ARIDATECE I SEQUESTRI: LETTERA APERTA PER UGHETTO CAPPELLACCI

di Gabriele Ainis

 

Qualche anno addietro, un caro amico di Ales mi comunicò tutto il suo disappunto per non aver potuto presenziare – in compagnia del figlio quindicenne – ad una cena cui partecipava Graziano Mesina. Mi venne spontaneo domandargli cosa mai avrebbe potuto insegnarli un pluriomicida come Mesina e soprattutto cosa avrebbe potuto comunicare al figlio nel periodo più critico della sua formazione culturale.

Mi rispose, piccato, che almeno Gratzianeddu aveva scontato una pena, mentre, al contrario, i politici sono a piede libero.

Del resto, qualche mese fa, una conoscente, convinta che io sia un gran viaggiatore, mi ha domandato se per caso non sapessi come organizzare un viaggio in Yemen, nelle zone in cui avvengono spesso i rapimenti. Le ho domandato perché volesse cacciarsi scientemente in una situazione potenzialmente pericolosa e mi ha risposto che i nostri politici sono molto più voraci e pericolosi degli estorsori yemeniti.

Oggi tiene banco sui giornali e nelle radio la gita domenicale all’Isola del Giglio, ad esempio il citatissimo articolo di Sechi su Il Tempo, che stigmatizza l’abitudine di recarsi nei luoghi teatro di eventi tragici e cruenti.

Premesso che proprio il citare l’articolo di Sechi – uno che normalmente dice un sacco di fesserie, ma a volte le dice pure male – rende conto della pochezza del circuito informativo nazionale, autoreferenziale e appiattito sulla notizia del giorno anche senza bisogno delle veline e del minculpop, e senza perder tempo in bizzarre analisi sul senso dei pellegrinaggi nei luoghi teatro di eventi luttuosi (oggi, alla radio, hanno intervistato il presidente dell’associazione degli psicanalisti junghiani, così ha potuto esibirsi anche lui) vorrei riflettere su un fatto: sulla realtà innegabile che le persone sono disponibili a spendere denaro per ascoltare Mesina (la cena non era gratuita) per essere potenzialmente rapite da un banda di estorsori yemeniti (il viaggio da quelle parti è tutt’altro che a buon mercato) per recarsi sul luogo di un naufragio e farsi fotografare di fronte ad un colosso di materiale ferroso, che fino a pochi giorni fa era un hotel galleggiante dispensatore di sogni ed oggi la più grossa e costosa bara del mondo (il traghetto per l’Isola del Giglio non è gratuito e, una volta là, si mangia il panino, carissimo, si beve il caffè e si compra il ricordino da tenere in bella evidenza in sala, accanto alla statuetta della gondola, presa a Venezia, ed alla torre di Pisa in miniatura).

Lasciamo da parte le analisi di carattere morale o sociologico – ci sono fior di filosofi e sociologi che vegetano all’università, pagati con le nostre tasse, incaricati di sproloquiare su questo – e consideriamo invece l’aspetto terra-terra del fenomeno: forse che i soldi intascati dai commercianti dell’Isola del Giglio puzzano di cadavere? Vespasiano l’avrebbe negato, a ragione, né vedo cosa ci sia di male a vendere pessimi panini o caffè, a trasportare turisti dalla terraferma all’Isola o a scarrozzarli da una parte all’altra una volta che siano arrivati (le decine di servizi televisivi, impossibili da ignorare, mi hanno fatto scoprire che sull’isola ci sono anche i tassì). Ciascuno vende ciò che ha: Mesina il proprio passato di feroce delinquente, gli yemeniti il fascino del pericolo di essere rapiti da una banda di malfattori, l’Isola del Giglio un bel naufragio in diretta, a pochi metri dalla riva, merce davvero rara, visto che fino ad ora per ammirare una nave spiaggiata bisognava andare fin sulla Skeleton Coast, in Namibia, spendendo una cifra e con la complicazione di dover masticare due parole di inglese.

