ARCHEOLOGIA RAZZISTA? SI GRAZIE!

di Ario Gesbis

 

Perché nella nostra Isola del Paradiso la ricerca archeologica appare così importante per un gruppo di imbecilli avvinti all’idea di indipendenza come medicina salvifica dei nostri mali?

La risposta potrebbe essere facile: perché da che mondo è mondo l’uso di una storia concepita ad arte è funzionale alla coesione del consenso attorno a un gruppo alla ricerca del potere. Lo capisce chiunque e non c’è bisogno di scomodare gli storici al servizio di un Hitler o di un Mussolini.

Già, storici. Quelli che il sardismo deteriore della “Sardegna ai Sardi”, però, non possiede o non vanta, oggi, se non all’atto della continua lamentazione per il destino cinico e baro che ai sardi ha riservato soltanto colonialismo, dominazione e sfruttamento. Le “storie” raccontate a fini nazionalistici, ohimè, latitano.

Il motivo per il quale gli storici sardisti “non usino più” è presto detto: perché dopo più di mezzo secolo di autonomia, di uomini politici sardi liberamente eletti da sardi in regolari elezioni, di leggi elaborate, votate, attuate da sardi, il minestrone riscaldato dei perfidi predatori continentali e dei poveri isolani vittime di soprusi comincia a mostrare qualche falla. Anche il più sprovveduto dei ragazzini non può evitare di domandarsi per quale motivo mezzo secolo di sardi al potere in Sardegna, sardi che gestiscono i denari pubblici, non abbia sortito altro effetto che quello di portare allo sfascio l’economia isolana, creando una società ancora più squilibrata di quella nazionale, già primatista del mondo occidentale per carenza di mobilità sociale e sperequazione nella ripartizione della ricchezza. Quale critica storica potrebbe davvero trovare giustificazione alla distruzione operata dai sardi in danno di sé stessi, considerati come comunità?

Ecco perché la storia non piace: perché a volte non funziona neppure se viene distorta, addomesticata, piegata al proprio interesse. O forse perché anche per la storia c’è un limite alla distorsione possibile. Come avviene agli elastici, dopo un certo limite si spezza e non va più. Da buoni primatisti quali siamo, ecco che ci siamo trasformati in una comunità incapace perfino di mentire decentemente a sé stessa.

Che si fa allora quando neppure la storia, per quanto falsa, viene in soccorso?

Si trova un buon pretesto per giustificare il proprio razzismo, perché l’intolleranza, da che mondo è mondo, ha sempre pagato lo stipendio a chi l’ha adoperata alla ricerca del consenso, soprattutto nei momenti di crisi.

La storia non ci aiuta? Ce ne faremo una ragione, andando a pescare dove storia non può esserci, nel buco nero della preistoria dove tutto è lecito per oggettiva ignoranza: nel periodo dei nuraghi!

Chi erano quei sardi, donne e uomini, che hanno vissuto, lavorato, mangiato, procreato, pregato, amato e odiato nel secondo millennio avanti Cristo, costruendo tra l’altro quelle torri che ancora ci osservano sornione? Non si sa, non conosciamo nulla di loro come della stragrande maggioranza di donne e uomini che sono passati per il mondo, prima e dopo, perché l’umanità ha sempre avuto la buona abitudine di non raccontarsi per iscritto, salvo poche eccezioni.

Che fortuna: nulla sappiamo se non che fossero liberi, non si sa bene da cosa ma di certo da dominazioni “straniere”, dal “tallone continentale” sempre in agguato che sarebbe arrivato di lì a poco con le navi fenicie. Liberi, puri, invitti: Sardi!

Eccoci là, quelli siamo noi e poiché nulla è vietato all’ignoranza, nessuno impedisce di pensarci belli, forti, puri, grandi conquistatori e feroci guerrieri, precoci adoratori di quel dio Yahwhè nel nome del quale ancora oggi, a distanza di millenni, l’umanità si scanna tra un “Dio lo vuole!” e un “Allah Akbar!”, senza dimenticare il Mossad, naturalmente, perché il peperoncino dà sapore alle pietanze ed è pure eroticamente stimolante, non si sa mai che il dopocena sia propizio.

Che bello, proprio ciò che serviva: se la storia non soccorre, ne facciamo a meno. Peccato che ci siano quei rompicoglioni degli archeologi che poco han voglia di collaborare, che continuano imperterriti a scavare e ad evitare accuratamente di trovare le tracce della nostra passata grandezza, anzi a nasconderla. Perfidi! Vorrebbero farci credere che i costruttori dei nuraghi fossero persone come le altre, impegnate prima di tutto nella sopravvivenza e nel tentativo di mangiare, possibilmente più del vicino, mentre invece, naturalmente, erano in trasferta, emigranti ante litteram, impegnati a difendere il faraone, non si sa bene quale, ma tanto sono tutti uguali, ed a trattare con lui la concessone di onori e prebende.

