REFERENDUM CONTRO LE SERVITU’ MILITARI? E LE PROVINCE?

di Gabriele Ainis

 

 

Lo sapevo: basta che uno vada a buon fine, che subito viene la voglia di un altro, poi di un altro e poi un altro ancora. I referendum sono peggio delle seghe, sparata la prima non te ne liberi più.

Adesso che quello sul nucleare è passato (ma bisognerebbe riflettere davvero sui numeri e sul senso da assegnargli) si ventila la possibilità di un altro per l’abolizione delle servitù militari.

Già mi vedo Bustianu Cumpostu che morde a destra e a manca per raccogliere le firme (“Se non firmi ti mordo l’alluce!”) e Gavino Sale che si chiude in uno sdegnoso satyagraha, evitando di mangiare porceddu per due settimane (“Se non firmi, non mangio la cotenna croccante, mì!”) mentre Michela Murgia si fa intervistare per dire che se non si raccolgono le firme smette di scrivere (magari!).

Prima di essere lapidato, meno male che abito a Torino, meglio che dica subito come ritengo che le servitù militari siano un abominio. Mi pregio di essere un pacifista, mi associo a coloro che non credono alle guerre giuste e alle bombe intelligenti, sono convinto che i poligoni militari dovrebbero sparire (assieme ai militari).

Ciò non mi impedisce di pormi alcune domande; ad esempio: se Capo Frasca fosse stato lasciato alla cura dei sardi, sarebbe ancora bello com’è, oppure l’avremmo ridotto un cesso come Capo San Marco? Perché, intendiamoci, la colata di cemento di Funtana Meiga non l’ha mica ordinata il Ministero della Difesa, ci ha pensato il Comune di Cabras, e neppure il disastro delle spiagge del Sinis, da Sa Rocca Tunda a Is Aruttas, passando per Putzu Idu e sa Nea Scoada. Tutte la case da affittare per i mesi estivi, quelle che d’inverno paiono un villaggio abbandonato del Far West, non ce le ha imposte nessuno, le abbiamo volute noi e ne andiamo pure fieri.

Per cui, va benissimo cacciare via i militari, ma dovremmo anche interrogarci su cosa fare dei poligoni dopo che i militari se ne saranno andati: ci fidiamo di noi?

Posso dirlo? No: non mi fido di noi, proprio per niente. Attenzione, non è che non mi fidi dei politici, degli intellettuali, dei delinquenti, dei disgraziati; no: non mi fido dei sardi, perché lo scempio delle coste è un fatto tutto nostro sul quale glissiamo con molta facilità, scagliandoci contro i cattivoni continentali che ci vogliono male quando ci fa comodo deviare l’attenzione dalle nostre pecche.

Ciò detto: pensiamo davvero che un referendum contro le servitù militari sia positivo? Non è che per caso ci sono questioncelle più urgenti? Ad esempio il lavoro?

Ecco, di lavoro non parla nessuno. Intendo seriamente, di programmazione, indirizzo industriale, riflessioni serie sul nostro futuro.

Andare “contro” è sempre una faccenda semplice, anche se si va contro qualcosa di sbagliato. Si raccolgono le firme, si plaude tutti assieme, ci si sente bene, forti, pugnaci, qualcuno si sente anche “sardo”, qualunque cosa possa significare… e poi? Finito il referendum, che facciamo? Forse che cacciati via i militari arriva il lavoro? Una programmazione industriale? Un Senso all’agropastorale? Infrastrutture (utili, non le solite strade ad otto corsie!)?

Ritorniamo al referendum sul nucleare (quello regionale): che senso dobbiamo dargli?

Qualche cretino ha cercato di contrabbandarlo come un atto di chiaro indirizzo autonomista. Ma qualcun altro anche come il desiderio dei cittadini di farsi sentire contro una politica sorda e autoreferenziale. Forse questi ci hanno preso, ma non è che si possa far futuro con i referendum; si possono dare indicazioni, messaggi, che se però non vengono raccolti restano dove sono: proteste “contro”.

Mi sbaglierò, però non vorrei che un’altra raccolta di firme, morsi e digiuni a parte, finisse per vanificare il senso profondo del referendum sul nucleare, che dovremmo usare, assieme ai risultati delle amministrative, per ricominciare a fare politica tutti, confidando sul fatto che referendum ed amministrative sono state proprio questo: i cittadini che hanno, finalmente, “fatto politica”.

Solo che non può far politica coi referendum e basta: la democrazia, come chiunque può capire, andrebbe immediatamente a farsi benedire mentre al contrario ne abbiamo un gran bisogno.

Facciamo un esempio: siamo d’accordo tutti che le province sono una palla al piede? Che non servono a niente se non alle manovrine di sotto-sotto-sottopotere per cacciare i politici trombati e gli amici degli amici degli amici in qualche posticino ben pagato? Sì? Allora raccogliamo anche le firme per abolirle: piuttosto che farmi mordere gli alluci da Bustianu sarei disposto a firmare anche io.

No? Non andiamo a chiedere la cancellazione delle province? Ci sta bene averne otto in Sardegna? Otto pozzi di San Patrizio che ingoiano tonnellate di euri del tutto improduttivi?

Ma come mai, dei prodi raccoglitori di firme, non ce n’è uno che se ne occupa? Non sarà che alla politichetta (a tutta la politichetta) fanno comodo?

Ecco perché mi chiedo a cosa servano, a chi siano veramente utili, tanti referendum l’uno in fila all’altro. Adesso ne sono passati quattro (cinque, con il nostro) che mostrano una grande voglia di cambiamento e il desiderio dei cittadini di partecipare attivamente alla politica (quelli sull’acqua, ad esempio, sono tutti dei movimenti, i partiti non c’entrano). Adesso vediamo di non sprecare il risultato: chiediamo alla politica (cioè a noi stessi, ricominciamo a farla dentro i partiti, che alla democrazia servono, e come!) di svolgere decentemente il suo ruolo.

Altrimenti potremmo inventare un’altra grande novità: il mestiere di referendario, dopo quello di politico, comico, indipendentista, autonomista…

È davvero quello che vogliamo?

 

gabriele.ainis@virgilio.it

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