Ora, mi dico, se la GGente vuole spendere soldi per discorrere piacevolmente con un feroce assassino o rischiare di essere rapita, perché non accontentarla? Non ci riempiamo la bocca, ogni santo giorno che il buon dio manda in terra, con il mercato? Forse che il mercato non prevede la realizzazione di un utile mediante lo sfruttamento di un bisogno? Evidentemente, le signore e signori che vanno al Giglio o nello Yemen hanno necessità di risolvere una pulsione profonda, disponibili a spendere per questo. È un po’ come le crociere: che diamine di senso ha rinchiudersi dentro una scatola di metallo per una settimana, come i polli di allevamento intensivo, per mangiare cibo industriale, bere bevande gassate grondanti zucchero, assistere a spettacoli pessimi, sempre in fila e gomito a gomito col vicino, replicando l’affollamento e le frustrazioni giornaliere? Nessun senso, ovviamente, ma la gente spende volentieri i soldi per farlo, dunque ammassiamoli dentro la scatola e via così: contenti loro, contenti tutti. Tra l’altro, si può anche essere coinvolti in un bel naufragio, esperienza sicuramente intrigante, dunque: perché no?

Arriviamo al nocciolo.

Grazie all’insipienza di noi tutti, responsabili di aver mandato al governo della regione una classe politica incapace, arruffona e onnivora, l’industria isolana è conciata come la Costa Concordia: spiaggiata un po’ ovunque tra Portovesme, Macchiareddu, Ottana, Porto Torres, Arbatax, Macomer e altri luoghi che non cito, scusandomi per questo, ma non posso dilungarmi.

Purtroppo, le immagini delle aree industriali dismesse non sono altrettanto affascinanti del colosso adagiato su un fianco e pertanto non possiamo certo pretendere che i turisti vengano in Sardegna e si facciamo immortalare in una foto di fronte ai capannoni dell’ALCOA o alle ciminiere di Ottana. Tuttavia, ecco perché mi rivolgo al nostro presidente, inventore dell’Arcivernice Sherdanu, capace di assicurare l’invisibilità (*), di cui fa uso indefesso, sarebbe necessario lasciar correre la fantasia e sfruttare le peculiarità locali: forse che non abbiamo messo a punto, in decenni di lavoro certosino, l’industria dei sequestri? Forse che non l’abbiamo anche esportata, ad esempio in Toscana?

Certo, attualmente versa anch’essa in condizioni del tutto precarie, oramai quasi scomparsa, però sarebbe semplicissimo ridarle fiato, con investimenti limitati e la certezza che l’impatto ambientale sarebbe limitatissimo, altro che centrali eoliche, petrolchimico o fanghi rossi!

Guardi, caro presidente, assegniamo una milionata di euro ad un corso di aggiornamento per estorsori e rapitori, chiamiamo Gratzianeddu come direttore scientifico e lanciamoci in su bisness: sa quante signore saranno affascinate dalla possibilità di essere rapite e tenute legate nel Supramonte? Altro che bondage!

Posso permettermi un altro consiglio? Faccia naufragare uno dei traghetti della sua Compagnia Sarda di Navigazione di fronte al porto di Cagliari, uno di fronte ad Olbia, uno a Porto Torres, possibilmente lasciandoci dentro una mezza dozzina di clandestini imbarcati come uomini di fatica (facendo trapelare la notizia, mi raccomando, ma senza confermarla perché noi sardi non siamo né sfruttatori né razzisti): frotte di turisti assicurate anche d’inverno, con la possibilità di un tour completo denominato “Tour dei Naufragi”, una gita attorno all’isola su pullman extralusso (da far cadere ogni tanto in un crepaccio lasciandolo a disposizione dei fotografi, però!).

Che gliene pare: non è una gran bella idea?

 

PS – Mi raccomando, non mi prenda sul serio. Uno come lei, che si attacca alle cazzate di Villaggio e si allea con i Riformatori Sardi che volevano NUR-AT, sarebbe capacissimo di darmi retta!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(*) da non confondere con l’Arcivernice inventata da Pier Cloruro de’Lambicchi;

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Una risposta a ARIDATECE I SEQUESTRI: LETTERA APERTA PER UGHETTO CAPPELLACCI

  1. Graziano ha detto:

    che tentazione golosa per Cappellacci …meno male c’è il P.S.Saluti Graziano

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