A VOLTE RITORNANO: LO STRANO CASO DELL’ALSAR

di Gabriele Ainis

 

Citare Cronaca di una morte annunciata è banale, tuttavia non si può farne a meno di pensare a Marquez quando si parla di ALCOA: che lo stabilimento, nelle attuali condizioni di mercato, sia improponibile in un luogo come il Sulcis è innegabile e, da questo, la chiusura è una conseguenza logica quanto attesa.

Potrà anche darsi che si trovi una soluzione contingente per rimandare l’inevitabile, ma che la produzione di alluminio primario in quel di Portovesme debba cessare è una conseguenza imposta da condizioni oggettive, incluso il fatto che l’adesione all’euro tedesco impedisce aiuti di stato e dunque la possibilità di socializzare le perdite causate, prima di tutto, da un costo elevato dell’energia.

Razzolando in rete, sulla questione ALCOA si trova un po’ di tutto, ma chi la fa da padrone è il rifiuto dell’industria in quanto tale, seguito dall’imperativo categorico (purtroppo sacrosanto) di salvare lo stabilimento di Portovesme per impedire un probabile tracollo sociale del Sulcis.

Ciò che invece viene ignorato del tutto, o quasi, è il vuoto siderale di un mondo politico e intellettuale incapace, da una parte, di realizzare l’importanza di una presenza industriale in Sardegna e, dall’altra, di produrre un indirizzo valido per il futuro. Salvo un bel pezzo di Vito Biolchini sul suo frequentatissimo blog, continuo infatti ad assistere agli sproloqui di chi, ignorante di cose industriali, vorrebbe in Sardegna un’industria senza alcun impatto ambientale (se ci fosse, perché proprio da noi?) oppure il ritorno all’età dell’oro delle torri nuragiche, naturalmente, e ci mancherebbe, senza rinunciare a cosette di poco conto come la tecnologia, l’assistenza medica, le scuole, come se davvero la rete infrastrutturale che pervade la nostra vita scaturisse magicamente da qualche mantra protostorico, capace di far scaturire gratuitamente l’acqua dai rubinetti, l’elettricità dalle prese di corrente e far apparire i PC sui nostri tavoli.

Questo, purtroppo, è uno dei punti nodali del nostro essere sardi nel terzo millennio: la mancanza cronica di intellettuali capaci di leggere la realtà, la nostra, piccola e isolana, in particolare. Il disastro dell’ALCOA, la lettura che ne dà la cosiddetta classe dirigente, ne è un buon esempio: se Illy fosse stato sardo, avrebbe usato il vuoto spinto delle teste pensanti (chissà cosa significa) sarde per proteggere il caffè macinato all’interno delle sue costose lattine e sarebbe diventato ancora più ricco.

Ad esempio: nel parlare del ‘disastro’ ALCOA, c’è qualcuno che ricorda la storia dello stabilimento, dalla sua fondazione come ALSAR in poi? C’è chi ricorda quel Giorgio Carta, industriale isolano capace di pensare industria portando sviluppo in Sardegna? C’è qualcuno che rammenta come ancora nei primi anni ’80 le billette (lingotti) venissero imbarcate ‘ancora calde’ e il mercato tirasse così tanto da far prevedere il trasferimento in Sardegna di un famoso istituto di ricerca sull’alluminio?

Carta, inventandosi il primario in Sardegna, aveva avuto buon naso e non è un caso che a distanza di mezzo secolo lo stabilimento sia ancora là, pur a seguito di alterne vicende, mostrando una longevità che poche altre industrie possono vantare. Sarebbe il caso rammentassimo come l’industria viva di fatturati e utili, processo dinamico che prevede aperture di stabilimenti e chiusure, mentre è la politica che deve guidarne gli indirizzi mediandone le pretese con le necessità sociali, possibilmente con l’aiuto di una classe intellettuale capace di interpretare la realtà con un minimo di cervello cercando di piegarla al beneficio comune.

Vogliamo un esempio? C’è forse un qualche intellettuale che si scomodi a ricordarci che nell’ultimo mezzo secolo abbiamo avuto un fiume ininterrotto di denaro in approdo sull’Isola, valsente gestito da noi, sardi, nuragici, sherdanu, tutti contenti di mangiare alla greppia dei soldi pubblici, salvo sputarci sopra alla bisogna quando si tratta di deviare l’attenzione, ribaltandola sui maledetti industriali neocolonialisti? Ma davvero c’è qualcuno che crede l’industria, concetto fumoso e indefinito, responsabile del disastro sardo e non l’insipienza di una casta politica, tutta occupata a rosicchiare incessantemente posizioni di sottopotere, sospinta da noi, sardi invitti, ben contenti di barattare noi stessi con un piattino di lenticchie purché ottenuto senza troppa fatica e l’illusione di essere più furbi del vicino?

Diciamocelo chiaramente: siamo stati ben contenti di mangiare a sbafo quando ce n’è stata la possibilità, dando il voto in cambio di un posto, di un finanziamento, di un favore, tanto da fissare il voto di scambio nell’immaginario collettivo come una vera e propria ineliminabile necessità. Ciò ha sviluppato una classe politica incapace e ne paghiamo le conseguenze, ad esempiio con la mancanza di una soluzione al problema immenso della deindustrializzazione. Chi di noi si è mai sognato di domandare ai signori strapagati del consiglio regionale di pensare al futuro? Non è forse vero che tutti noi siamo stati troppo impegnati a pensare al presente, se non anche al passato?

Ed ora, ci sarà una classe intellettuale in grado di vedere al di là del prossimo convegno pagato dalla R.A.S. – con ricco corredo di buffet completo di tartine alla bottarga – e di indicare una strada di rigore esistenziale, oppure dovremo rassegnarci agli zombie industriali come l’ALSAR/Alluminio Italia/Aluminia/ALCOA?

Almeno cambiamo titolo: Il giorno dell’industria morta vivente non sarebbe male.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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