LA VERA STORIA DELLA LEGA SHERDANU

di Gabriele Ainis

 

 

Questo libro è uscito ad ottobre del 2010, eppure, a parte i contenuti di taglio giornalistico che restano comunque validi, è vecchissimo a distanza di pochi mesi, neppure un anno.

È decrepito nell’impostazione, ma non per colpa degli autori, quanto per merito degli italiani, o per demerito, vai a sapere come bisognerebbe esprimersi. Ancora alla fine dell’anno scorso, nessuno riusciva ad immaginare un Pisapia a Milano né una Lega Nord succube di una scoppola quale quella delle amministrative, senza parlare dei referendum. Impossibile da prevedere perché il regime italiano dell’ultimo quindicennio ci ha imbalsamato in una specie di limbo berlusconiano che dà per scontata l’impossibilità di liberarsi del duo Berlusconi-Bossi. Lo accettiamo come un dogma di fede, la transustanziazione politica del fato ineludibile.

Quando l’ho letto, a gennaio, dopo un paio di ristampe, non mi era piaciuto granché, sebbene non mi fossi pentito di averlo acquistato. L’ho considerato una specie di medicina necessaria quanto inefficace, come l’aspirina per il raffreddore: sappiamo che non giova ma l’assumiamo ugualmente perché non si sa mai e confidiamo, se non altro, nell’effetto placebo o nella cura di un’affezione al momento non ancora palese, forse in incubazione.

Il tono è quello dell’ira disincantata, dell’incazzo sordo perché inutile, dell’ira cocente, della solita domanda cui non c’è risposta: com’è possibile che ci siano i Berlusconi e i Bossi? E poi: sarà mai possibile liberarsi di loro? Con l’ancor più scontata risposta, che questa volta c’è, forse non esplicita ma ben presente: no, non è possibile, non certo nell’immediato futuro.

Il motivo non è dato sapere, però l’impressione, rafforzata dalla presenza di una prefazione di Furio Colombo, un conservatore che in Italia fa le veci dei rivoluzionari, il che è tutto dire, l’impressione, dicevo, è che della situazione si dia la colpa agli italiani tutti, correi in gran parte del regime. Come dire: siccome dopo tre lustri è impossibile che i cittadini non si rendano conto, vuol dire che gli sta bene così. Che poi sarebbe quello che oramai dicono apertamente i sostenitori dell’Unto del Signore senza più negare le leggi su misura, gli intrallazzi, l’illegalità fatta sistema. Prima si smentiva quest’ultima, adesso si afferma carinamente che ai cittadini piace: abbiamo chiuso il cerchio.

Per questo non ne avevo scritto, sebbene una paginetta mi fosse rimasta impressa: si narra di Maroni che tenta di mordere un poliziotto ad una caviglia, fatto acclarato per il quale il nostro ministro è stato condannato a quattro mesi e venti giorni di reclusione, pena commutata in sanzione pecuniaria, cinquemila euro. Mi aveva intrigato perché mi era venuto in mente Bustianu Cumpostu, il mordicatore de noantri, anch’egli fiero indipendentista e difensore della libertà dei popoli. Però mi sembrava davvero poco, anche se forse c’era un altro aspetto che avrebbe potuto intrigare e precisamente le straordinarie somiglianze tra gli indipendentisti settentrionali e quelli isolani in termini di credibilità personale degli esponenti di spicco, pur con tutta l’immensa distanza tra un Bossi e un Gavino Sale o un Doddore Meloni. In fondo, uno degli uomini più potenti dei nostri giorni – inutile negarlo, Bossi tiene Berlusconi per le palle, anche se a volte non riesce a capire bene cosa farne – è un diplomato alla scuola Radio Elettra, medico mai giunto alla laurea, per non citare il dentista Calderoli o nuovamente il musicista dai denti buoni, Maroni.

Se questo libricino mi è tornato in mente è proprio perché può essere letto in una prospettiva storica che al momento della pubblicazione non avrei mai immaginato: sono bastati sei mesi perché molta, moltissima gente, ricominciasse a credere di poter determinare davvero il proprio futuro senza lasciarsi abbandonare allo sconforto. E tutto ciò nonostante un’informazione che non informa e una politica in cui si fatica a distinguere l’uno dall’altro, affermazione vagamente qualunquista e demagogica cui mi arrendo, dopo una strenua decennale resistenza, dopo il voto recente sull’abolizione, mancata, delle province, un inciucio grottesco tra maggioranza e PD.

Dunque, poco più di sei mesi hanno trasformato un libro da sintesi giornalistica in documento parlante, per non dire urlante, riguardo la necessità di non darsi mai per vinti, perché l’impegno può dare i suoi frutti, basta crederci un pochino, o tanto, dipende dai punti di vista.

Da una parte.

Ma dall’altra la consapevolezza che non basta impegnarsi un pochino, o tanto, dipende dai punti di vista, e per un tempo limitato, per pensare che poi si possa di nuovo dedicarsi alle Isole del Tesoro o dei Famosi. Fatto un referendum non possiamo pensare che chi brigava per far soldi sull’acqua ci ripensi, o chi ha spacciato balle per tre lustri si ritiri a vita privata, magari dedicandosi ai propri processi.

Ecco a cosa può servire questo libro, a prendere coscienza.

C’è però un altro risvolto, perché di leghe e leghine ce se sono parecchie, al nord come al sud. È un libricino che infonde speranza ai sardi che non ne possono più di cazzate indipendentiste, ma soprattutto di mezzi personaggi che occupano piccole posizioni di potere grazie al ricatto di un pungo di voti ideologizzati e clientelari raccolti attorno ad un’idea incredibilmente bizzarra e malsana come quella che vorrebbe una Sardegna prospera perché indipendente, come se bastasse una carta da bollo pasticciata in limba per creare magicamente posti di lavoro e ricchezza.

Le ultime amministrative hanno dato un segnale anche da noi, molto netto – anche se nessuno ha voluto accorgersene perché di autonomia ne sono pieni i giornali a destra come a sinistra, nessuno escluso – ed il segnale è che finalmente si comincia a pensare per fatti e non per slogan, anche se ci sono voluti quindici lunghissimi anni.

Non saranno dello stesso calibro, ma se i lombardi, i veneti e i piemontesi si sono accorti, finalmente, del bluff dei Bossi&C, potrebbe darsi che anche dalle nostre parti si cominci a capire di che pasta sono fatti i Maninchedda, i Sale, i Doddore, i Bustianu, lasciando gli altri micro-X (aggiungete voi la X che preferite) dentro la tastiera del computer.

Coraggio, ancora uno sforzo e potremo mandare questa gente al mare, tanto è anche luglio e il clima invita.

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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F. Bonasera, D. Romano – Inganno padano: la vera storia della Lega Nord – La Zisa (2010)

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