LA TECNOLOGIA, QUESTA SCONOSCIUTA

di Gabriele Ainis

 

Se venisse inventata oggi, l’agricoltura sarebbe vietata. (Tom Standage: Una storia commestibile dell’umanità)

 

La recente notizia del pericolo di chiusura dell’ALCOA di Portovesme, ha riproposto con forza il tema della deindustrializzazione isolana, un fenomeno apparentemente inarrestabile che segue – e forse conclude – lo sviluppo industriale iniziato negli anni ’60. In quegli anni, l’arrivo dell’industria era stato salutato, a ragione, come un evento molto positivo per la nostra isola, valutazione che solo ideologi di basso rango potrebbero negare ed effettivamente non mancano, soprattutto tra gli ignoranti patentati (ci sarebbe da pensare che abbiano intrapreso la strada del Master-in-scienze-confuse&Back completando, purtroppo, il percorso) che brulicano nelle aree cosiddette indipendentiste e autonomiste.

La mancanza cronica di una classe intellettuale che possa definirsi tale, ha determinato un clima di diffuso disinteresse per l’industria e la tecnologia, deviando l’attenzione dai mali veri della Sardegna, primo fra tutti la ricerca spasmodica di una buona scusa per non accettare la nostra diretta responsabilità per la situazione drammatica del comparto industriale sardo. Senza dimenticare la comparsa di certo ecologismo retrivo che non trova più cittadinanza in nessun paese avanzato o con la pretesa di esserlo o diventarlo, tanto da permettersi di interpretare come inutile l’opportunità di un approvvigionamento diretto di gas consentito dal progetto GALSI.

È pur vero che esistono eccezioni (penso ad esempio a Deliperi e a al suo Gruppo d’Intervento Giuridico, capaci di proporre un approccio responsabile ai problemi ambientali) ma si tratta, ahimè, di una conferma della regola: il mondo intellettuale sardo è inesistente o incapace, generalmente asservito a una visione del mondo gregaria, legata ai piccoli intrallazzi di sottogoverno.

Un libro come questo, Quello che vuole la tecnologia, di Kevin Kelly, potrebbe portare un contributo alla riduzione del diffuso scetticismo riguardo l’industria e la tecnologia. L’autore è tutt’altro che un difensore acritico delle proposte del mondo tecnologico e si interroga, al contrario, sulla possibilità di una gestione consapevole dei processi di sviluppo intuendone, a ragione, i pericoli ma anche le enormi potenzialità.

Sia chiaro, Kelly non si riferisce alla tecnologia intendendo gli ultimi gadget elettronici, quanto il corpo complesso costituito dagli utensili (considerati in senso lato come qualunque prodotto della mente umana) che denomina technium e considera nell’interazione con l’umanità come un organismo capace di evoluzione e bisogni indipendenti.

Sarà anche una sua mania, in fondo è uno degli ispiratori del film The Matrix, ma è un approccio fecondo, perché costringe ad interrogarsi in profondità sul rapporto tra la nostra parte più antica, quella precosciente rappresentata dal sistema limbico, e la neocorteccia, responsabile dello sviluppo del technium ma, allo stesso tempo, da esso dipendente.

Possiamo davvero fare a meno della tecnologia?

No, perché finiremmo per perdere la nostra umanità. Ed infatti anche le comunità meno propense all’uso dei ritrovati tecnologici – l’autore cita spesso gli Amish– non se ne privano, sebbene l’adozione dei nuovi ritrovati sia soggetta ad una critica fondamentalista che ne rallenta l’introduzione nella vita quotidiana.

Come diretta conseguenza – ma Kelly non si occupa di questo, si tratta di una riflessione che non dovremmo evitare come cittadini di una regione in rapido disfacimento industriale – ne deriva la necessità di possedere un’industria capace di partecipare allo sviluppo di nuove tecnologie e alla produzione di innovazione, condizione in mancanza della quale ci si riduce ad un ruolo subalterno di puri fruitori, di acquirenti necessariamente poveri come, oggi, il terzo e quarto mondo.

Una lezione che il nostro mondo politico e intellettuale pare ignorare, tutto proteso com’è alla gestione delle minuzie quotidiane o delle urgenze più o meno gravi, spesso senza costrutto o con accorgimenti controproducenti.

Nel nostro piccolo di isolani perduti su un’isola rocciosa in mezzo al Mediterraneo, proviamo a fare quello che intellettuali (pagati spesso con le nostre tasse) e politici (sui cui emolumenti sorvolo) non fanno: come sarà il nostro futuro, anche a breve termine? Chi oggi ha vent’anni, quindi, si spera, la capacità di ragionare, sarà vivo e vegeto tra mezzo secolo: che Sardegna si aspetta? Lo sa che – sulla base di ciò che si vede oggi – volente o nolente sarà un’isola di vecchi privi della possibilità di appoggiarsi ad una società tecnologica locale e del tutto dipendenti da immigrati?

Certo, anche chiudere gli occhi e far finta che la realtà non esista può essere una possibile strategia: il libro di Kelly prende una strada diversa, quella della consapevolezza. Forse sarebbe il caso di valutare attentamente se non convenga.

 

K. Kelly: Quello che vuole la tecnologia – Codice 2011

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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