

Allora è molto meglio cominciare a pensare seriamente che la Sardegna si merita di meglio che non una classe dirigente incapace (o almeno spero che sia così) tanto inetta da seguire addirittura il mito autonomista (e su questo ci sono cascati tutti, ma proprio tutti) come valore in sé generatore di pilla, a prescindere, e non come categoria su cui riflettere per una migliore gestione delle esigenze locali (cioè come avviene ovunque, da Trento a Mazzara del Vallo). Mezzo secolo di autonomia per arrivare a confondere gestione locale con distribuzione dei soldi pubblici tra gli amici, un errorino che ci costerà salato.

Come dire: a me non piace l’idea di andare a raccogliere i frutti i Baobab per dare da mangiare ad un cialtrone ignorante che vive pubblicando puttanate a mie spese, ma proprio per nulla.

Secondo me, non piacerebbe neppure a quelli del Benin anzi, sono sicuro che non gradiscono perché gli sherdanu li lasciano volentieri a noi: saranno anche baluba ma non sono fessi, loro!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

325

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...