QUANDO IL SARDO DOVREBBE ASCOLTARE IN PIEMONTESE

di Gabriele Ainis

 

 

2011: l’unità d’Italia compie 150 anni e Pinocchio 130. La prima è stata (malamente) celebrata, il secondo passerà nel silenzio, salvo qualche intellettuale di vaglia, pochissimi, che cercherà di ricordare come Pinocchio sia una metafora umana priva di tempo e spazio, eterna, ma nessuno lo starà a sentire. Un vero peccato (*).

Del resto nessuno sta a sentire la Val di Susa e nessuno ne parla. Sì, si parla dei poveri poliziotti pestati, ed è vero, fanno un mestiere di merda, si parla dei Black Block, ed è vero che sono fior di delinquenti, ma della valle, quella che è scesa in piazza tutta quanta, dai sindaci ai preti, dai professionisti ai disoccupati, le nonne e i nonni, i nipotini, insomma di una valle tutta unita senza destre né sinistre che rifiuta qualunque collocazione ideologica, della valle vera, chi diamine ne parla?

Eppure tutta questa omologazione dei mezzi di informazione, dei politici politicanti, dei giornalisti giornalai, degli opinionisti opinionai, delle Palombelli Palombellai, non dovrebbe insospettire almeno un poco? Possibile che i valligiani tutti facciano parte di una specie a parte, evolutasi nell’isolamento montano e staccatasi dalla specie h. sapiens, che ha improvvisamente perso il sapiens per divenire insipiens?

Ma soprattutto: possibile che in Sardegna, tra giornaLListi, intellettuaLLi, indipendentiSSti, autonomiSSti (che per fortuna hanno una SS che bene si lega a certe idee… come dire: sulla strada dell’intolleranza?) e idioti vari non ce ne sia uno che veda quanto piccola sia la distanza tra la Val di Susa e la Sardegna?

Perché in fondo, lasciando perdere i giudizi che ciascuno di noi si è fatto (chissà sulla base di che cosa, perché le carte nessuno ha voglia di leggerle e tutti noi non facciamo altro che fidarci di qualcuno che dichiara di averlo fatto per noi) il succo della vicenda si riassume in poche parole: una popolazione compatta, che non vuole essere complemento oggetto, è costretta a questo ruolo da un soggetto che è prima di tutto più grande e forte di lei! Così la comunità nazionale può mandare duemila militari (non dimentichiamoci che c’erano anche i carabinieri e i finanzieri, non solo i poliziotti) a menar le mani, mentre i valligiani possono sfilare con le carrozzine dei nipotini spinte dai nonni, per di più accusati di aver chiamato i Black Block, tutti pazzi e rincoglioniti – nonni e nipotini, non i BB – perché non riescono a capire che diamine di utilità abbia la Grande Opera, se non quella di far comodo a Torino (che diverrà un nodo ferroviario europeo raccattando una marea di contributi comunitari) ma soprattutto alle imprese che sulla TAV contano per mettersi in tasca una quantità enorme di denaro.

Capisco che Don Ciotti sia un rivoluzionario pericolosissimo, ma quando ha detto che l’Italia dovrebbe avere altre priorità che non quella di una linea ferroviaria che non serve a un fico (leggere le carte per credere) possibile che nessuno provi a dargli ascolto, se non altro per dargli torto?

Ma dalla nostra parte, dalla parte degli isolani isolati come i valligiani, ce ne sarà qualcuno che capisca come facendo passare il concetto che siccome la comunità nazionale è più forte, allora le comunità locali se la devono prendere nel sedere? E ce ne sarà qualcuno che capirà che ciò sarebbe ancora più vero se per caso diventassimo indipendenti?

E non dico di dar ragione ai pazzi come me, nemici della tecnologia, dello sviluppo, delle novità, retrogradi, dico solo di parlarne! Mi piacerebbe un giornalista, uno, che dicesse: “Cari concittadini, cari sardi: vi siete accorti che se passa la politica della Val di Susa, la prossima volta che decidono di mettere una base di fringuelli atomici della NATO non possiamo fare un belino di niente salvo calare le braghe?”

Perché sarà pur vero che le braghe siamo abituati a calarle in continuazione, indipendentisti in testa, soprattutto quando arrivano ad occupare un posticino -ino -ino da qualche parte, ma sarebbe anche ora di piantarla.

E invece di che si parla in questi giorni caldi d’estate? Dei due nuovi quotidiani, quelli di cui non si sentiva la mancanza ora che sono nati e non si sentirà la mancanza quando finiranno dove devono, assieme a tutti gli altri soldi buttati nel cesso per i quali noi sardi andiamo famosi.

E invece, per una volta, dovremmo piantarla di litigare sulla limba ed imparare due parole di piemontese, il patois della Valle di Susa: stanno cercando di mandarci un messaggio e non li capiamo, accidenti, un messaggio importante!

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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(*) per chi fosse interessato, nel contenitore Fahrenheit, su Radio3, Paolo Poli legge il libro di Collodi; nell’Italia di oggi sembra quasi un sacrilegio!

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Una risposta a QUANDO IL SARDO DOVREBBE ASCOLTARE IN PIEMONTESE

  1. Pierluigi Montalbano ha detto:

    A testimonianza di quanto sia efficace la lettura “attenta” di Pinocchio, vi segnalo che qualche anno addietro, mi pare nel 2006, all’Università di Cagliari l’esame di Letteratura moderna (e il relativo corso di lezioni in aula) era basato, oltre che sulla conoscenza del manuale, sull’approfondimento del meraviglioso testo di Collodi (Carlo Lorenzini).
    Se qualcuno dei blogger si tuffasse oggi in una rilettura, rimarrebbe sorpreso dalle dinamiche, dall’attualità delle argomentazioni e dalla profonda conoscenza del momento storico che l’autore riversò in quegli episodi pubblicati a puntate su un giornale per bambini.
    Benedetto Croce elogiò lo scritto, e presto venne tradotto in tutte le lingue del mondo. Oggi si contano quasi 250 traduzioni, e ciò significa che si tratta di uno dei libri più tradotti e venduti della storia della letteratura italiana.

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