IL CANNONAU FA BENE AL CUORE… O NO?

di Gabriele Ainis

 

Tutte le volte che ho osato criticare i bevitori di vino, considerando quale sia in Italia (e in Sardegna) l’impatto drammatico del consumo di alcol, mi hanno sempre risposto: Ma lo sai che il vino rosso fa bene? Lo dicono gli scienziati!

Come dire che, essendo fissato con la scienza, dovrei essere maggiormente obiettivo e non usarla solo quando mi fa comodo: se la scienza dice che fa bene, fa bene e basta. Punto!

Non che sia importante, ma chi mi conosce sa bene come non mi sia mai convinto davvero della cosa, anzi, mi sono sempre domandato come fosse possibile che il vino, contenendo una sostanza tossica come l’alcol etilico (senza parlare dei problemi di assuefazione) potesse alla fine dare un contributo positivo ai problemi cardiaci con l’apporto di qualche molecola di resveratrolo (leggete quello che c’è scritto nel link, da scompisciarsi dalle risa!). Per me era un mistero, però, non essendo un esperto, mi sono inchinato (ah, Schettino) a chi ne sa più di me.

Bene: era tutto falso, una bufala costruita ad arte da Dipak Das, il ricercatore diventato famoso per l’eclatante scoperta e nominato direttore del Cardiovascular Research Center dell’Università del Connecticut.

Il quale dice di non saperne nulla, paboritteddu – si vede che si è sentito con Schettino per telefono ed hanno concordato una strategia – e protesta la propria innocenza: forse i dati li ha truccati qualcun altro… a sua insaputa (che si sia sentito anche con Scajola?).

Vabbè, non sarà certo il primo scienziaTTo che trucca i dati, né l’ultimo, però c’è da sottolineare una cosa (ben più importante della notizia in sé, perché solo un cretino patentato potrebbe pensare davvero che bere un paio di litri di vino al giorno possa essere positivo per la salute!): la scienza non solo ha scoperto il bluff, ma ha reagito duramente.

Come? Prima di tutto il direttore è stato cacciato via a calci nel sedere (mentre cercava di dimostrare l’effetto benefico anche per il vino bianco e la birra, accidenti!, i sardi gli avrebbero fatto un monumento!) e poi, fatto davvero inconsueto, sono stati restituiti 890.000,00 dollari (ottocentonovantamila!) di fondi federali, cioè soldi pubblici, ottenuti sulla base dei risultati falsi! Nessuno ha tentato di celare il fattaccio (salvo Dipak Das, ovviamente, che essendo di origine indiana si è anche afferrato saldamente alla versione che ce l’abbiano con lui per questioni razziali!) nessuno ha lanciato in rete una petizione affinché il presidente degli Stati Uniti creasse una commissione d’inchiesta per dimostrare che i perfidi scienziati nascondono i dati, nessuno si sogna di organizzare un simposio (finanziato da soldi pubblici) per difendere Das (che razza di nome; ma non poteva fare un sacco di soldi vendendolo ai produttori di plastilina?).

Eppure, ciò che colpisce, a mio avviso, è proprio la restituzione dei fondi pubblici.

Uno dei motivi per i quali lo scienziaTTo ha taroccato i risultati sperimentali costringendoli a dimostrare una verità inesistente, pare fosse l’ottenimento di fondi federali per l’istituzione di ricerca di cui faceva parte (l’Università del Connecticut) ed è proprio questa che ha ritenuto di doverli immediatamente restituire, non tanto per motivi di principio, né perché consapevole di essere direttamente responsabile dell’accaduto, quanto per le ripercussioni sull’immagine scientifica dell’istituzione.

Poiché siamo tutti uomini di mondo, non per nulla abbiamo condiviso la naja a Cuneo, non ci illudiamo certo che il mondo accademico sia costituito da integerrimi paladini senza macchia e senza paura, ma il bello della scienza è proprio questo: non ha bisogno né di paladini né di eroi. Molto semplicemente, prevede controlli che lo rendano superfluo, evitando la necessità di assegnare patenti ad una data categoria (esercizio sciocco, perché ciascuna è costituita di esseri umani singoli, irripetibili e dotati di pregi e difetti). L’Università del Connecticut ha restituito i soldi per attenuare lo sputtanamento, soprattutto da parte delle altre istituzioni concorrenti, proprio perché, per uno scienziato, non c’è peggior avversario (lo definirei quasi ‘nemico’) dei colleghi, sempre pronti a cercare il pelo (*) nell’uovo pur di ottenere una posizione di preminenza.

Ecco per quale motivo si guarda sempre con sospetto a quanti, pur operando all’interno del mondo scientifico, si sottraggono al controllo dei colleghi pubblicando le proprie ‘scoperte’ su quotidiani o blog non specialistici, mentre sono i fantaricercatori, fantascienziati, fanta-e-basta che pretendono di far (fanta)scienza sui giornali o pagandosi i propri libri (e rompendo i marroni a tutti per venderli) magari con la complicità di una situazione nazionale che in tema di diffusione della scienza è un oggettivo disastro.

Insomma: Dipak Das l’hanno sputtanato prima che potesse dimostrare i benefici della birra, quindi la R.A.S. non potrà passarla gratuitamente previa ricetta medica…

…per ora, ma non è detto che non salti fuori qualcuno che legga un’antica ricetta nuragica nella cancellata di Villa Devoto e che un furbacchione come Maninchedda suggerisca di sovvenzionare una ricerca per dimostrarne l’efficacia: tanto mica sono soldi suoi, no?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(*) dato che il berlusconismo è tutt’altro che deceduto, eviterei di specificare di che pelo si tratti!

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