UNA CURA PER LA TERRA

di Gabriele Ainis

 

“[….] ho […] la tendenza tipica degli ingegneri a vedere tutto come un problema progettuale a cui si può trovare rimedio”(1)

Se l’Italia fosse un paese dignitosamente normale, un saggio come questo occuperebbe stabilmente le terze pagine dei quotidiani, e se la Sardegna fosse una regione dignitosamente normale di un paese dignitosamente normale, Una cura per la terra, di Stewart Brand, finirebbe necessariamente nelle prime pagine dei (troppo) numerosi quotidiani che si stampano giornalmente nella nostra disastrata isola Tirrrenica. Delle terze pagine di accumuli di carta straccia del calibro dell’Unione Sarda non parlo per decenza e perché, nonostante la propensione del bloGG all’insulto e alla maldicenza, a tutto c’è un limite!

Perché non si parla di questo saggio? Che domande: da quando in qua in Italia (e in Sardegna) si discute e ci si accapiglia per un libro degno di essere chiamato tale? Troppo facile, ma soprattutto troppo lungo per il numero di righe concesso al meccanismo di un blog: domandiamoci invece per quale motivo se ne dovrebbe parlare (e tanto) se la nostra fosse una regione dignitosamente normale di un paese dignitosamente normale.

Stewart Brand è un ecologista, un verde, si potrebbe dire, affetto da incurabile e inguaribile pragmatismo di stampo yankee, malattia dalla quale un paese come il nostro è vaccinato a causa delle oggettive condizioni di vecchiaia e declino. Insomma uno che non ha paura di porsi di fronte alle grandi questioni del mondo cercando in esse un buon motivo per andare avanti con ottimismo, piuttosto che passare il tempo aspettando che un qualche demiurgo illuminato trovi il tempo di cambiarci il pannolone imbibito di urina, possibilmente rassicurandoci sullo stato miserando della nostra prostata disfatta da un’esistenza inutile.

Le modificazioni genetiche? Un’opportunità per il futuro. La geoingegneria (che poi sarebbe la scienza che si occupa delle modificazioni artificiali del clima)? Niente di diabolico. L’energia nucleare? Impossibile farne a meno: meglio interrogarsi sui metodi per renderla meno impattante sull’ambiente (qualcuno ricorda ancora le dichiarazioni di Margherita Hack?). L’urbanizzazione? Un fattore di sviluppo da non trascurare e volgere a favore dell’ambiente.

Certo che definire ecologista, un signore che apparentemente cozza violentemente contro il sentire comune della difesa e conservazione dell’ambiente potrebbe sembrare ironico, e invece sono gli autori come lui che invitano ad una vera riflessione, per il semplice motivo che spiattellano dati e ragionamenti di fronte ai quali non ci si può limitare ad un semplice e scontato diniego: se non si vuole essere d’accordo, bisogna ragionare, studiare, informarsi ed essere anche bravi.

Ciò detto: perché l’Italia (e la Sardegna in particolare) dovrebbero interessarsi agli sproloqui di Brand?

Perché l’Italia è un posto straordinariamente peculiare, tanto privo di materie prime (ed energia) quanto capace di assumere una posizione di rilievo come ottavo mercato del mondo e settima potenza manifatturiera, conservando (ancora e non si sa per quanto) beni ambientali e paesaggistici di rilievo mondiale. In quale altro posto al mondo si dovrebbe parlare allora del problema energetico, se non nella settima potenza industriale che ha però il grave problema di produrre l’energia necessaria ai propri bisogni (e possibilmente al proprio sviluppo) senza una politica condivisa che indichi una direzione precisa e con l’imperativo categorico di preservare ambiente e paesaggio? Dove, se non in Italia, abbiamo il problema pressante del consumo del territorio e dell’urbanizzazione selvaggia che stanno trasformando definitivamente la percezione dei nostri panorami? Dove, se non nel Bel Paese, la tipizzazione spinta al minimo dettaglio di tradizioni localistiche impone una profonda riflessione sulle modificazioni genetiche degli organismi vegetali ed animali?

C’è di più, ed ecco perché i sardi dovrebbero leggere con attenzione il saggio di Brand: nelle sue più di trecento pagine fitte di ragionamenti e dati, di considerazioni, di buon senso e azzardo: vengono sfatati tutti i miti passatisti del buon selvaggio e dei bei tempi andati che noi sardi ci portiamo addosso come zecche, ma non per andare nella scontata direzione del basta-che-sia-tecnologico più bieco, quanto per riflettere serenamente su quanto di positivo può proporre un passato studiato con metodi scientifici e non ridotto a propaganda new-age, sfruttandolo per scegliere nella tecnologia disponibile e a venire quanto di meglio ci suggeriscano scienza e tecnica.

Devo dire altro per suggerirne la lettura in una regione ahimè non dignitosamente normale (di un paese non dignitosamente normale) in cui non sappiamo dove mettere i generatori eolici? Non è forse vero che noi avremmo il piccolo problemino dello sviluppo industriale, dell’urbanizzazione selvaggia, dell’energia, della difesa delle tipicità locali e della presa di coscienza della nostra storia (e non delle puttanate pseudoindipendentiste di un branco di pensionati/dipendenti pubblici scansafatiche/parassiti)?

Ecco perché di Brand non parlerà nessuno e nessuno ne sentirà parlare, salvo i tre lettori istituzionali (e fedeli) del bloGG.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(1) S. Brand – Una cura per la terra: manifesto di un ecopragmatista – Codice 2011

 

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