IL CETRIOLO RUMENO… A FETTE

di Gabriele Ainis

 

Una delle belle cose della vita, è il caffè mattutino nel solito bar, quello dell’amico che conosci da una vita e che invecchia con te impedendoti di apprezzare lo scorrere del tempo, altro che Einstein e la relatività ristretta!

È il contraltare del barbiere, del giornalaio, del proprietario della rivendita di formaggi e salumi, lo schizzato che scorrazza per valli e malghe cercando formaggi strani e puzzolenti, venati di muffe screziate di verdi e arancioni. Tutti personaggi che non cambiano mai perché lo fanno assieme a te e ti scopri a pagare quasi esclusivamente per questo, per illuderti di non invecchiare.

E invece non sempre è così, perché, a ben vedere, anche senza sforzarsi troppo, le cose cambiano lo stesso, soprattutto quando lo fanno sulla tua pelle.

Questa mattina sono andato a bere il solito caffè al solito bar, non lontano dal barbiere, dall’edicola e dalla boutique di formaggi&salumi. Questo è un periodo in cui il paese è anche più lindo di quanto non ci si aspetti in estate, perché le piogge inopinate l’hanno lustrato per bene, eliminando anche la polvere, mentre la spazzatura non si accumula perché è un grosso affare ed alimenta un inceneritore che distribuisce energia termica con un sistema di teleriscaldamento (e distribuisce anche tumori con un sistema più subdolo e invisibile, ma di questo non si parla).

Così, su un marciapiede di elegante materiale lapideo – pagato dai contribuenti per far ingrassare un amico dell’assessore di turno – il proprietario del bar, il barbiere, il salumiere, il giornalaio ed io abbiamo subito notato un cetriolo tagliato a fette e gettato per la via. L’abbiamo notato perché siamo orgogliosi di abitare in un paese lindo e pulito, mica come Napoli!

Se abitassimo a Napoli, un cetriolo a fette gettato per terra non l’avremmo neppure visto; forse neppure a Torino ma, si sa, i paesi sono molto più vivibili delle grandi città, perché sono più puliti, ci si conosce tutti, c’è meno criminalità e via così con i soliti stereotipi.

Evidentemente nessuno di noi ha problemi pressanti, perché un cetriolo buttato sul marciapiede – a fette – è diventato l’argomento del giorno: chi è stato a gettarlo per la strada?

Qualche rumeno!” ha commentato subito l’amico barista.

I rumeni sono tutti porci!” ha rincarato l’amico barbiere.

Incivili!” ha aggiunto il giornalaio.

Bisognerebbe mandarli a scuola!” ha sentenziato il pizzicagnolo.

Poi mi hanno guardato tutti, perché si aspettavano un commento anche da me ed io invece non sapevo cosa dire. O meglio, non che non lo sapessi, ma la frase che mi tirava la lingua – ormai non mi tira altro – non andava bene, era decisamente fuori contesto: “Meno male che ci sono i rumeni!”.

Che altro avrei dovuto dire? Vent’anni fa le frasi sarebbero state esattamente le stesse, con l’unica variante che al posto di rumeni ci sarebbe stato napoli o terroni, ugualmente porci, incivili e ineducati (per non dire maleducati). Per cui, meno male che ci sono loro e noi terroni siamo passati in secondo piano, come dire, siamo diventati meno estranei, non perché vivendo al nord abbiamo subito un’evoluzione positiva – i terroni sono terroni anche e soprattutto oggi – ma perché sono arrivati altri esseri umani più deboli di noi ed è prassi comune prendersela con loro, particolarmente nei momenti di crisi in cui i soldi sono pochi e le frustrazioni aumentano.

Ero in compagnia di una banda di razzisti sanguinari?

Ma neanche per idea: i miei amici non sono razzisti, non nel senso che diamo normalmente a questa parola. Sono tutti brave persone, nessuno di loro ha mai preteso di prendere a schioppettate le barche dei migranti, hanno spesso dato asilo ai bambini ucraini malati di radioattività, si occupano attivamente di cooperazione nel terzo mondo, di protezione civile e ciascuno di loro ha un rapporto di lavoro con uno o più rumeni, con reciproca soddisfazione. Ormai, dalle mie parti, non si entra in un esercizio pubblico, dalle panetterie in poi, senza incontrare un rumeno, per non parlare dei muratori, stradini, giardinieri, badanti. Sono persone perfettamente integrate che toccano il nostro cibo, lo preparano e ce lo servono nei bar e nei ristoranti, tengono pulite le strade e il culo dei nostri vecchi, li accudiscono con una dedizione che a noi pare perfino sospetta, accudiscono i nostri ragazzini e abitano assieme a noi riscuotendo la nostra fiducia. Se decidessero improvvisamente di tornarsene a casa, sarebbe un vero disastro, a parte il fatto che oramai la maggior parte di loro non è più nemmeno rumena: sono italiani come noi, di origine rumena! La loro casa sta accanto alla nostra.

Ripeto, nessuno dei miei amici manderebbe via questa gente o penserebbe di levar loro un qualche diritto, riducendoli a cittadini di serie B. Tra l’altro, si rendono conto perfettamente che hanno portato ricchezza, pagano le tasse e dunque anche le pensioni di coloro che adesso siedono al bar, si tagliano i capelli, comprano il giornale e il formaggio, lamentandosi tutti dei rumeni che gettano i cetrioli – a fette – per terra. Semplicemente, i rumeni sono cittadini di serie B, perché l’intolleranza nasce anche e soprattutto dagli stereotipi quotidiani verniciati, magari, di buoni propositi.

E invece ho detto: “Il cetriolo non è mica firmato, no?

Così i miei amici si sono guardati tra loro, hanno fatto spallucce e hanno ammesso che no, la firma non c’era, ma il verdetto non è cambiato, perché esistono anche i processi indiziarî e un cetriolo – a fette – gettato per la strada è un indizio che somiglia troppo ad una prova.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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