Cattivacci, gli archeologi, gentaccia. Del resto, che si può pretendere da chi per mestiere rovista nel terriccio tra sudore e polvere, esposto ai morsi di chissà quali innominabili e sconosciuti insetti? Da chi pretenderebbe di trovare un brano di storia impresso in un cumulo di insulsi frammenti di terracotta? È forse “storia”, questa?

Ma sono tutti cattivi? No! Per fortuna ogni tanto ce n’è qualcuno che abdica dal proprio passato di ricercatore, per quanto mediocre, e si libra sull’onda della fantasia verso passate grandezze e trasferte orientali, sulle lunghe navi cariche di poderosi guerrieri. Non ci sono tracce visibili, certo, ma chi dice che non verranno trovate in un più o meno prossimo futuro? Non ci sono i cocci, certo, ma che importa? Forse che si fa la storia con i cocci, le datazioni al radiocarbonio, le stratigrafie?

È ora di finirla con l’archeologia romanocentrica: d’ora in poi ci facciamo la nostra!

Come la riconosciamo? Ma è quella che si pubblica sull’Unione Sarda, no?

What else?

 

ario.gesbis@virgilio.it

308

 

Mi pare opportuno aggiungere un piccolo inciso, del tutto irrilevante e probabilmente di poca attinenza, che mi sovviene leggendo l’articolo di Ario. Il Regio decreto legge n. 1390 del 5 settembre 1938 decretò l’espulsione di tutte le persone di “razza ebraica” dalla scuola italiana di ogni “ordine e grado” e la radiazione dei “membri di razza ebraica” dalle accademie e dagli istituti di cultura. Ci furono solamente due archeologi compresi nella lunga lista di professori cacciati dall’università. Uno di essi era professore straordinario di Archeologia e storia dell’arte antica a Cagliari dal 1935: Teodoro (Doro) Levi. Non so perché, ma questa coincidenza mi rattrista.

BS

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in ArcheoloGGia, Archeologia. Contrassegna il permalink.

2 risposte a ARCHEOLOGIA RAZZISTA? SI GRAZIE!

  1. sisaia ha detto:

    “Chi erano quei sardi, donne e uomini, che hanno vissuto, lavorato, mangiato, procreato, pregato, amato e odiato nel secondo millennio avanti Cristo, costruendo tra l’altro quelle torri che ancora ci osservano sornione? Non si sa, non conosciamo nulla di loro come della stragrande maggioranza di donne e uomini che sono passati per il mondo, prima e dopo, perché l’umanità ha sempre avuto la buona abitudine di non raccontarsi per iscritto, salvo poche eccezioni.”
    Mi ha sorpreso rileggere quanto sopra, ottima citazione / rielaborazione. Non ricordo chi si fosse espresso più o meno in questi termini, ma ricordo di averci rimuginato a lungo. Non che mi sia servito a cavare il ragno dal buco, però mi pare di intravedere almeno le zampe anteriori.
    E non posso che concordare con quanto viene dopo il punto interrogativo.
    Grazie Gesbis e ben arrivato.
    @ BS
    Levi. Leggere il suo resoconto sui suoi scavi nelle necropoli olbiesi è stato come essere condotti per mano. Da notare il suo impegno per convincere chi voleva costruire la pista di atterraggio per velivoli, lo facesse altrove. In un certo senso, ha avuto degli emuli. Per fortuna.
    Grazie per aver ricordato un grande.

  2. Alfonso Stiglitz ha detto:

    A completamento del commento di Boicheddu Segurani posso aggiungere che Teodoro Levi era anche Soprintendente archeologo della Sardegna, succeduto a Taramelli nell’incarico; venne cacciato anche da quell’incarico. Potrei aggiungere che Giorgio Levi Della Vida, massimo semitologo italiano e uno dei maggiori al mondo, nel 1931 fu uno dei rarissimi docenti a rifiutare il giuramento di fedeltà al regime e per questo fu cacciato dall’Università e dovette fare il catalogatore alla Biblioteca vaticana per sopravvivere. Che c’entrano i due casi? Semplice, a lui, due anni dopo, nel 1933, e nonostante la sua situazione politica Antonio Taramelli, che pure era fascista, affidò lo studio dell’iscrizione bilingue, latino-neopunico (pardon neo-Shardana), di Bithia. Un po’ di luce, quindi, anche nell’archeologia
    Alfonso Stiglitz

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...