LA SARDEGNA DEI VECCHI

di Gabriele Ainis

 

In Sardegna le donne non fanno più bambini. Anche in Giappone, e da più tempo, le donne non mettono più al mondo graziosi giapponesini con gli occhi a mandorla.

La Sardegna è circondata dal mare. Anche il Giappone è circondato dal mare.

La Sardegna conta un’inusitata popolazione di ultracentenari, tanto da sollevare la curiosità degli scienziati. Anche il Giappone conta un numero sorprendentemente elevato di ultracentenari e gli scienziati studiano il fenomeno da tempo.

Se non ci fosse il piccolo problema che il Giappone conta anche un numero impressionante di industrie ad elevata tecnologia mentre in Sardegna non riusciamo neppure a costruire una strada, sembrerebbero due posti identici: mare e longevità, che si potrebbe volere di più?

Nulla, naturalmente, vivere a lungo in riva al mare è il sogno più o meno segreto di tanta gente, tanto che ci sono intere fette d’Europa (dalla Spagna alla Grecia) che su questo desiderio hanno deciso di impostare il proprio futuro, investendoci un bel po’ di denaro e scommettendo sull’industria dei vecchi in attesa della dipartita finale.

Bene, si dirà, dove starebbe il problema? Vogliamo parlare delle opportunità di specializzare la nostra isola nella cura dei vecchi attraendo nuovi cittadini da tutta l’Europa?

No, per niente, anche perché si tratterebbe, ancora una volta, di parlare al vento: ma ci pare davvero che la nostra regione, nel senso di tutti noi, possa trovare un accordo comune per indirizzare l’economia su una strada precisa? Per favore, evitiamo di prenderci in giro perché siamo già bravissimi nel farci male, aggiungere il ridicolo sarebbe eccessivo.

Vorrei parlare della Sardegna del futuro: come saremo tra cinquant’anni?

Ecco perché ho parlato del Giappone, perché da quelle parti se lo stanno chiedendo e, essendo persone notoriamente beneducate (domandare è lecito rispondere è cortesia) si stanno anche rispondendo (si vede che ascoltano in massa le trasmissioni di Marzullo). Il Giappone è la nazione più anziana del mondo a far data dal 2005, con un’età media di 43 anni; un giapponese su dieci ha più di 75 anni e l’aspettativa di vita è di 79 per i maschietti e 86 per le femminucce. In Giappone, interi villaggi sono ormai deserti perché i giovani se ne sono andati e i vecchi sono in via di esaurimento: metà del Giappone (in realtà più del 50%) è ormai un’”area marginale spopolata” in cui la popolazione supera i 65 anni di età.

Chi sfama i vecchi? Naturalmente i lavoratori attivi, chiamiamoli giovani, tanto per chiamarli in un qualche modo, coloro che sono ancora in grado di svolgere un’attività produttiva. Al giorno d’oggi, in Giappone ci sono due lavoratori contribuenti per ogni pensionato (come in Francia e Germania). Alla metà del secolo, nel 2050?

Non c’è bisogno di aspettare: nel 1984 un economista giapponese (Naohiro Ogawa) preconizzò che a causa della carenza di nascite e dell’allungamento della speranza di vita, il Giappone avrebbe avuto difficoltà a mantenere una crescita positiva. Sarà un caso, ma dopo la crisi degli anni ’90 il Giappone non ha più ripreso a crescere e attualmente si avvia alla condizione di crescita zero.

Insomma: se non si fanno più figli e si vive a lungo ci si trasforma in una società di vecchi che presto o tardi nessuno sarà più in grado di mantenere, ma non per mancanza di buona volontà e carità cristiana, quanto perché non ci saranno più giovani per farlo.

Quindi andiamo incontro alla catastrofe?

No, per nulla: la soluzione è banale: se ci sono più vecchi dobbiamo necessariamente tenerne conto e prendere le opportune contromisure, progettando una società che si organizzi alla bisogna. In Giappone, per l’appunto, e in altre parti del mondo, lo stanno già facendo, nel senso che già si chiedono cosa sia necessario fare, anche perché la definizione di “vecchio” si è andata evolvendo nell’ultimo mezzo secolo e i vecchietti di un tempo oggi sono un’altra cosa (per fortuna).

Insomma, nei posti seri si comincia a parlare seriamente del problema, cioè la politica comincia ad interessarsene, ed è una vera fortuna.

E da noi, in Sardegna? Ne parliamo?

Come no, ci mancherebbe! Argomento del giorno: il video del Brotzu e il litigio politico sull’opportunità o meno di mandarlo in rete. Come dire, il Titanic affonda, però la temperatura del ghiaccio per il dry Martini dev’essere perfetta.

Ah dimenticavo: attualmente, in Italia, i lavoratori attivi per ogni pensionato sono 1,3 (non due come in Giappone, Francia e Germania) e la popolazione è in decremento (anche con i nuovi apporti degli immigrati). Se non sbaglio la Sardegna fa parte dell’Italia, vero? Sì, per fortuna sì, perché altrimenti la statistica sarebbe ancora più bassa, visto che i nostri indici di natalità sono i più bassi d’Europa (come quelli Giapponesi, appunto). C’è però una differenza: non abbiamo un apparato produttivo industriale che ci possa dare una mano, perché non servono solo badanti ma anche i soldi per pagare loro lo stipendio, e questi soldi devono saltar fuori da un’attività produttiva. In Giappone prevedono di far produrre i vecchi che ne siano capaci, com’è logico: e da noi, dove li dovremmo far produrre se non c’è l’ombra di un’industria?

Sì, ho capito, adesso parliamo di cose serie: a che punto è la questione dell’insegnamento della Limba?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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Una risposta a LA SARDEGNA DEI VECCHI

  1. Pierluigi Montalbano ha detto:

    I giovani (sardi o italiani non cambia molto) hanno tuttavia un vantaggio: non devono comprare casa perché l’avranno in eredità, e tuttora la abitano visto che non si sposano più (per ovvi motivi che non è il caso di elencare) e vivono in famiglia. I “nostri” ragazzi hanno ideali e obiettivi ben differenti da quelli della nostra generazione, e abissalmente lontani da quella dei nostri padri. Oggi la percezione del mondo è vibrante, globale, sublime: è un universo che attrae e sembra raggiungibile ma…sfugge. Non sarei così pessimista sul futuro, le generazioni cambiano, le tecnologie consentiranno di vivere sfruttando risorse impensabili fino allo scorso decennio. I nostri vecchi aumenteranno? Saranno mantenuti dai giovani che arrivano dagli stati meno fortunati. Già abbiamo visto nascere nuove professioni: badanti, manovalanza a basso costo…, e sparire attività “moderne”: fotografi, piccoli negozianti, alcune categorie di artigiani…, così è la vita, cicli che modificano il vivere quotidiano. Il sogno è “arrivare” velocemente al traguardo, vivere intensamente con ciò che la quotidianità offre. I “nostri” giovani hanno grandi vantaggi: sono più istruiti, più svegli, più a contatto con le realtà di altri Paesi e, di conseguenza, hanno più opportunità di lavoro e benessere. Le generazioni del futuro non utilizzeranno petrolio, non utilizzeranno l’auto per andare al lavoro, adotteranno tecnologie sostenibili e…lasceranno la nostra (e le passate) generazioni nella ignoranza del progresso. Se oggi internet sparisse…piomberemmo nella preistoria! Ma solo vent’anni fa le macchine da scrivere elettriche erano l’avanguardia…e il Commodore 64 era il futuro. Tranquillo Gabriele…c’è un futuro roseo per i giovani, siamo noi a non capire.

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