LOST IN TRANSLATION, TRA SHERDANU E KAZZENGER

di Giampaolo Loddo

 

Avendo dieci euro e la voglia di leggere una settantine di pagine dense di significato, consiglio caldamente la lettura di questo delizioso libricino di Paolo Vineis.

Nella nostra complessa società attuale, siamo chiamati a sostenere l’illusione di decisioni democratiche e condivise sul nostro presente e futuro (a volte, come in Sardegna, anche sul nostro passato) attraverso la pretesa di comprendere le sottigliezze dei linguaggi specialistici. Il caso eclatante dello spread, termine abusato nei media, è esemplare nella comprensione del meccanismo di creazione del consenso attraverso la sostanziale ignoranza del significato di un termine, da adattare di volta in volta alle convenienze contingenti. La circostanza che nel plebiscitario appoggio ad una politica di forti sacrifici, richiesta alle fasce più deboli e indifese della società, per quanto maggioritarie, si faccia ricorso all’equivoco che essi possano davvero essere compresi attraverso la frettolosa traduzione effettuata dai media di alcuni termini tecnici, rappresenta una problematica cui si concede poca attenzione, mentre, al contrario, dovrebbe essere posta in cima alla scala della nostra attenzione qualora ci si interroghi sulla reale possibilità di comprendere i nostri meccanismi di scelta, che vorremmo democratici.

Non è un caso, se le critiche più forti all’equivoco ingenerato dalla gestione spregiudicata dei linguaggi specialistici da parte dei media – gestione secondo la quale i cittadini sono di fatto informati perché le informazioni sono disponibili a chiunque e dunque la breve traduzione è sufficiente ad indirizzarli verso le fonti – avvenga da parte della satira, la controparte dell’informazione mediatica basata sul comunicato di tipo pubblicitario, breve e incisivo, sul coinvolgimento emotivo piuttosto che sulla razionalità. Del resto, il mondo intellettuale, che ci si aspetterebbe attento al problema, parrebbe piuttosto parte attiva e interessata del processo di Loosing in translation, così da facilitare, nel caso, la propria contiguità a posizioni ideologiche preconcette a scapito di un’analisi rigorosa della realtà.

La sostanziale incomunicabilità tra linguaggi e l’uso strumentale di essa a vantaggio della creazione di consenso, sono le due riflessioni stimolate dalla lettura di questo libro, articolato in esempi paradigmatici (dalla bizzarra comparsa dell’obesità all’interrogativo riguardante la laicità del nostro stato italiano) affrontati con la mentalità dell’epidemiologo e, proprio per questo, con particolare attenzione agli aspetti caotici e complessi dei grandi insiemi di elementi interagenti tra loro, come per l’appunto le popolazioni umane.

Chi si domandi il senso delle frequenti notizie macinate dai media riguardo l’ultima miracolosa cura contro il cancro o la scoperta del gene responsabile di un qualsivoglia aspetto della nostra umanità (dalla propensione al consumo di droghe all’omosessualità) troverà materia fertile di riflessione e per di più a buon prezzo.

Infine, se proprio devo, una nota minima sulla miseranda situazione del rapporto tra linguaggi specialistici e mezzi di informazione in Sardegna, con particolare riferimento alla bizzarra questione dell’archeologia (non senza scivolare sulla sconcertante vicenda della pretesa esistenza di una scrittura nuragica!).

Se gli italiani sono tutti commissari tecnici, un sottoinsieme non trascurabile è composto da archeologi: i Sardi! Ciascuno di noi, magari senza aver mai aperto un libro di archeologia, letto un articolo specialistico, assistito alla conferenza di un archeologo, sa benissimo chi abbia edificato i nuraghi, perché l’abbia fatto e a quale uso fossero destinati. C’è anche chi pretende di sondare i pensieri delle antiche popolazioni che ci hanno lasciato in eredità questo lascito pesante (avete mai calcolato il peso complessivo dei nuraghi?) speculando, da perfetto ignorante della materia, su usi e costumi del tutto ignoti o quasi, se non il poco che si possa inferire proprio dall’archeologia.

Per non parlare (e parliamone, invece, ahimè!) di chi vorrebbe leggere antiche scritture su supporti fuori contesto e con metodi e procedure che definire ingenue è da bravi bambini.

Eppure, a leggere la nostra curiosa stampa locale, è tutto un fiorire di Atlantidi, Sherdanu-Sardi conquistatori del vicino oriente, frequentatori ante litteram di Sharm-el-sheik, precursori di Israele nell’invenzione di Yahwé, fortunata sintesi monoteistica di antichi culti egiziani.

