OPPIO SHERDANU: IL CAMMINO DEL PAPAVERO

di Desi Satta (editing GL)

 

 

I soliti imbecilli archeoimprovvisati non smettono di colpire. Peggio delle ruggenti zanzare avvelenate di questo terzo millennio troppotecnologico. Si va dalle stelle indecise ai lettori di tutto (il prof Appuligiu Tottu non smette di stupire, se lo assumessero alla RAI potrebbe compensare i cali di ascolto determinati dall’uscita di Santoro; sarà mica il protettore del Padre Toro? E allora dov’è Sammucca, il protettore della Madre Vacca? Lo facciamo fare al prof Tottu?).

I temi sono generalmente monotoni: la supremazia del mediterraneo occidentale su quello orientale, il potente popolo sherdanu, i Fenici che non esistono, i conquistatori, le scritture, gli tsunami, etc etc etc…

Ciò che stupisce di questi cretini non è tanto la supponenza o l’ignoranza, quanto la totale mancanza di consapevolezza del proprio ridicolo. C’è da pensare che Kramer e Panzeri abbiano pensato a loro quando hanno composto l’immortale Pippo non lo sa, perché la figura di un grottesco Dandy sculettante per la città gli si attaglia benissimo. Bisognerebbe anche aggiungere i politici che inventano le leggine per Atlantide, ma è storia nota.

Eppure, premesso che quanto accadeva tremila e passa anni addietro poco importa al giorno d’oggi, esistono argomenti seri e intriganti riguardo lo sviluppo e la diffusione delle culture e delle civiltà nel mondo mediterraneo – e non solo – che mostrano chiaramente come, a parte l’indubbia supremazia culturale dell’oriente, gli esiti dell’incontro/scontro delle culture abbia condotto invariabilmente ad una sintesi, non ad una mera sostituzione. I cretinetti difensori dell’occidente o morte, perdono proprio questo, cioè tutto, la parte più interessante degli studi storico-archeologici.

Gli esempi sono molteplici, uno per tutti l’assurda pretesa di voler connotare l’arte mobiliare sarda in bronzo dell’inizio del primo millennio a.C. come prettamente insulare (dimenticando che da più di un millennio l’Anatolia ed il vicino oriente ne erano maestri) e perdendo così la possibilità di individuare i tratti veramente originali riscontrabili in Sardegna, derivanti per l’appunto dall’incontro e sintesi di tratti culturali diversi e proprio per questo così importante.

Ad osservare con attenzione i risultati archeologici, inoltre, si intuiscono anche altri esiti culturali che paiono andare in controtendenza rispetto alla marea montante dell’influenza orientale sull’occidente. Un esempio? L’oppio.

Come sappiamo tutti, l’oppio si ottiene da una varietà di papavero, il Papaver somniferum, domesticato in un lontano passato nell’ambito della rivoluzione neolitica, secondo modalità presumibilmente non differenti dalla domesticazione di tutte le altre specie vegetali, dalle graminacee in poi (c’è anche il caffè, per fortuna, altrimenti come faremmo a sopportare le stupidaggini dei fanta-X?).

È opinione comune, come si può verificare da una rapida indagine in rete (da wiki in poi le castronerie non si contano) che la coltivazione del papavero abbia avuto inizio ad opera dei Sumeri, da cui si sarebbe poi irradiata agli assiro babilonesi e agli egizi.

Un attento esame delle fonti archeologiche e paleografiche (si veda ad esempio: P. Nencini, Il fiore degli inferi – Papavero da oppio e mondo antico – Franco Muzzio, 2004, in particolare la tabella a pag 55) rivelerebbe invece come i più antichi segni di domesticazione appaiano nel profondo occidente e sia possibile seguire il lento cammino del papavero su una direttrice nord-ovest sud-est. Parrebbe dunque che il vizietto dell’oppio sia andato in controtendenza rispetto allo tsunami neolitico, assimilato dall’oriente in un’ottica di scambio in cui ciascuno offre e commercia ciò che ha.

Se ho scelto l’esempio del papavero non è a caso: gli accadimenti dell’Afghanistan ci sbattono in faccia giornalmente quanto una droga possa influire, con la propria capacità di coagulare denaro, al finanziamento di attività che sfuggono agli ambiti locali, interessando l’intero globo. Senza gli enormi interessi che ruotano attorno alle coltivazioni del papavero, la storia dell’Afghanistan, e del resto del mondo, sarebbe stata differente. Dunque un tema intrigante, quello dell’oppio, soprattutto per i non addetti ai lavori che sono autorizzati a fantasticare liberamente, poiché non devono rispondere delle proprie convinzioni in ambiti ufficiali (scientifici).

C’è qualcuno che trova un argomento come questo nei siti/forum/blog che parlano di archeologia? No, naturalmente. Ma questa volta non si tratta di ignoranza e basta: se anche fosse vero che i sardi antichi (diciamo dell’età del bronzo) coltivassero il papavero e lo scambiassero con gli orientali, forse che si potrebbe usare come pretesto per le solite lamentazioni sulla verità negata/storia centralistica/romani bastardi e via di seguito?

Che peccato! E pensare che il papavero e l’oppio hanno mosso intere culture (qualcuno ricorda la guerra dell’oppio in Cina?) interessi enormi, poeti e letterati, medici e scienziati, politici ed eroi! Forse anche gli sherdanu!

 

Per accordo con l’estensore dell’articolo, eventuali comunicazioni possono essere inviate alla seguente e-mail

michael.ventris@googlemail.com

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Una risposta a OPPIO SHERDANU: IL CAMMINO DEL PAPAVERO

  1. Maurizio ha detto:

    Non esistono zone che siano “scoperte” dall’uso di sostanze neurotrope. A dimostrazione del fatto che l’uomo ne fa uso, ovunque si trovi: che si tratti di caffé, oppure té, oppure cioccolato, foglie di coca, funghi di amanita muscaria, cannàbis sativa, tabacco, o papaver somniferum, etc etc.
    Le zone in cui non esistono sostanze neurotrope sono zone disabitate dall’uomo.
    Probabilmente, presto sapremo che – possibilmente – anche i Sherdanu ne facevano uso e ne insegnarono le proprietà a tutto l’Oriente antico.
    Sicuramente ne fanno uso gli inventori attuali dei Sherdanu.

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