Lost in translation, per l’appunto, frammenti sparsi di un linguaggio specialistico tradotti da ignoranti per il popolo bue, convinto di poter comprendere (e decidere democraticamente, ad esempio di votare chi proponga di gettare al vento milioni di euro per un progetto come NUR-AT) tematiche per le quali si dovrebbe studiare, almeno un poco, senza pretendere di trovare la pappa pronta su un blog, piuttosto che in un articolo dell’Unione.

Un piccolo esempio, eppure paradigmatico di quanto sviluppato da Vineis. C’è tutto: i giornalisti ignoranti e cialtroni, i politici pronti a sfruttare qualunque arma per un pugno di voti, la pretesa di capire in due righe ciò che gli specialisti impiegano anni per interpretare, con la ciliegina finale di qualche specialista disposto a rinunciare a tutto ciò che ha studiato ed imparato per un brandello di notorietà capace di sollevarlo dalla propria mediocrità. Se non si è combinato granché in carriera, ci si consola con l’Unione e il pubblico, panacea di ogni male.

A mio modesto avviso, se le nostre piccole beghe da provinciali non fossero ciò che sono (emerite sciocchezze) uno dei capitoli del libricino sarebbe stato dedicato proprio a questo: Sherdanu&C, lost in translation!

 

Paolo Vineis – Lost in translation – Codice 2011

 

michael.ventris@googlemail.com

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Una risposta a LOST IN TRANSLATION, TRA SHERDANU E KAZZENGER

  1. Maurizio Feo ha detto:

    Il popolo bue è abituato a non capire: l’Incultura imperante lo spinge ad usare vocaboli stranieri storpiati e malcompresi, male usati e perfino inventati (Ticket invece di sovrapprezzo, Far West invece di Wild West, Day Hospital invece di Outpatient, Ticket Restaurant invece di Restaurant Voucher, etc etc). La Prima Repubblica usava (male) il Latino, quando voleva non essere compresa ma contemporaneamente sembrare colta. La Seconda non osa neppure e s’affida all’Inglese, ma tenta altrettanto proditoriamente la manipolazione continua dei fatti e delle opinioni. I giornalisti seguono la moda e coniano continuamente neologismi incolti, spesso mediati dalla pubblicità: così abbiamo il “tempo reale” (che si oppone al “tempo effettivo” e non significa affatto “in diretta”, né “contemporaneamente”), il “quant’altro”, il “velocizzare” invece di accelerare (presto avremo anche il “lentizzare” ed il “fermizzare”) e lo “schiavizzare” invece di “asservire” e via discorrendo. Così come “scannerizzare” (che deriva da “scan”, scansione) ha prevalso sul “fare una scansione”. L’Italiano è già una lingua morta e sembra non saperlo. La moda attuale di parlare comunque e ad oltranza, senza sapere di che cosa si parli è incoraggiata dai giornalisti radio e televisivi, che così ottengono di manipolare meglio l’opinione pubblica a favore o contro qualcosa, secondo gli ordini di scuderia ricevuti. Gli esempi sono innumerevoli: la Cura di Bella, le Cellule Staminali etc etc. Assistiamo spesso allo spettacolo di poveri diavoli che parlano di un tema senza conoscerne affatto i rudimenti di base, oppure che si dichiarano a favore, mentre la grossa maggioranza che si è dichiarata contro non riceve la grazia di comparire sullo schermo….
    Quindi non deve stupire che i Nazionalisti-Atlantoidei conoscano la Verità sul Tetragamma, sulla Genetica di Popolazione, sulla Talassocrazia Nuragica e sulla Storia Antica tutta. Non fa lo stesso Bossi, che ha inventato il termine Padania, (mai esistito prima, ma usatissimo oggi) e conosce in dettaglio i flussi genetici che hanno formato le popolazioni del Nord Italia? Se gli Italiani non fossero Incolti, lo avrebbero fermato sul nascere con una risata corale, ricordandogli che con la prima moglie fingeva di essere un medico ed usciva ogni mattina con una borsa da medico per andare in Svizzera a vendere prodotti alimentari italiani. E prima ancora partecipava come cantante al Festival di Castrocaro con il nome d’arte di “Donato” (peccato: fu bocciato, per nostra sfortuna!). Sarebbe rimasto in birreria, in maniche di canottiera. Dove dovrebbero restare anche gli intellettuali sardi che costruirebbero navi etrusche con la forma di lampade votive dell’ottavo secolo e le chiamerebbero nuragiche.

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